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N° 8 / 2017 - Pratiche partecipative per l'apprendimento nelle organizzazioni

 

Le parole non ostili del Social Dreaming

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Social Dreaming è il nome che  Gordon Lawrence ha dato a un lavoro di costruzione creativa operato a partire dai sogni portati in un gruppo in cui  il sogno è considerato come materiale offerto (per i suoi soli significati narrativi, per i suoi  inneschi associativi, senza nessun collegamento di tipo clinico alla persona del sognatore), senza che se ne ricerchi una interpretazione o significato riconducibili alla storia personale di chi deposita il sogno, e reso invece per tutti materia utile per pensare pensieri nuovi. In sostanza, un antidoto alla sterilità dei dialoghi delle organizzazioni e del sociale nei momenti di stasi conservativa e di asfissia del pensiero (1). 

Possiamo dunque vedere il Social Dreaming come un metodo per scoprire il significato e la rilevanza sociale dei sogni al fine di costruire una narrazione partecipata. Perché una Matrice di Sogno Sociale sia possibile occorre che vi sia un gruppo disposto a condividere sogni e ad associare ad essi altri sogni e associazioni. Ogni matrice richiede la presenza di almeno un host, che ne mantenga rigorosamente il mandato: spazio e ascolto.  Le persone abituate alle esperienze di Social Dreaming sviluppano un linguaggio e una modalità di analisi e pensiero che è peculiare in chi riesce a guardare le cose attraverso (le associazioni), disvelando il possibile e le impreviste connessioni. E la metafora dell’utero richiamata dalla matrice (luogo madre) mantiene il gruppo (di sognatori) in uno spazio aperto e concavo, capace di ospitare, far crescere, e lasciar andare.

Ogni matrice è seguita e accompagnata da un dialogo sistemico con il passaggio da una modalità associativa a una modalità che diviene esplicitamente narrativa, e utilizzando la quale il singolo sognatore (che abbia o meno portato un contributo verbale nella matrice appena conclusa), può restituire al gruppo i suoi pensieri coscienti, le connessioni che ha ricostruito, le idee generate dal gruppo nel flusso.

Il Social dreaming quindi ha al suo interno una impostazione metodologica eversiva poiché si muove da una competenza di ciascuno e ciascuna, la competenza del produrre narrazione sognando, unita alla capacità di utilizzarla nella rete delle associazioni sia personali che di gruppo. Un gruppo educato alla ricchezza della narrazione a partire dalle associazioni, saprà introdurre così nuove trame, nuove ipotesi imprevedibili sui terreni della progettualità personale, gruppale, organizzativa e sociale; e accederà, infine, a quello che Gordon Lawrence definisce come infinito o non pensato, ovvero il luogo di una costruzione poetica della relazione con il mondo.

L’incontro con Gordon Lawrence è stato per me possibile grazie al prezioso lavoro fatto da lui in Italia, negli anni, con Lilia Baglioni e con Franca Fubini. E con loro tre che come Host ho imparato a condurre una matrice, a compimento delle diverse occasioni di Sogno Sociale che si erano svolte negli anni precedenti.  E’ per questo lavoro (e apprendimento in esperienza) che è sempre vivo, nel mio approccio, il  desiderio di sviluppare e proporre (a gruppi sempre nuovi e diversi) luoghi e occasioni capaci di facilitare l’emersione di pensieri e linguaggi nuovi.  E’ stata, e continua ad essere, una esperienza di straordinaria bellezza e ricchezza.

Il delicato percorso di ricerca svolto dopo nel tempo, attraverso interventi esperienziali e pratiche quotidiane, ha generato, in contesti anche molto diversi, occasioni di abilitazione di gruppi al sogno sociale. E con ciascuna persona incontrata la riflessione sul saper “tenere” vuoto il centro della matrice, difendendolo dall’attacco della ragione schematica o dell’interpretazione personale e del pre-giudizio, è stato un compito di apprendimento e formativo. Ogni pensiero che sia nato in matrice, amplificato e connesso, è stato trasformato in narrazioni, in ipotesi di lavoro comune, in progetti e visioni. Abilitare alla narrazione ha voluto e vuol dire abilitare persone a immaginare e immaginarsi nel presente e futuro, e a riconoscere la propria ed altrui capacità di far vivere occasioni esistenziali nuove.  

E’ per tutto questo che sento oggi di voler aggiungere ai pensieri raccolti negli anni, ancor prima e ancor più vivamente, il sapere che occorre pensare al Social Dreaming come strada ulteriore per ospitare dialoghi. Narrazioni, convivenze e parole “non ostili”. Come strumento di democrazia (e abbassamento della soglia del conflitto) attraverso il riconoscimento delle storie portate da tutti, attraverso l’ascolto (dei sogni e bisogni).  Strumento che può essere offerto per creare convivenza proficua, legittimo spazio per le storie narrate e narrabili.  E’ questo ultimo aspetto che sembra essere, oggi, ancor più rilevante: far nascere e facilitare gruppi nei quali ognuno possa essere parimenti competente, ascoltato, presente. E quindi, parimenti efficace, potente, e felice.  Da Gordon e Lilia non poteva venire una migliore eredità.

Or dunque, fra i facilitatori e i facilitati, in tempi così bui per il sociale e per il lavoro, chi ha il primo sogno?

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(1) N. Garofalo, "Social Dreaming, a misunderstanding virtuous in the name"- FOR, 2012

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