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Dom, Feb

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Macchine per pensare, di Francesco Varanini, è solo una delle forme di un progetto nato anni fa. Se ne trovano altre tracce nel blog Dieci chili di perle, ma anche altrove. In questa occasione è stato racchiuso in un libro, ma è lo stesso autore che ci dice:
Avete in mano un libro. Ma allo stesso tempo avete a portata di mano un computer, grande o piccolo. [...] Approfittatene.”
Con questa semplice frase, viene abbracciata e accolta l'idea di complessità che ci troviamo davanti tutti i giorni, mentre, semplicemente, viviamo.
Varanini, in fondo, dice una cosa semplicissima: tutta la tecnologia che abbiamo intorno, potrebbe essere diversa.
Per capire a dovere questa frase e tutte le sue implicazioni, Varanini ci fa ripercorrere la storia della creazione di quelle macchine che ci siamo abituati a chiamare computer. È necessario, per esempio, immergerci nel contesto storico che ha portato a creare il mito dell'intelligenza artificiale e di una macchina-Dio che ci sostituisse nelle scelte più importanti. Non è un caso che quest'idea – questo bisogno – sia nata all'indomani dei nazionalsocialismi che hanno sconquassato profondamente l'umanità. Era necessaria una guida da seguire, qualcuno che indicasse la strada. Un modello, imposto dall'alto, per limitare la complessità delle cose, per racchiudere il mondo e dargli limiti confortanti.
L'informatica di oggi si basa su quel modello. Il tertium non datur, cioè la terza parte – la terza via - non data, non prevista. In parole povere: se qualcosa non è spiegabile, non è riconducibile a un linguaggio fatto di 0 e di 1, non è da considerarsi. Non a caso il sottotitolo di Macchine per pensare è: “L'informatica come prosecuzione della filosofia con altri mezzi”. La filosofia è la ricerca del cosa, del sapere. Limitare la filosofia a un solo linguaggio, è un impoverimento in partenza.
È importante usare la tecnologia che abbiamo intorno con consapevolezza, perché solo così la macchina diventa un potenziamento per l'uomo e non una sua sostituzione. L'uomo è ricchezza, adattamento, infinite possibilità. È riduttivo, e pericoloso, modellare il nostro pensiero solo secondo i mezzi e i linguaggi che abbiamo a disposizione. Douglas Engelbart, l'inventore del mouse, del word processor e precursore dell'interfaccia grafica a finestre che ancora oggi noi tutti usiamo, diceva che il computer deve servire a potenziare la capacità mentale dell'uomo, non a sostituirla. Il computer è uno strumento. Proprio come la ruspa serve a potenziare la nostra forza.
È giusto considerare l'informatica dal punto di vista dell'uomo, non della macchina. È giusto sfruttare le possibilità delle macchine che abbiamo e goderne. Ma è anche giusto non smettere di immaginare, perché l'informatica che abbiamo oggi è solo una delle informatiche possibili

 

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In un numero della rivista dedicato alle pratiche narrative nella formazione (e nella consulenza alle persone e alle imprese), non si può non proporre il suggerimento di lettura della ricerca di Sandra Burchi Ripartire da casa. Lavori e reti dallo spazio domestico (Franco Angeli, Quaderni Griff). Sia per l'intensità d'uso, in essa, dell'approccio biografico/narrativo all'indagine sociale, sia  per la tempestività con cui la ricerca coglie uno degli aspetti più rilevanti della crisi economica e di paradigmi che l'ultimo decennio ha dichiarato e via via amplificato.

Ripartire da casa è piccolo libro prezioso. Basato sull'utilizzo della tecnica di intervista per la raccolta delle storie di vita (da sempre a me a Domenico Lipari molto cara nella pratica della nostra professione), il lavoro della Burchi testimonia di una serie di mutamenti sociali e di vissuto femminile guardando da diverse prospettive al tema del lavoro, del lavoro delle donne, del lavoro agile, della perdita del sentimento di garanzia e diritto e tutela nel lavoro, e infine del vissuto soggettivo, vissuto che va articolandosi in un'area di autodeterminazione a tratti esaltante, a tratti logorante.

Quella che viene raccontata è l'esperienza di un gruppo di donne toscane, titolari di partita IVA e operative anche fuori dal lavoro strettamente intellettuale e della conoscenza, capaci di agire la crisi (e il progetto personale) trasformando lo spazio abitativo in luogo dell'operare, in dimora della produttività economica capace di ospitare regole, risorse, tempi e modi scelti e pensati a partire da se stesse.

È la grande scommessa di poter trasformare i fattori di crisi (crisi oggettiva di contrattazione del lavoro, crisi esistenziale che reclama una libertà non ammissibile nei luoghi delle organizzazioni) in risorse per pensare, ridefinire e reinventare il lavoro ed il sé.

Professioniste e imprenditrici capaci di ospitare, utilizzare e in una certa misura patire tutti i luoghi e i canali di espressione della flessibilità di servizio, e sempre attente al valore d'uso delle tecnologie e delle innovazioni, le donne che Sandra Burchi ha incontrato, ascoltato, e narrato hanno il tratto comune di una antinomica convergenza fra libertà e solitudine, fra territorialità creativa e vincolo alla conciliazione.

Aperte al rischio di tutte (essere preda delle troppe situazioni nelle quali si viene percepite dall'esterno come portatrici di tempo da dedicare alle cose di tutti), queste pioniere del libero arbitrio nel disegno del lavoro sono anche, ed in questo la ricerca è acuta ed attenta, esposte al rischio di una perdita. Perdita del valore e dalla tutela  della riflessione collettiva sulle forme stesse del lavoro, e perdita che apre varchi possibili alla dismissione del dominio di sé.

Perché il lavoro flessibile, questa imprenditorialità dimorata che si vive nell'oikos, sono per certo una espressione di  bella e creativa indipendenza e capacità di gestione ed azzardo, ma richiedono un lavoro preciso per la costruzione di un ecosistema (di una zona di comfort) che tuteli e  protegga queste innovatrici a partire dal luogo primario di ogni tra-dizione: la casa. Casa che ospita quella ricca stanza tutta per sé, dalle donne così ricercata,  in cui così di frequente, persino prima che altrove, a volte ci si perde.

L'invito è a tenere sul tavolo questa bella ricerca come richiamo a una narratività femminile di un lavorio necessario.  Richiamo che propone, ridisegna e riconsegna un progetto per le lavoratrici ma anche per i lavoratori, il lavoro e, per indotto, la formazione. Perché non dobbiamo scordare che nell'idillio di una dimora [e qui parla la mia voce esattamente vicina a ciascuna di loro] può facilmente annidarsi una specifica forma di burnout. Le lavoratrici  e creative professioniste che Sandra Burchi racconta, accanto allo specifico del loro lavoro coltivano infatti, e con molto impegno, una professione di cura che ciascuna capitalizza ma che nessuno finanzia.

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