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Gio, Apr

N° 4 / 2016 - Reflective Management

 

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La scrittrice americana Lily King, autrice di numerosi libri di successo alcuni dei quali vincitori di premi prestigiosi, con Euforia, pubblicato nel 2014 e tradotto in italiano da Mariagrazia Gini nel 2016 per i tipi di Adelphi, ci propone un testo che è a metà strada tra la narrazione biografica dei tre antropologi protagonisti del romanzo e il resoconto della particolare esperienza che caratterizza la loro attività sul campo di ricerca. Lily King ci racconta la storia di tre ricercatori (due dei quali prestigiosi protagonisti dell’antropologia novecentesca): Margaret Mead (Nell Stone nel romanzo), suo marito Reo Fortune (Fenwik Schnyler) e Gregory Bateson (Andrew Bankson).
I tre s’incontrano mentre, separatamente (i coniugi Mead-Fortune da un lato e Bateson dall’altro), sono impegnati nello studio etnografico delle forme culturali prevalenti in alcune tribù della Papua Nuova Guinea che vivono lungo il fiume Sepik. Non solo i nomi dei protagonisti sono fittizi, ma lo sono anche quelli delle comunità locali all’interno delle quali è ambientato il racconto. Tuttavia la storia che ci è offerta ripropone con notevole delicatezza narrativa ed assoluta plausibilità le vicende di cui nel 1933 sono stati protagonisti Margaret Mead (già famosa per il suo lavoro sulla sessualità delle adolescenti in Samoa – Coming of Age in Samoa pubblicato per la prima volta nel 1928 – fonte di clamore e scandalo nel mondo accademico americano di quegli anni) e Gregory Bateson, all’epoca giovane studioso inglese in fuga da vicende familiari drammatiche e da una madre fin troppo possessiva.
Il loro incontro avviene mentre la Mead/Nell è impegnata nelle sue ricerche insieme al marito (la loro relazione, nel racconto della King, si trascina tristemente tra molte tensioni legate ai diversi caratteri e soprattutto alla forte invidia intellettuale di lui che alla lunga diventa rancore).
Ciò che avviene nel racconto della King ha a che fare con eventi del tutto verosimili: tanto le vicende legate al lavoro sul campo dei tre antropologi, quanto quelle riguardanti il triangolo sentimentale che inevitabilmente finisce per escludere uno dei protagonisti (la Mead e Bateson nella vita reale finiranno per sposarsi) sono assolutamente credibili in quanto in larga misura corrispondenti alla realtà. L’unica parte che vi si allontana radicalmente è la conclusione del romanzo nella quale l’autrice si prende la licenza di immaginare un destino diverso per ciascuno dei suoi “eroi”.

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Gregory Bateson, Margaret Mead e Reo Fortune a Sidney nel 1933



 


Ma il focus della narrazione di King, non è il triangolo sentimentale che si sviluppa fino al suo culmine (in fondo non sarebbe il primo e nemmeno l’ultimo tra quelli proposti dalla letteratura di ogni tempo) e non è neppure l’analisi delle culture locali su cui si concentra da tre punti di vista diversi l’interesse dei protagonisti della storia (alla quotidianità, alle consuetudini e ai riti della vita dei villaggi “esotici” studiati è dedicata un’attenzione appena sufficiente a collocare la storia nel suo specifico ambiente); ciò che risulta al centro del romanzo è la particolare disposizione di ciascuno dei tre protagonisti nei confronti della propria vicenda esistenziale che nella realtà vissuta riguarda tanto le ragioni che lo hanno condotto ad abbracciare l’antropologia come scelta di vita, quanto il particolarissimo (ed unico) modo in cui si pone davanti all’oggetto di studio. Un simile punto di vista tende a sottolineare l’irriducibile solitudine del ricercatore continuamente alle prese con il tentativo di “penetrare” e rendere evidente a se stesso prima ancora che agli altri qualcosa che continuamente sfugge alla sua comprensione. Si tratta di un lavoro duro e talvolta disperante che ad un certo punto del romanzo la Mead/Nell paragona ad un’assurda non meno che impossibile attività il cui scopo è quello di doversi misurare con “un grosso nodo invisibile da sciogliere”.

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Margaret Mead e Gregory Bateson (1938) al tavolo di lavoro

 

 

Ed  è proprio in una condizione esistenziale, intellettuale e professionale così caratterizzata che entra in gioco l’euforia, lo stato d’animo che dà titolo al romanzo. Che cosa è infatti l’euforia se non un’emozione (quasi sempre effimera) che concede al ricercatore un minimo di tregua, un momento di illusione e di gioia che interrompa per un po’ la condizione di dubbio permanente e di incertezza in cui si svolge la sua vita professionale? L’euforia, nelle parole che la King fa pronunciare a Mead/Nell, si manifesta all’improvviso e coincide con “Quel momento in cui sei arrivato da circa due mesi e pensi che finalmente hai capito come funziona. Tutto a un tratto ti sembra di avere la situazione in pugno. È un'illusione, visto che sono passate soltanto otto settimane, e dopo ti prende la disperazione perché ti rendi conto che non ci capirai mai niente. Ma in quel momento ti senti padrone di tutto. Non c'è euforia più breve e più pura” (Euforia, p. 54). L’idea di euforia riassume in modo pertinente ed efficace quei momenti di gioiosa illusione e di autentica eccitazione in cui il ricercatore crede di aver afferrato una realtà costitutivamente proteiforme. E proprio per questa ragione, l’euforia può essere associata alla passione struggente che caratterizza il rapporto tra la protagonista della storia (ed ogni ricercatore direi; ma anche, a ben vedere, ogni professionista, quale che sia il campo d’azione su cui si esercita il suo impegno) e la sua attività d’indagine su “oggetti” problematici e spesso resistenti alla comprensione immediata. L’euforia è dunque associata al demone della ricerca, al furore creativo oltre che alla speranza della scoperta che anima e rende vivo il lavoro sul campo. Ma non è così anche per l’esperienza dei rapporti umani e per i sentimenti – come mostrano le vicende dei protagonisti del romanzo?
Un altro aspetto rilevante dell’opera di Lily King che merita di essere segnalato, riguarda la particolarità della narrazione che, al di là delle sue indiscutibili qualità letterarie, assume spesso – quasi volesse rendere un omaggio devoto ai protagonisti di cui racconta la storia – le caratteristiche di una raffinatissima scrittura etnografica; e in questo, in quanto descrive e racconta il lavoro etnografico dei suoi protagonisti del quale mostra una robusta e fine conoscenza, assume a tratti i connotati di una sorta di etnografia dell’etnografia in cui il gioco di specchi proposto dall’autrice diventa un elegante esercizio di reciproci rinvii e richiami tra testo letterario e etno-descrizione di eventi e di contesti.
Un romanzo emozionante e appassionato, intenso e ricco di suggestioni, rigoroso e stimolante. Un’occasione straordinaria di lettura e di riflessione sul senso del lavoro, sulle relazioni e, in definitiva, sulla vita. 

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"Perché accostare l'etnografia alla formazione?", "Quale contributo può apportare tale prospettiva di lettura della realtà alla conoscenza e al miglioramento delle pratiche formative?"
Domenico Lipari nell'Introduzione pone e se stesso e a noi questa domanda, che si potrebbe sintetizzare così: che c'entra l'etnografia con la formazione?
Una domanda che trovo particolarmente intrigante, perché porta con sé un punto di vista a cui molti di noi non si sono mai accostati.
Di solito associamo l'etnografia a una ricerca su popoli lontani, preferibilmente piccole tribù amazzoniche che non hanno mai avuto contatti con la (nostra) civiltà o che al massimo usano vecchi smartphone Android per accedere a internet su traballanti reti cellulari… Popoli che immaginiamo alle prese con cerimonie magiche, danze intorno al fuoco, riti di seduzione, tradizioni senza tempo.
Pensiamo cioè all'oggetto della classica ricerca etnografia, lasciando sullo sfondo il metodo: osservare la realtà, descriverla e comprenderla. Un metodo che potrebbe applicarsi a molti altri contesti.
Ma cosa succede se l'oggetto dell'approccio etnografico siamo noi stessi, noi formatori? Non abbiamo le nostre pratiche "antiche" (cioè tramandate dai Maestri) e poi cerimonie, riti e tradizioni? Ci sono i giri di tavolo, i patti formativi, i modi speciali di presentassi, i lavori in piccolo gruppo restituiti in plenaria, i questionari di apprendimento e di gradimento: tutti strumenti in parte rituali che applichiamo perché siamo convinti o perché "è così che si fa". E non ci mancano nemmeno le danze intorno al fuoco (o "sul" fuoco, come in certe attività estreme di outdoor…).
Questo libro ci dà una buona notizia: l'etnografia ha una ricetta (osservazione + descrizione + comprensione) che produce una narrazione e/o che usa la narrazione di sé come strumento operativo. Narrazione che, se riportata ai protagonisti, facilmente si trasforma in uno specchio per riflettersi e, di conseguenza, riflettere.
Perché il nostro non è un mestiere che si può fare a lungo senza chiedersi "Cosa sto facendo?", "Dove sto andando?", "Cosa voglio (e cosa vogliono da me)?" Se queste sono le domande, ecco a cosa può servire l'approccio etnografico: a scoprire se quello che facciamo realmente, quello che crediamo di fare e quello che vogliamo fare coincidono o no.
L'approccio etnografico, quindi, come antidoto alla tendenza a procedere col pilota automatico, basandosi su ricette consolidate e su una cassetta di attrezzi e di trucchi del mestiere, alla ricerca di una zona di confort. Che può essere molto rischiosa se il mondo cambia e noi no.
Alla fine una precisazione: questo libro non è scritto solo per chi sa di etnografia. Al contrario, i primi tre capitoli ne descrivono i fondamenti, i metodi e le pratiche, prima di applicarli al nostro mondo di formatori per aiutarci a costruire uno specchio.

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