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Dom, Feb

4_figura 4_copertina libro Quaglino per recensione.jpgIl testo di Gian Piero Quaglino “Formazione. I metodi” del 2014 è un tentativo, ottimamente riuscito, di fare il punto sulle metodologie formative, presentando un ampio panorama di contributi su metodi vecchi e nuovi, tradizionali ed innovativi.

Per dimensioni e ampiezza dei temi trattati, il libro non è una di quelle letture che possono essere fatte in modo “verticale”, ma piuttosto un testo che permette al professionista o a chi fosse interessato alla formazione, di aprire delle finestre su singoli item.

Il lettore afferra, anche solo al primo sguardo, la ricchezza delle competenze professionali che possono appartenere ai “lavoratori” della formazione: per questo, si coglie, nell’intenzione dell’autore, anche una volontà di offrire al formatore, non solo una fotografia del vasto panorama metodologico, ma anche la possibilità di conoscere altri metodi, altre strade possibili, altre competenze, appunto.

Oltre a citare metodologie formative basate su tecnologie 1.0 (come ad esempio il cinema), sono interessanti i contributi che riguardano le nuove tecnologie (e Learning, Serious Game, Video Interattivo) poiché sembrano cogliere lo spirito di cambiamento, le tendenze evolutive, che il mondo della formazione sta vivendo.

Utile lo spunto che lo stesso autore offre, per facilitare la lettura e l’orientamento del lettore, all’interno del libro. I metodi infatti, possono essere raggruppati in 7 categorie: classici, centrati sul gruppo, centrati sulle competenze e sull’organizzazione, centrati sull’individuo, cetrati sulla “messa in scena”, centrati sulla tecnologia e centrati sulla persona. Questa proposta di categorizzazione è comunque una delle tante possibili, visto che l’architettura del testo si presta per una rilettura in termini pragmatici e non dogmatici.

Un invito a rileggere “La chiave a stella” di Primo Levi per riflettere sulla formazione

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Primo Levi (Torino, 1919-1987), scrittore che fa dell’esperienza vissuta la materia prima del suo scrivere, ne La chiave a stella (1978), mette in scena la conversazione tra un Narratore (Levi stesso, chimico e scrittore) e Libertino Faussone, un tecnico piemontese, montatore e collaudatore di strutture metalliche, che racconta le sue imprese lavorative vissute in giro per il mondo. Nei quattordici capitoli del libro, ciascuno dei quali contiene un racconto che potrebbe anche essere letto autonomamente, confluisce la materia di diversi contatti e conversazioni sul lavoro che Levi stesso, in altre occasioni, dichiara di aver avuto con montatori in carne e ossa e operai specializzati conosciuti personalmente nella sua lunga esperienza lavorativa di chimico e di industriale. Lo stile è quello dell’intervista: il Narratore sollecita con una serie di domande e asseconda con delicatezza i racconti del protagonista, che sembrano quasi audio-registrati e trascritti.
È forse possibile leggere questo libro come il resoconto di un’azione formativa, se intendiamo la formazione come una forma di relazione che accompagna il soggetto a mettere in parola il sapere dell’esperienza, sollecita a raccontare storie e per questo richiede rispetto, attenzione, ascolto, interesse per la storia altrui e capacità di coinvolgersi nella relazione anche con la narrazione della propria. Non è che Levi metta esplicitamente a tema la questione della formazione, se non con brevi cenni dedicati per la verità più all’esperienza scolastica che a quella formativa (non senza battute polemiche sul sapere astratto della scuola), ma forse l’operazione non è priva di una certa plausibilità. L’idea di una formazione come paziente accompagnamento alla messa in parola del sapere maturato nell’esperienza si lega del resto alla ricerca etnografica, con la quale Levi aveva maturato una forte affinità, tanto da esprimere una cura da vero e proprio etnografo non solo ne La chiave a stella, ma in tutte le sue opere testimoniali. Il Levi “formatore” corrisponde un po’ al Levi etnografo delle esperienze brutalmente patite nel Lager nazista (Se questo è un uomo, 1958) e al Levi etnografo di vari mestieri (Il sistema periodico, 1975). Proprio il coinvolgimento relazionale e riflessivo dei vari soggetti che la pratica etnografica attiva, attribuendo loro il duplice statuto di fonti e strumenti di una conoscenza rilevante, assume del resto valore formativo e trasformativo per tutti coloro che sono in gioco.
La formazione consiste innanzitutto nel creare uno spazio in cui sia possibile far emergere o far rintracciare un senso nel lavoro che si fa. E questo può avvenire attraverso la narrazione, che è in se stessa attribuzione di senso – e di forma – a ciò che si vive. Il gusto del lavoro ben fatto e l’amore per il lavoro sono, per Faussone, al tempo stesso, indizio di un senso incontrato e motore che spinge a rigenerarlo continuamente. Nel dialogo, egli riesce a dare senso e forma alla sua passione per il lavoro e proprio questo è ciò che muove anche il suo desiderio di narrare. Non è che Levi non veda anche le ambiguità del lavoro, soprattutto la durezza e l’iniquità del lavoro servile e alienante; solo si rifiuta di identificare il lavoro tout court con il lavoro servile, come un’antica tradizione culturale (quella che contrappone appunto otium e ne-gotium) e il clima fortemente ideologizzato degli anni Settanta (che tendeva a considerare il lavoro, soprattutto quello di fabbrica, come pura alienazione) avrebbero invece indotto a fare. Per Levi, quando si ha la percezione che il lavoro è utile e ha un senso, il lavoro stesso diventa uno spazio di fioritura dell’umano; questo vale addirittura nel brutale contesto del Lager (Levi, 1958), che pure è il luogo della forma più radicale di de-umanizzazione.
La formazione si nutre di ascolto. Il personaggio Faussone racconta la sua storia secondo un suo stile particolare, nel registro tipico del parlato, che spesso lo porta a perdere il filo; il suo modo di raccontare è caratterizzato dalla concretezza che all’enunciato teorico fa sempre seguire un esempio pratico. Il Narratore riesce a sintonizzarsi col suo interlocutore, a distinguerne la voce singolare e a creare quel clima di fiducia che apre al reciproco ascolto. L’ascolto dell’altro richiede anche vigilanza e ascolto di sé. Per questo il Narratore-intervistatore inserisce spesso delle note riflessive in cui dà conto di accorgersi delle sue intromissioni e dell’effetto che esse fanno sul parlante. In realtà, è lo stesso dispositivo narrativo di sdoppiarsi, distinguendo un “io” narrante e un “io” narrato, che rivela quel distanziamento da sé che è necessario all’autoriflessione e consente di guardare da un punto di vista esterno tanto all’altro che a sé. Per Levi, ascoltare l’altro significa ascoltare anche se stessi, astenersi dal giudizio, non interrompere, rispettare, alimentare interesse per le parole dell’altro, immergersi nel suo mondo, chiedere quando non si capisce qualcosa. C’è un’arte dell’ascoltare, che è utile allo scrittore e – possiamo aggiungere noi – è essenziale anche al formatore. Solo un ascolto attento genera vera narrazione e la qualità di questo ascolto, così come la chiarezza dell’espressione nello scrivere e nel parlare, è in Levi direttamente collegata a una postura etica di responsabilità nei confronti dell’altro.
La formazione può essere vista come un modo per riconoscere e dare valore alle “malizie del mestiere”, ai trucchi e agli stratagemmi che si imparano – e non si finisce mai di imparare – con l’esperienza. Proprio l’esperienza, fatta di dimestichezza, di incontri e scontri con i materiali e le cose, affina infatti la conoscenza e rende i soggetti competenti e inventivi. La conoscenza che porta impresso il segno dell’esperienza è una conoscenza tacita, corporea, sensibile, che passa prevalentemente attraverso le mani. Di questa forma di conoscenza, che non disgiunge intelletto e manualità, che arriva al concetto proprio attraverso il lavoro delle mani e di tutto il corpo e si costruisce lentamente, a contatto con situazioni concrete sempre uniche e sfidanti, Faussone è un autentico campione. È una conoscenza che non si lascia rinchiudere in definizioni e leggi causali, ma si offre all’evidenza solo nel racconto. Dar voce al mestiere significa dar voce anche alla consapevolezza meta-riflessiva propria del lavoratore competente, che non solo sa fare, ma sa anche riflettere su ciò che sa e sul suo stesso percorso di apprendimento, su come ha imparato a fare quello che sa fare e sull’effetto che tale apprendimento ha in lui generato. Imparare dall’esperienza significa acquisire una sicurezza che fa camminare nella vita, ma anche sviluppare un senso di prudenza, una forma di saggezza che si apprende anche – o forse solo – attraverso “i guai”. Sono proprio gli errori, i “collaudi negativi” e, in genere, i feedback che provengono dalla realtà rispetto a ciò che si crea con le proprie mani ciò che fa imparare non solo il mestiere ma anche come stare al mondo.
Le malizie, la pazienza di imparare dagli errori e tutti gli altri saperi connessi con l’esperienza, come dicevamo, sono proprio ciò di cui la formazione è chiamata a facilitare una messa in parola. L’idea stessa di formazione che si può ricavare da Primo Levi coincide con l’accompagnamento a rendere dicibile un sapere che altrimenti sarebbe condannato a restare inespresso e inerte. La narrazione e il pensiero che nasce da essa resistono alla tentazione di semplificare la realtà e tengono insieme in modo complesso anche elementi apparentemente tra loro distanti. Proprio le difficoltà e le difformità con cui la pratica mette a confronto sono le situazioni ideali che fanno pensare e rendono piacevole il raccontare. La narrazione è un fondamentale atto conoscitivo, consente di accorgersi retrospettivamente, attraverso la riflessione, di come sono andate le cose e contribuisce così a una comprensione più profonda della vita, ma anche all’apertura prospettica di ulteriori possibilità di pensare e di agire.
Nel gesto a cui Primo Levi dà efficace rappresentazione letteraria sta molto del lavoro del formatore che consiste nel raccogliere le storie che vengono donate e nel restituirle, generando così un sapere inedito sull’esperienza, ma anche nell’intrecciare le storie proprie con quelle degli altri, costruendo così una comunità di racconto. Le storie di Faussone – o dei tanti Faussone che Levi ha incontrato nella sua vita – sono storie regalate, germogliate da atti di fiducia che hanno reso possibile la comunicazione reciproca. L’etnografo-scrittore osserva, raccoglie i racconti, li trasforma in testi ben levigati e restituisce al parlante – e, attraverso la scrittura, non solo al parlante ma a ciascun futuro lettore – un racconto di racconti, e così facendo genera nuova conoscenza. Anche la formazione può essere vista in modo analogo, come opera di tessitura, che porta a cucire insieme storie e parole ricevute e a riconsegnare testi/tessuti che, proprio in questa tessitura, guadagnano un valore aggiunto di significato, come se diventassero i tasselli che vanno a comporre un unico mosaico.
La narrazione di Primo Levi, soprattutto se messa a confronto con i vissuti di chi opera nel mondo della formazione e delle organizzazioni, può ancora oggi ispirare e aprire possibilità nuove di pensare e di configurare l’agire formativo. Nel modus operandi del Levi Narratore-intervistatore de La chiave a stella, ma anche in quello del Levi scrittore, è possibile rintracciare alcuni spunti rilevanti per chi opera nel campo della formazione. L’esperienza è materia prima sia per lo scrittore che per il formatore. Forse non è un caso che proprio quella letteratura che si alimenta di un interesse autentico per il reale, e che per questo esprime anche una sensibilità etnografica, riesca a dar conto in modo così ricco e profondo anche del nesso che si dà tra agire lavorativo e costruzione di significati, che è poi il terreno privilegiato su cui sono chiamate a muoversi anche la formazione e la ricerca sulle pratiche formative.

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Il termine “Nuovo” sta ad indicare non la riedizione di un “lavoro editoriale” pubblicato per la prima volta nel 1998 per poi ripresentarsi in una veste rivisitata nel 2005; bensì, rappresenta un’opera completamente ristrutturata sia alla luce dei continui cambiamenti che stanno interessando il mondo del lavoro e – nello specifico – della formazione sia come una guida che sappia orientare il potenziale lettore ai passaggi fondamenti da seguire per progettare, attuare e valutare un progetto di formazione.
Un Manuale che si rivolge agli esperti dei processi formativi, ed anche a coloro che intendano divenire tali!
La riflessione muove dalla fotografia che ci presenta l’ISFOL nel XV Rapporto di monitoraggio della formazione continua, ed in particolare nella partecipazione formativa degli adulti 25-64enni. Nel corso del 2013, i cittadini europei compresi nella fascia di età tra i 25 e i 64 anni che risultano aver partecipato ad attività di istruzione e formazione sono stati complessivamente oltre ventinove milioni, pari al 10,5% della popolazione di età residente nei paesi facenti parte dell’Unione europea; inoltre, in due casi su tre le attività hanno riguardato temi connessi al lavoro. In questo scenario, l’Italia registra un andamento complessivo al di sotto della media europea con una percentuale di partecipazione del 6,2%, ovverosia oltre due milioni di persone in età compresa fra 25 e 64 anni di età risultano coinvolti in percorsi di formazione. In ogni caso, si è in presenza di livelli di coinvolgimento lontani da qualsiasi risultato auspicato e ancora una volta si evidenziano le difficoltà che incontrano le politiche di formazione finalizzate al rafforzamento delle competenze dei lavoratori e alla collocazione o ri-collocazione nel mercato del lavoro. L’obiettivo europeo per il 2020, invece, sarà quello di coinvolgere ogni anno in attività di istruzione e/o formazione anche non professionalizzante non meno del 15% della suddetta popolazione.
In realtà oggi si sta imponendo il concetto di lifewide learning, ovvero l’istruzione e la formazione che interessano tutti gli aspetti della vita e che possono avvenire in contesti molto differenziati e in diverse fasi della vita delle singole persone. L’adozione della prospettiva del lifelong learning valorizza la formazione come dispositivo per accrescere l’empowerment individuale in chiave di partecipazione attiva all’economia e alla società. Tutto ciò rivoluziona le prospettive e la cultura stessa del rapporto formazione-lavoro. Occorre infatti pensare che “la formazione produce auto-realizzazione del sé” in quanto si dimostra capace di formare le nuove generazioni non a cercare lavoro ma a creare nuovo lavoro, per sé e per gli altri.
La formazione è sempre azione di sostegno al cambiamento e non si può dare cambiamento se non sussiste un contesto di valori, al di là degli aspetti legati ai metodi e alle tecniche che siano in grado di sostenerlo. Quindi, non è più soltanto un qualcosa di strumentale, a servizio di finalità e obiettivi concreti; bensì, la sua funzione pedagogica/educativa e formativa/professionale si sintetizza in una specie di alchimia chimica capace di generare un qualcosa di superiore, di particolare importanza, tracciando le linee di una nuova modalità di lavoro, quella di “agire per scoperta”, così come avviene nell’ambito delle realtà in progetti, in modelli, in situazioni pratiche concrete.
La formazione è lo strumento per crescere, per migliorare, per acquisire nuovi saperi e nuove competenze.
La formazione si pone come agente del cambiamento e della modernizzazione, con una particolare attenzione verso i fattori chiave della crescita e dello sviluppo ed al collegamento con gli obiettivi di innovazione delle imprese, che sono posti come elementi prioritari per la crescita economica del Paese. In un contesto nel quale la capacità di innovazione e di integrazione non è più solo un valore aggiunto delle aziende più avanzate ma una precondizione per fare impresa e operare nel mercato globale.
La formazione serve anche ad accompagnare e sostenere questi processi, valorizzando appieno il potenziale di crescita delle imprese aderenti e dei loro lavoratori.
Da qui l’attenzione sia ad un ripensamento da parte della pedagogia delle questioni più ampie legate alla società civile in ottica europea sia l’esigenza di costruire un “dialogo multidisciplinare” nell’ambito della pedagogia del lavoro e della formazione.
Tali questioni sono state affrontate nel volume di recente pubblicazione dal titolo “Nuovo Manuale per l’esperto dei processi formativi. Canoni teorico-metodologici” di Giuditta Alessandrini, Professore ordinario di Pedagogia generale e sociale del Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Roma Tre.
Pubblicato nella collana “Studi Superiori” di Carocci editore, il manuale – come afferma l’autrice – segue due “percorsi di lettura” che vengono costruiti dal singolo lettore: nel primo, si propone una riflessione accurata sul ruolo possibile che la formazione sta assumendo a partire da una sua ricostruzione teorica per poi dare spazio ad alcuni riflessioni alla luce sia della recente normativa in ambito europeo sia dei dati pubblicati nei numerosi rapporti; la seconda, invece, descrive i principali strumenti, metodi operativi, metodologie per sviluppare interventi e pratiche di formazione.
Nello specifico, il primo percorso si presenta come un “vestibolo” che indirizza il lettore a comprendere la complessità dell’agire formativo, e su cui si snodano dieci stanze che offrono un’analisi dettagliata dei recenti cambiamenti – e non! – intervenuti in tale ambito: a partire da una riflessione dei possibili vantaggi e punti di criticità avvenuti a dieci anni dalla cosiddetta “fioritura” della società della conoscenza e quindi denominata dall’autrice come un “sogno”, per passare alla digital trasformation, sharing economy ed allo smart working (la “realtà”), soffermarsi poi al soggetto quale protagonista nel processo di apprendimento (la “danza”) per giungere all’importanza della comunità come difesa dell’incertezza (la “prospettiva”).
Come ha sottolineato la curatrice Giuditta Alessandrini, il cuore della monografia ruota attorno alla complessità dello sviluppo educativo e formativo soprattutto in riferimento alla recente crisi economica, e fornisce anche una serie di strumenti metodologici per potenziare la capacità di agire del formatore in situazione.
Viene, dunque, a tracciarsi il secondo percorso: dall’analisi dei fabbisogni formativi, alle famiglie metodologiche, la valutazione del progetto formativo, il tema cardine delle competenze, per chiudersi con uno studio relativo alle possibili comparazioni/differenze tra l’apprendimento organizzativo e le comunità di pratica.
Una “guida” che si snoda in trecentosei pagine e corredata da una serie di “riquadri” curati da esperti del settore (come Quadrifor, UIL, per citarne alcuni) e da giovani laureandi e dottorandi di ricerca: una riflessione sul quadro europeo delle qualifiche, l’importanza dei fondi interprofessionali, l’impatto delle tecnologie nei processi formativi al work-based learning; una rassegna di “casi di studio” dall’educazione all’imprenditorialità alla figura del formatori, al ruolo dei quadri del terziario; una rassegna di “tesi di laurea” sui temi della comunità di pratica nella sanità e nel project management al tema dibattuto dello Youth Guarantee; in ultimo, una rassegna dei progetti di ricerca nazionali ed europei (come CREA.M., SME_QUAL, il corso ANAS, ARNO, ecc.) condotti dal Laboratorio di Ricerca CEFORC “Formazione Continua & Comunicazione (www.ceforc.eu)”.
A chiusura del volume, una vasta rassegna bibliografica può fornire al lettore numerosi riferimenti di opere, rapporti nazionali ed internazionali al fine di approfondire una tematica specifica del vasto panorama qual è la formazione.
Riprendendo un passaggio dell’Autrice a pagina 18 e che può costituire un elemento utile ad accompagnare il potenziale lettore: «La tesi che si propone in questo volume è che l’approccio pedagogico alla formazione (nel senso di approccio centrato sulle scienze dell’educazione) mai come oggi sia generativo di senso e coerente alla domanda implicita rivolta alla formazione nella società contemporanea anche rispetto ai nuovi archetipi del lavoro».
Il filo che lega ogni capitolo, dunque, è la comune attenzione a condividere l’impegno alla diffusione e al sostegno di una cultura della formazione come cultura della valorizzazione della crescita della persona, come tramite per lo sviluppo della propria immagine identitaria, intesa nella dimensione individuale quanto nella dimensione collettiva.

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Tra i tanti cambiamenti che hanno interessato le epistemologie contemporanee, una rilevanza particolare assume la duplice svolta che, nella seconda metà del secolo scorso, ha investito, trasformandole radicalmente, le scienze sociali: la “svolta linguistica”, da un lato, e la “svolta narrativa” dall’altro. La prima muove dall’elaborazione di Wittgenstein (successivamente ripresa ed autorevolmente sviluppata da Rorty) e mette in evidenza la centralità del linguaggio nell’esperienza umana. La seconda, riconducibile ai contributi di Lyotard e di Bruner, mette in dubbio il primato della scienza sulla narrazione rivalutando il sapere narrativo (che secondo Lyotard è a fondamento dello stesso sapere scientifico in quanto quest’ultimo, per essere espresso e reso pubblico, deve necessariamente far ricorso al racconto). Il linguaggio, in quanto fondamento di ogni tipo di agire e persino del pensiero, è strettamente legato alla narrazione la quale rappresenta il tratto essenziale e costitutivo della dinamica esperienziale dei soggetti e dei gruppi. Come scrive Sartre in una memorabile pagina de La nausea, “un uomo è sempre un narratore di storie, vive circondato delle sue storie e delle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse, e cerca di vivere la sua vita come se la raccontasse” (J. P. Sartre, La nausea, La biblioteca di Repubblica, Roma, 2003, pp. 53-54). Le tendenze che ho appena evocato hanno contribuito notevolmente a generare, nel campo delle scienze sociali, un clima più favorevole che in passato nei confronti dei modi di produzione di conoscenza fondati sugli approcci qualitativi e soprattutto hanno restituito legittimità a modalità di rappresentare i fenomeni mediante descrizioni dense e basate su stilizzazioni tipiche della narrazione.
La narrazione, non solo rende possibile la costruzione e la condivisione del significato, ma dà ordine logico e temporale ai flussi caotici del pensiero e dell’esperienza.
Da questo punto di vista la scrittura (e la scrittura narrativa in particolare) diventa cruciale per descrivere efficacemente i fenomeni oggetto d’interesse dei ricercatori (sociologi, antropologi e psicologi), ma anche dei formatori e dei consulenti che operano nell’ambito delle organizzazioni.
E’ un modo di rappresentare la realtà osservata che riesce ad integrare (e spesso sostituire) modalità argomentative basate su stilizzazioni tipiche delle scienze sperimentali. E spesso il “modello”, il punto di riferimento di guardare e raccontare il mondo è costituito dalla letteratura e in particolare dal romanzo. L’uso delle narrative per descrivere la realtà rende possibili letture dei fenomeni tanto penetranti quanto puntuali – e talora molto più potenti di quanto non possano essere quelle proposte da analisi rigorose e fondate su basi tecniche di una certa affidabilità.
La pagina letteraria rende possibile la comprensione profonda dei fenomeni nella misura in cui riesce a concentrare nel testo (e a trasmettere al lettore) descrizione, narrazione e, al tempo stesso, riflessione ed emozione: è la combinazione di tali “ingredienti” che rende possibile la partecipazione del lettore alla costruzione del significato e all’interpretazione del testo.
C’è una grande varietà di testi letterari che costituiscono casi esemplari di descrizione e interpretazione di fenomeni particolari (si pensi, ad esempio, alle dinamiche di potere, al funzionamento delle istituzioni o delle organizzazioni, al mondo del lavoro) ai quali le scienze sociali dedicano risorse ed energie intellettuali cospicue senza ottenere risultati comparabili con quelli derivanti dalla lettura delle narrative: basterà citare a questo proposito le descrizioni dei mercati generali di Parigi proposte da Il ventre di Parigi di Zola, la lettura della burocrazia derivante da Gli impiegati di Balzac o da Il castello di Kafka, la folgorante analisi della fabbrica fordista contenuta nel Viaggio al termine della notte di Céline.
Tra i tanti temi su cui il contributo della letteratura è particolarmente fecondo, quello del lavoro trova nella riflessione proposta da Alberto Peretti (La sindrome di Starbuck e altre storie. Il lavoro attraverso la letteratura, Guerini e Associati, Milano, 2011) un contributo di grande interesse.
La scelta di campo dell’autore nel proporre la sua analisi del lavoro attraverso la letteratura è molto netta: il libro, scrive Peretti nella Premessa, “muove dall’idea che il lavoro sia prima di ogni altra considerazione, un’espressione dell’umano esistere e non un semplice strumento per guadagnarsi da vivere. Sono convinto che il lavoro, per diventare autenticamente produttivo, vada liberato dai paraocchi che lo hanno aggiogato agli apparati di produzione e alle loro logiche, reso docile bestia da soma intorpidita dalle parole dell’efficientismo e del profitto.  Penso che occorra guarire dall’accecamento che separa la produttività materiale dalla produttività esistenziale e spirituale.  Insomma, che un grande processo politico e culturale di civile convivenza sia possibile a partire dal lavoro. Anche da quello malato, offeso, banalizzato. Che chiede gli sia offerta una possibilità di riscatto” (p. 17).
Muovendo da un simile punto di vista, il volume offre al lettore un panorama molto ampio del modo in cui nel tempo la letteratura – dall’Antico testamento all’Iliade, dalla grande produzione rappresentata dal romanzo europeo dell’800 alla narrativa contemporanea – ha affrontato e trattato il tema del lavoro.
Il volume è strutturato in modo da proporre una serie di suggestioni e “concetti” legati al tema del lavoro (tra gli altri: identità, bellezza, creatività, onore, tecnica, ecc.); ciascuno di essi è affrontato e sviluppato attraverso la presentazione e l'analisi del personaggio protagonista di un romanzo o, più in generale, di un'opera letteraria in cui li lavoro ha una rilevanza particolare. Ne deriva, per ogni capitolo-tema-protagonista, una lettura che ci offre interpretazioni dense e ricche di stimoli che aiutano a comprendere la potenza descrittiva dei testi letterari così come la loro capacità di dar conto in maniera compiuta del fenomeno oggetto di analisi. Al punto da poter constatare come una pagina letteraria risulti spesso più rilevante ed efficace nella descrizione di un fenomeno sociale di quanto non riesca ad esserlo un’analisi scientifica puntuale e molto rigorosa.
Lasciando ai lettori il piacere di entrare direttamente in contatto con la ricca proposta di Peretti (essa ha anche una certa utilità didattica che si esprime attraverso una serie di rinvii tematici ai quali è riservato un approfondimento specifico al termine di ogni capitolo), mi limito qui a segnalare, a titolo puramente esemplificativo, il capitolo dedicato al protagonista de La chiave a stella di Primo Levi (il romanzo di Levi è recensito in questo stesso numero di “Formazione & Cambiamento” da Giuseppe Tacconi, autore tra l'altro, di un saggio di notevole interesse dedicato appunto al libro di Levi e al suo contributo all'analisi del lavoro: cfr.: G. Tacconi, Il mestiere del formatore secondo Primo Levi, in “Rassegna Cnos”, 32(2), 2016).

Dalla lettura di Levi proposta da Peretti, emerge non solo una figura vitalissima di lavoratore intelligente e creativo (il montatore di tralicci Faussone) che svolge la sua attività con lo spirito di chi usa la sua intelligenza per “dar vita al mondo, per trasformarlo e portarlo a maggior compimento” (p. 45), ma anche una visione del lavoro come processo in cui l’attività umana è sottratta alla logica reificante dell’economicismo imperante per essere restituita alla sua essenza di opera in cui si riversa la creatività e l’atto vivificante del soggetto in una dinamica che mentre da un lato esalta la dignità di chi lo compie, dall’altro vitalizza (“rende vivente” dice Peretti) il prodotto realizzato. Come si vede da questo cenno all’interpretazione leviana di Peretti, il lavoro incarnato dalla figura di Faussone è davvero un processo di emancipazione soggettiva dai vincoli insopportabili della riduzione meccanica e impersonale del lavoro mercificato.

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