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N° 8 / 2017 - Pratiche partecipative per l'apprendimento nelle organizzazioni

 

Un dato di fatto emerge con chiarezza inoppugnabile nel contesto sociale, politico ed economico nel quale siamo immersi: il modo in cui le organizzazioni sono gestite non funziona più. E’ possibile inventarne uno interamente nuovo? E se è possibile, come potrebbero essere queste organizzazioni?
Questo è l’interrogativo di fondo che ha dato anima all’indagine di Frederic Laloux,documentata nel volume pubblicato in Italiano da GueriniNext. Il libro infatti racconta la storia di una dozzina di organizzazioni “pioniere”, appartenenti a vari settori (manifatturiero,energetico, alimentare, metallurgico,assistenza sanitaria e scuole),  con dimensioni da 100 fino a oltre 40.000 dipendenti, dislocate in varie aree geografiche. Sono organizzazioni che credono e si fidano  delle persone che lavorano a loro interno, investono sulle loro capacità, premiano la diversità e l'integrità, creando un ambiente che invita tutti coloro che vi lavorano a essere presenti come esseri interi e completi. E così sono in grado di produrre risultati incredibili a tutti i livelli. Non solo soddisfano le aspettative dei loro clienti, ma hanno personale felice che raramente si assenta dal lavoro.

Come lavorano queste organizzazioni? Cosa hanno in comune? Sono le questioni intorno alla quali si sviluppa l’intero volume.
Parte della risposta – afferma l’Autore - viene guardando non avanti, ma al passato” (pag. 28). Ogni volta che – sostiene l’A.- la specie umana ha cambiato il suo modo di pensare e osservare il mondo, ha scoperto nuovi e più potenti tipi di organizzazione che hanno determinato un salto nella sua capacità di collaborare, producendo modalità di volta in volta più innovative, in grado di apportare grandi miglioramenti nella vita privata e professionale.

Laloux descrive le tappe dell’evoluzione dei modelli organizzativi nella prima parte del libro, utilizzando per la loro identificazione uno spettro cromatico assunto dagli studi di Ken Wilber. A ogni codice colore corrisponde una descrizione di una cultura organizzativa e a quest’ultima viene associata una metafora. Ogni stadio ha le sue luci e le sue ombre, dettagliatamente descritte dall’A. Ogni paradigma include e trascende il precedente. “Se l’evoluzione fosse musica, gli stadi dello sviluppo umano sarebbero le note musicali, che vibrano a un certa frequenza. Gli esseri umani rappresenterebbero le corde musicali, capaci di suonare tante note diverse. La gamma di note che gli individui sarebbero in grado di suonare dipenderebbe dalla gamma di tensioni che essi hanno imparato ad accogliere” (pag.65)
Qual è la partitura musicale che sta emergendo dalle tensioni che questo momento storico ci consegna? Quali nuove tensioni siamo chiamati ad accogliere?

Secondo l’A.  dai limiti e dalle sconfitte del presente comincia a delinearsi un nuovo stadio di coscienza,  che  egli contrassegna con il colore “Teal” (colore delle foglie di thè) che configura un nuovo modello organizzativo.
Tre, per l’A., i fondamenti delle organizzazioni “Teal”, emersi dall’osservazione delle dodici Aziende oggetto della sua ricerca e dettagliate nella seconda parte del libro.  L’articolazione in unità auto-organizzate che lavorano attraverso un sistema di relazioni paritarie, senza necessità di gerarchie. Ciò consente decisioni rapide e più efficaci e costruisce una rete di laedership diffusa: ciascuna persona risponde del suo operato a tutti gli altri membri del gruppo di lavoro e quest’ ultimo non è monitorato da un capo o da una funzione centrale, ma da tutte le altre unità di lavoro dell'organizzazione. Le persone che vi lavorano sono incoraggiate a lasciar cadere “la maschera professionale” che separa la vita dal lavoro e a essere ed esprimere pienamente se stesse nel lavoro. Ciò è in grado di liberare forze vitali autentiche che nessun intervento di engagement potrà mai attivare. Le organizzazioni “Teal” infine, come ogni organismo vivente, hanno un senso di direzione e di crescita proprio. Il proposito evolutivo dell’organizzazione è l’esito di un percorso di crescita collettivo che rende evidenti le connessioni e le convergenze tra ciò che individualmente si è chiamati a fare e quanto si può realizzare collettivamente. L’agire dell’organizzazione emerge così da un nucleo vitale profondo che è personale e collettivo insieme. La crescita di ciascuno è contestualmente crescita dell’organizzazione e il perseguimento della propria vocazione personale incontra ciò che l’organizzazione aspira a realizzare.
Il compito del laeder è creare le condizioni perché questo accada. Egli guida attraverso l’ascolto, intuisce dove l’organizzazione è pronta ad andare e ne asseconda il cammino.

Come fare?  Il libro descrive e studia con minuzioso dettaglio, nella terza parte del libro, le condizioni necessarie, le strutture, i processi, la cultura implementati dalle 12 organizzazioni studiate che hanno consentito loro di evolvere verso il paradigma “Teal” e di conseguire gli straordinari risultati in apertura evidenziati.
Reiventare le organizzazioni è una ricerca pionieristica, evidenza viva di un dinamico movimento verso nuovi modelli di produzione e lavoro che pongono al centro le persone, liberando le loro risorse per il benessere del singolo, dell’organizzazione, dell’ambiente.

Nel campo delle scienze sociali è ormai da tempo riconosciuta la rilevanza della narrazione (e più in generale dell’opera letteraria) non solo per il suo contributo alla conoscenza dei fenomeni sociali (dei quali spesso fornisce interpretazioni di particolare precisione ed efficacia: molti classici della letteratura esibiscono uno spessore analitico di tutto rispetto e comunque molto più penetrante della maggior parte dei resoconti di ricerca condotti secondo stilizzazioni che rispondono all’ortodossia dell’argomentazione scientifica), ma anche per l’influenza esercitata sul terreno della produzione dei testi che danno conto degli esiti del lavoro di ricerca sul campo (da quest’ultimo punto di vista, è fondamentale il ruolo della cosiddetta “svolta narrativa” nelle scienze sociali riconducibile a Lyotard e a Bruner che, mentre mette in discussione le modalità classiche dell’esposizione dei dati di ricerca,  rivaluta e rilancia l’importanza della scrittura e, in particolare, della sua capacità di rendere narrativamente dense le descrizioni degli oggetti d’indagine).

Il terreno più fertile per lo sviluppo di una simile prospettiva è certamente l’etnografia –  da considerare come metodo di lavoro sul campo e, al tempo stesso, come il resoconto scritto dei risultati di tale lavoro. Essa accomuna l’attività degli antropologi e dei sociologi che privilegiano nella loro attività gli approcci qualitativi di ricerca e trova nella letteratura un punto di riferimento e una fonte d’ispirazione di notevole importanza (basti pensare, tra i classici, a Zola, Balzac, Maupassant e, tra i contemporanei, a Céline, Primo Levi e a tanti altri).

Se dunque l’interesse delle scienze sociali (e del metodo etnografico in particolare) per la narrazione come punto di riferimento per il lavoro scientifico è un fenomeno abbastanza consolidato, c’è da notare come da qualche tempo, nella letteratura, si stia manifestando una tendenza piuttosto singolare ad assumere come focus tematici privilegiati le modalità e i contesti di lavoro dell’etnografia (e degli etnografi). Un caso esemplare di un simile orientamento è il romanzo Euforia di Lily King (ho avuto modo di parlarne nella recensione pubblicata sul n. 4 di “Formazione & Cambiamento”) che racconta le vicende di tre giovani antropologi (due di loro diventeranno famosi ed avranno una notevole influenza nelle scienze sociali del Novecento) e del loro lavoro di ricerca in un contesto particolarmente problematico.

Altrettanto interessante è il romanzo di Mischa Berlinski Ricerca sul campo che vorrei segnalare all’attenzione dei lettori per la sua ricchezza di personaggi, di luoghi, di situazioni e di storie che corrono in parallelo per convergere in un ordito narrativo di grande spessore  –  il tutto reso con una freschezza di scrittura sorprendente e con una particolare capacità di intrecciare e mescolare insieme suggestioni narrative e lavoro di ricerca, descrizioni dense di contesti “esotici”, di riti locali e passioni intensamente vissute dai protagonisti.
L’io narrante è Mischa Berlinski, l’autore del romanzo che, seguendo la sua compagna trasferitasi in Thailandia per ragioni di lavoro, immagina di poter trascorrere in quel paese un lungo periodo di riposo interrotto di tanto in tanto da qualche corrispondenza giornalistica e da qualche incursione esplorativa in aspetti particolari della cultura locale. Ma come spesso accade, anche nel caso di Mischa, il legame tra le intenzioni soggettive e le vicende reali della vita è piuttosto debole: il suo programma è letteralmente sconvolto da due fattori cruciali che intervengono ad indirizzare altrimenti la sua permanenza in Thailandia.

Da un lato il caso che porta Mischa ad imbattersi in un evento insolito non meno che misterioso: la vicenda di Martiya van der Leun (un’antropologa americana impegnata da anni in una ricerca sul campo condotta su una tribù che vive sulle montagne del Nord del paese) suicidatasi nel carcere thailandese dove scontava una condanna per omicidio. Dall’altro, la curiosità per una vicenda piuttosto oscura ed ingarbugliata che innesca una pulsione ossessiva orientata a scoprire le ragioni dell’epilogo drammatico della vita della ricercatrice e, al tempo stesso, a ricostruire la fitta trama delle vicende che hanno generato un simile esito.

È soprattutto la curiosità, quella particolare facoltà della mente – sostenuta da una spinta emotiva intensa e costante – grazie alla quale siamo portati ad interrogarci sul senso e sul perché dei fenomeni, che porta Mischa alla ricerca spasmodica di qualsiasi indizio che possa svelare i dettagli del crimine commesso dalla studiosa. Esattamente come farebbe un esperto ricercatore, si impegna in un lavoro on the field sistematico ancorchè caotico e senza precisi orientamenti informativi che vadano oltre le scarne notizie che muovono la sua curiosità iniziale. Si trova così immerso in un lavoro di raccolta di testimonianze, lettere, ricordi dai quali a poco a poco affiorano i tratti sempre più precisi della misteriosa antropologa (e della sua tormentata biografia) e si delinea il processo (a sua volta orientato da curiosità per l’”esotico”), che l'ha spinta nella Thailandia periferica per studiare la tribù dei Dyalo e in particolare il dyal, il loro rituale della semina del riso. L’ostinata ricerca di Mischa giunge, al culmine di un lavoro puntiglioso e sfibrante, a ricostruire (e svelare) il puzzle complicatissimo di eventi, motivazioni e storie in cui spicca non solo la vicenda esistenziale tormentata di Martiya, ma anche la fitta trama dei legami tra la donna e la famiglia della sua vittima, i Walker, missionari di origine americana che da tre generazioni vivono in Asia spostandosi da un paese all’altro in attesa della fine del mondo.
Il tratto di maggior interesse del libro – oltre ai suoi numerosi pregi non ultimi quello di una scrittura fresca e brillante e quello di un ritmo narrativo coinvolgente – è costituito, a mio modo di vedere, dalla costruzione stessa del racconto che ci propone la storia di due ricerche sul campo diacronicamente distinte, ma che si rincorrono e si incrociano intrecciandosi più volte: la ricerca di Martiya sui Dyalo e sui loro riti magici (che finiscono per coinvolgerla al punto da dimenticare il suo compito di studiosa per confondersi con il suo “oggetto” di studio) da un lato e, dall’altro, la ricerca di Mischa su Martiya, sulle sue vicende personali, sulla sua storia professionale e sulle sue scelte scientifiche ed esistenziali.

Da questo punto di vista, ciò che rende Ricerca sul campo stupefacente e assolutamente da leggere è la capacità dell’autore di proporci un testo che, senza nulla togliere alla forza espressiva e alla costruzione dell’ordito della narrazione, fa trasparire (mai esibita, ma nettamente percepibile –  sia pure in filigrana) una robusta competenza metodologica che propone un’ulteriore chiave di lettura: il romanzo è anche una brillante etnografia dotata di un retroterra “tecnico” di notevole spessore.  

Il recente volume sulle soft skills curato da Marina Pezzoli per Franco Angeli è un contributo che arricchisce ulteriormente il dibattito sui temi dell'industria 4.0 in atto nel nostro paese da alcuni mesi – alimentato tra l’altro, dalle ipotesi innovative contenute nel “Piano Nazionale Impresa 4.0” che prevedono rilevanti incentivi per la formazione in azienda (su questo cfr. l’ottima sintesi giornalistica di Fabrizio Patti su “L’InKiesta” del 21 sett. 2017) – ed è un ottimo pretesto per recuperare su un terreno del tutto nuovo il tema delle competenze che per molti anni ha interessato il dibattito sulla formazione.

Che le soft skills fossero già al centro dell’attenzione nelle interpretazioni più lungimiranti delle dinamiche delle società contemporanee, dell’evoluzione delle forme organizzative e delle caratteristiche del lavoro è un dato di fatto acquisito da tempo tra gli addetti ai lavori più avveduti. Basterà ricordare le grandi analisi che, tra gli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso, hanno descritto l’avvento del postindustriale (e penso alle “profezie” sociologiche di Bell, Touraine, Toffler, Crozier) individuando alcune delle macro-tendenze che costituiscono i tratti più rilevanti delle società contemporane: (i) centralità economica dell'alta tecnologia e dei servizi; (ii) globalizzazione delle relazioni e degli scambi e dei fenomeni culturali; (iii) instabilità dei mercati con conseguente crisi di ogni ipotesi di pianificazione di lungo periodo della produzione; (iv) crucialità dei processi di generazione, acquisizione, trasformazione e distribuzione delle conoscenze. Emerge a tutto tondo, già da quelle prime analisi, la rilevanza, per le organizzazioni maggiormente esposte alla competizione internazionale, della capacità di innovare e di trasformare. E poiché l'innovazione è in larga misura legata alla possibilità di generare nuova conoscenza a partire dall'esperienza accumulata nelle pratiche lavorative, risulta evidente quanto sia prioritaria l’attenzione alla conoscenza e all'investimento in ricerca e in saperi innovativi.
L’insieme di questi fenomeni interessa la produzione e la riproduzione del sapere sociale disponibile e configura dinamiche e processi di inedita complessità che riguardano in primo luogo la stabilità e la persistenza temporale delle conoscenze. Esse hanno perso la solidità di un tempo, attraversate come sono da incessanti processi di trasformazione e di continua messa in discussione.
Siamo dunque immersi in un processo ininterrotto di cambiamenti la cui accelerazione – con maggior evidenza negli ultimi 10 anni – ha sconvolto il panorama delle nostre realtà sociali prima ancora che aziendali ed organizzative (con conseguenze rilevanti sia sul versante delle economie dei paesi, sia su quello dei destini occupazionali e quindi esistenziali di molti milioni di persone).

È questo il quadro di riferimenti entro cui collocare il discorso sulle soft skills (o competenze relazionali, come preferirei definirle in quanto tale formulazione mette al centro la capacità dei soggetti di entrare flessibilmente in relazione, quale che sia il contesto in cui agiscono, con tutte le “realtà” individuali, collettive, materiali e immateriali che la vita organizzativa quotidianamente propone).

Su questo terreno il volume collettaneo curato da Pezzoli raccoglie una serie di contributi che riflettono – a partire dai dati di un’indagine su un certo numero di aziende del nord-est commentati nel contributo firmato da E. Cerni e M. Vianello – sui cambiamenti che hanno sconvolto il mondo del lavoro sotto la spinta dei fenomeni ai quali ho fatto riferimento e, soprattutto, in seguito alla grave e lunga crisi economica che nell’ultimo decennio ha investito il pianeta. Le imprese che sono riuscite ad emergere con successo dal tunnel della crisi sono quelle che hanno saputo fronteggiare adeguatamente le sfide intrecciate del cambiamento e della crisi mettendo in gioco la loro capacità di innovare concentrandosi innanzitutto sulla trasformazione dei modelli organizzativi e sulla centralità delle competenze.
Davanti ai vincoli e alle opportunità del cambiamento, diventava ineludibile il superamento delle forme organizzative tradizionali (basate sulla stabilizzazione delle conoscenze, sulla burocrazia, sulla gerarchia, sulla specializzazione, sull’integrazione verticale/orizzontale, sulla standardizzazione, sul controllo) e l’assunzione di logiche rispondenti alle esigenze del nuovo contesto relazionale, culturale e produttivo della società.

E poiché i tratti salienti dei modelli organizzativi emergenti tendono a privilegiare soluzioni che aiutino a fronteggiare l’instabilità dell’ambiente, la frammentazione dei mercati, la moltiplicazione dei soggetti e che, al tempo stesso, siano in grado di sfruttare i vantaggi connessi alle potenzialità delle nuove tecnologie di produzione, ecco allora prendere forma configurazioni organizzative basate sulla logica reticolare, sul parziale appiattimento delle gerarchie, sulla diffusione della comunicazione orizzontale, sul decentramento delle responsabilità, sul depotenziamento delle separazioni rigide tra settori della stessa organizzazione, sulla valorizzazione della conoscenza e soprattutto sulla centralità delle soft skills, ossia di quelle competenze eminentemente relazionali e sociali che consentono agli individui e alle organizzazioni capacità di adeguamento (ma anche di proattività e di anticipazione) rispetto alle variazioni sempre più frequenti degli ambienti di riferimento.

Il problema cruciale – assumendo l’allarme contenuto nei dati del World Economic Forum di Davos (2016) secondo cui un terzo delle soft skills necessarie nel 2020 oggi non sono considerate strategiche dalle imprese – diventa allora quello di promuovere un processo generalizzato di sensibilizzazione che coinvolga il ventaglio più ampio possibile di attori sociali e istituzionali (dai governi alle forze sociali, dalle scuole alle imprese) e che sappia veicolare l’idea secondo cui nelle condizioni delle società contemporanee l’apprendimento e la  “manutenzione” continua delle competenze (quelle di base certamente, ma quelle relazionali soprattutto), diventa la conditio sine qua non per entrare (e rimanere) nei mercati del lavoro di oggi e dell’immediato futuro.
In sintonia con tale assoluta necessità, il volume curato da Pezzoli ha l’innegabile merito di sollecitare il dibattito e la riflessione sulle nuove professioni – ben sapendo che la riflessione debba essere accompagnata dai necessari svolgimenti in termini di iniziativa e di misure concrete.

Un manuale per gli specialisti, un testo di studio per gli studenti, un saggio per i pensatori di ogni età la cui curiosità e vivacità intellettuale li spinge ad approfondire le tematiche tradizionali ed innovative legate alla comunità educativa e lavorativa. Un’analisi immersiva e propulsiva che sospinge alla fertilizzazione e contaminazione di modelli pedagogici integrati alle nuove tecnologie.

Dalle lettere di Platone a Dionigi di Siracusa alle sperimentazioni dello spazio 3.0, i “dialoghi educativi” popolano menti, cuori e corpi dell’uomo millenario. Stefania Capogna, ricercatrice sociale, esperta di Education e distance learning, nel suo testo Scuola Università E-learning, un’analisi sociologica si prende carico del sostanziale contributo dell’applicazione delle nuove tecnologie ai processi di apprendimento, fin dalla nascita dell’educazione per corrispondenza e l’apertura della prima università a distanza, la “Open University” in Inghilterra.

Un'analisi storica dettagliata, che illustra come il concetto di “educazione/formazione a distanza” sia insito nella natura intellettuale, emozionale e comportamentale dell'uomo fin dall'antichità. Gli strumenti contemporanei, frutto della tecnologia attuale, permettono la diffusione e l'applicazione di un bisogno “antropologico”. La scorrevolezza stilistica e la puntualità delle informazioni rende il manuale particolarmente piacevole, favorendo la comunicazione tra lettore e autrice.

Come si inserisce la dimensione tecnologica in uno scenario sociale che non può prescindere dal riconoscere la centralità di ogni individuo e il suo diritto-dovere di realizzarsi pienamente nella vita? Studiare la relazione tra educazione e società evidenzia come i cambiamenti socio-culturali, economici, politici, tecnologici influiscano sulla stessa struttura sociale e sulle sue istituzioni.

Il libro di Capogna ha il pregio di percorrere un doppio binario con leggerezza e profondità: il passato e il presente verso un bisogno pulsante, in particolare della comunità educante, la capacità di gestire le nuove tecnologie in modo produttivo e responsabile.  Oggi risulta sempre più stringente la necessità di oltrepassare le barriere disciplinari e avviarsi verso una fertilizzazione reciproca. Una contaminazione interdisciplinare che avvalendosi della tecnologia ha la facoltà di creare una formazione in linea con lo spirito del tempo.

La sociologia, si mostra il campo di studio ideale per fornire un’analisi attuale e reale, basandosi su dati quantitativi e qualitativi dell’inevitabile trasformazione che le nuove tecnologie comportano non solo a livello educativo, ma in ogni aspetto che coinvolge l’uomo, la sua relazione con l’altro e con la comunità.

L’autrice, dopo un suggestivo excursus sull’evoluzione dei sistemi di apprendimento a distanza, tra cui il richiamo alla nostrana Radio Elettra che dal 1951 iniziò ad erogare corsi di formazione professionale, ripercorre le principali teorie interpretative nate nell’ambito della sociologia dell’educazione rapportandole alla “sociologia del web.

La dimensione reticolare del web crea ambienti tecno-sociali in cui i giovani, come ci insegna Capogna, vivono forme estese e ricomposte nella relazione con il gruppo dei pari e con la società. L’effettiva competenza digitale è acquisita in ambienti non formali e la sfida delle nuove metodologie di insegnamento si annida proprio nello strutturare percorsi istituzionalizzati all’interno delle agenzie di socializzazioni come la scuola e l’università.

Da questo punto di vista, i docenti svolgono un ruolo essenziale nella cultura dell’insegnamento/apprendimento in e-learning, promuovendo le competenze digitali non in opposizione alla didattica, ma integrandole, potenziando così gli stili di apprendimento individuali e di gruppo. Il “nativo digitale” è immerso in una condizione socio-antropologica che risente profondamente dell'ambiente digitale; ignorare questo processo equivale ad “allevare” personalità fuori dalla loro contemporaneità.

Le potenzialità della formazione tramite piattaforme digitali, si sviluppano e si articolano su vari livelli: formazione integrata a quella in presenza, corsi gratuiti online che rafforzano la formazione della persona, corsi universitari online che creano spazi di apprendimento e di scambio digitale.

Gli esempi di sperimentazione e degli usi di ICT all’interno dei sistemi educativi testimoniano la vivacità e la contaminazione di sistemi di informazione, comunicazione e apprendimento che scorrono nelle vene delle scuole e delle università in Italia.

Un vivaio di idee da dove lanciare la sfida di un approccio di sistema nell’uso delle nuove tecnologie nei processi insegnamento. Sperimentare, monitorare e valutare l'insieme dei possibili modo di integrazione delle ICT nella didattica, arricchendo e diversificando le sue potenzialità è uno dei doveri delle scienze sociali. Adottare un sistema di e-learning significa ripensare il modello/modelli pedagogici e gli ambienti di apprendimento.

Una sfida che la sociologia con “la sua capacità di ricostruire il quadro sociale di riferimento, potrebbe, forse dovrebbe, svolgere un ruolo di leadership nella costruzione di scenari per assistere i responsabili politici nella trasformazione del sistema di istruzione verso un modello di apprendimento più aderente alle necessità della società della conoscenza del XXI secolo”.

Le buone prassi descritte nel volume costituiscono un forte stimolo a rafforzare il cammino intrapreso, senza dimenticare che i dispositivi tecnologici mutano il modo in cui si entra in relazione con gli altri, ma non annullano e non sostituiscono in alcun modo il bisogno intrinseco di relazione che distingue il soggetto che può riconoscersi come tale solo in uno scambio intersoggettivo con l'altro da sé. 

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