La Grande Dissonanza (Cognitiva)

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Nel pieno della pandemia da Covid 19, intorno a me vedo una distesa di macerie. Sono le macerie delle certezze granitiche che molti di noi hanno frapposto davanti a qualunque ipotesi di cambiamento, di comprensione del mondo e, perché no, di azione per renderlo un po’ migliore.
Sono calcinacci, pezzi di muro, mozziconi di frasi autoreferenziali, di quelle che iniziano con “Io io io…” e finiscono nel nulla, brandelli di paraocchi che impedivano di guardare un po’ più in là.
Perché questo strano dopoguerra senza una vera guerra (intendo di quelle con le bombe che cadono sulle persone e sulle case) è una Grande Dissonanza Cognitiva: un contrasto totale tra idee, ipotesi atteggiamenti, credenze e la realtà delle cose (perché la realtà esiste e ha la testa dura).
La stessa idea di “dissonanza cognitiva”, proposta da Leon Festinger alla fine degli anni ’50, non è priva di fascino e di storie intriganti. Come quella della setta di Dorothy Martin che, convinta di essere in corrispondenza con gli abitanti del pianeta Clarion, era sicura che il 21 dicembre 1954 ci sarebbe stato un secondo diluvio universale. Si sarebbero salvati solo i migliori, cioè i membri della setta, raccolti da una novella Arca proveniente, manco a dirlo, proprio da Clarion. Al momento dell’appuntamento, però, nessun disco volante. E, probabilmente, nemmeno un po’ di pioggia…
E adesso? Cosa apprenderemo da questa esperienza che nessuno, ma proprio nessuno di noi, aveva messo in conto nella sua visione del futuro.
Secondo me tre cose, che ci cambieranno la vita…


Spostare i bit
Non oso pensare a cosa sarebbe successo se internet e le reti di comunicazione digitale non facessero già parte della nostra vita. Fino a poco fa, però, non ne avevamo tratto tutte le conseguenze.
Già nel 1995 Nicholas Negroponte aveva sintetizzato l’innovazione digitale con una fortunata formula: far viaggiare i bit, non gli atomi. Quelli che compongono le cose e i corpi.
Nella società della conoscenza, molti di noi (non mi azzardo a fare numeri, diciamo la maggior parte) lavora elaborando informazioni. Non solo gli scrittori, i giornalisti e gli informatici, ma tutti quelli che lavorano in un ufficio o dove si maneggia denaro (che è informazione sotto mentite spoglie). E allora perché andare tutti i giorni in ufficio o in banca?
Qualcuno, in realtà, la domanda se l’è posta da un po’ e ha inventato il concetto di smart working che si può banalizzare con: accendo il portatile nel parco e faccio il mio lavoro come e meglio di prima. Se poi devo fare una riunione, ci sono i sistemi di videoconferenza. Già… Tutto facile? No, perché ecco frapporsi una cinta muraria, con torri, casematte, fossati e ponti levatoi (alzati): “internet non funziona”, “i documenti su carta si leggono meglio”, “ho bisogno del rapporto con la penna” (giuro che l’ho sentita), “non so accendere il computer”, “qui hanno tutti più di cinquant’anni”, “dobbiamo timbrare il cartellino”, “voglio vedere le persone in faccia” e poi gli hacker, la privacy, la sicurezza, lo stress… Risultato: tutti in macchina dalle 8 alle 9, città invivibili, orari rigidi, tutti in fila davanti allo sportello, inefficienza, spreco. Intollerabile spreco di vita e di risorse.
Adesso, in pochi giorni, lo smart working da privilegio da assegnare col contagocce (e sempre “in via sperimentale”, per carità) è diventato un obbligo, senza nessun dirigente o capufficio che si metta di traverso. Chi ha comprato il computer il primo giorno del “tutti a casa”, chi lo ha rispolverato, chi lo ha rubato al figlio e chi, invece, ne faceva già un uso continuativo: tutti a scoprire le extranet aziendali, le vpn, la firma digitale e le delizie di Messenger, Skype, Teams, Zoom e aule virtuali. Facendo funzionare wi-fi, stampanti, telecamere e microfoni. Maledicendo chi non ha dotato per tempo la zona di una rete in fibra, perché non ha capito che internet è importante quanto la luce e il telefono.
E poi i fablab (anche amatoriali) che, scambiandosi online disegni e progetti, con le loro stampanti 3D hanno trasformato maschere da sub in respiratori per le terapie intensive e costruito le introvabili protezioni per gli ospedali.
Sono milioni di persone che hanno imparato qualcosa di nuovo. E che si sono rese conto, finalmente, che lavorare in un modo diverso è possibile, comodo e a volte piacevole.
Quanto tutto questo sarà finito, saranno in molti a non avere troppa nostalgia delle attese alle fermate, delle metropolitane affollate, delle code ai semafori e dei climi organizzativi Fantozzi-style. Capendo che lo smart working si chiama “smart” perché è una cosa intelligente: fa muovere le informazioni invece delle persone e così può salvare le nostre città.
E i rapporti umani? Qui entra in gioco il secondo apprendimento importante…


Abbiamo bisogno gli uni degli altri
Meno male che c’è internet e meno male che c’è il telefono, perché mai come adesso abbiamo bisogno, bisogno “fisico”, di sentire la presenza degli altri, la loro vicinanza, di guardarli (se possibile). Anche i più orsi tra noi riscoprono la loro natura di animali sociali.
Ma l’aspetto più importante è quello politico, nazionale e internazionale. Perché di fronte a una crisi mondiale nessuno si salva da solo.
Facile a dirsi, ma dentro di noi c’è da sconfiggere la seduzione delle idee sovraniste: “Padrone a casa mia”, “Ce la faccio da solo” e “Prima io…”.
Come si fa a dire che a casa sua uno non può fare quello che gli pare: andare in giro in slip, abbattere un tramezzo, chiudere un balcone, dotarsi di proprie leggi e obbligare gli altri a rispettarle, sfruttare una risorsa naturale? Peccato che il termine “casa” si applichi a un po’ troppe cose e che le case siano vasi comunicanti. Il principio “padrone a casa mia” già vacilla in balcone, dove l’osceno l’alluminio anodizzato deturpa il paesaggio di tutti. E non funziona pe niente quando per “casa” intendiamo la città, la regione, il Paese e il mondo.
Così quelli di “Prima gli Italiani” si scontrano presto con quelli di “Prima i Francesi”, “gli Inglesi”, “i belgi”, “gli sloveni” e poi si frantumano sempre di più: “Prima i Lombardi”, “i Friulani”, “i Lucani”, “i Romani”, “i Reatini”, “quelli di Testaccio”… Di fronte a un virus che ignora le carte geografiche, le barriere invalicabili, i comprensori esclusivi, serve una risposta collettiva che i leader sovranisti non sono in grado neanche di pensare. E così, mentre scrivo, uno di loro è in terapia intensiva dopo aver inneggiato all’immunità di gregge, un altro parla di uscita dal tunnel mentre i morti crescono di giorno in giorno, un terzo chiede a gran voce la riapertura delle chiese per mettersi sotto la protezione di Maria (donna, peraltro, palestinese).
La grande forza dell’uomo è la sua capacità di collaborare. Ed è questo il secondo grande apprendimento.
Ancora più necessario per via di una terza, grande, questione.


Non siamo (più) i padroni del mondo
Non siamo più i padroni del mondo. Non lo eravamo neanche prima, ma adesso ce ne siamo accorti davvero.
Per capire la natura profonda del cambiamento dobbiamo fare un doppio salto indietro, all’origine dell’epoca moderna e all’origine della nostra vita individuale, perché è lì che si vedono all’opera i potenti motori dal comportamento e dell’organizzazione sociale. Perché il bambino di pochi mesi, all’alba della vita non è quell’innocente pargoletto che vediamo nella pubblicità: è tutto un ribollire di vita fantastica e di pulsioni potenti e senza limiti. Ce ne interessano due: l’avidità di una bocca smisurata che vuole ingoiare il mondo e la furiosa, paranoica, aggressione dell’estraneo.
L’idea geniale del capitalismo è usare proprio l’avidità come motore dello sviluppo, al grido di “arricchitevi e lasciate fare alla grande mano invisibile del mercato”. Ammettiamolo: per un bel po’, la cosa ha funzionato, portando un progresso esplosivo, un benessere diffuso - almeno nella parte “giusta” del mondo – e l’idea di libertà individuale. E poi, come base sociale l’avidità è sempre meglio della paranoia che, eretta a sistema, porta al nazismo.
L’onnipotenza che ci fa credere i padroni del mondo è la stessa del bambino di pochi mesi: non ha limiti interni. Chiedete a un imprenditore “Fino a quando vorresti crescere?” e sentite cosa risponde.
Quella che abbiamo creato è, però, una macchina dal motore potente senza sistemi di guida efficaci e con freni inadeguati. Impossibile elencare le storture dell’avidità fatta a sistema. Ne butto giù qualcuna, tanto per riflettere:
•    La pretesa di crescere continuamente per produzione, vendite, ricavi, profitti, PIL.
•    Il disprezzo dei beni comuni, che come tali non hanno valore. Da qui l’inquinamento, il depauperamento delle risorse naturali, il riscaldamento globale.
Esempio paradigmatico: usiamo materiali indistruttibili per farne contenitori usa e getta, solo perché costano poco e lo smaltimento non rientra nel computo.
•    La svalutazione delle persone se non producono/posseggono/spendono denaro.
•    La produzione di beni e servizi inutili o dannosi: l’obsolescenza programmata, l’invenzione della moda che costringe a riacquistare il guardaroba ogni anno e il mercato delle droghe (che in effetti un servizio lo offrono, ma fanno malissimo).
•    L’esaltazione della concorrenza, nonostante un intrinseco paradosso: la concorrenza è molto meno efficiente della cooperazione e della condivisione.
•    Il conflitto insanabile tra successo e regole, percepite come “lacci e lacciuoli”.
Sono storture non casuali e non accessorie che oggi mettono in gioco la nostra stessa esistenza. Molti di noi ne erano consapevoli da tempo, ma gli effetti di queste storture avevano il difetto di essere troppo lenti per smuovere la maggior parte del genere umano.
Fino ad oggi.
Questa pandemia, che ci costringe alla prima Pasqua di reclusione, non è la fine del mondo: non è niente di fronte a quello che può accadere se non cambiamo rotta. Ma resta un’ammonizione severa, un cartellino giallo per l’umanità intera. Il coronavirus ci ricorda che l’avidità ha un limite. E, di conseguenza, che l’unica meta ragionevole non è crescere all’infinito, ma produrre meglio, distribuire in modo equilibrato le risorse, smettere di competere per iniziare a collaborare (vedi sopra).
Se proprio ci piacciono gli obiettivi sfidanti, abbiamo un mondo intero da aggiustare (con buona pace di chi predica la fine del lavoro).


Come è andata a finire
Il nostro modo di lavorare, vivere e pensare è andato a sbattere contro un ostacolo e si è rotto. Uno shock, una dissonanza cognitiva, dicevamo. Ma come vanno a finire queste cose?
Sappiamo che dopo la grande delusione, nessuna astronave e nemmeno un po’ di pioggia, i membri della setta se ne tornarono a casa (a meno che non l’avessero già venduta). Poi in molti abbandonarono la setta e probabilmente hanno imparato a usare la testa. Per gli altri fu la stessa Dorothy a trovare la soluzione: Dio in persona, vedendo una gran luce nell’universo (ovvero loro stessi) aveva deciso di sospendere il Diluvio, risparmiando loro la fatica di cambiare idea. E dimostrando a Festinger e ai suoi collaboratori infiltrati nella setta che esiste un principio economico anche nella testardaggine.
E noi, che faremo quando tutto questo sarà finito? Ci aggiusteremo le cose alla Dorothy Martin per continuare come prima o prenderemo al volo l’occasione di cambiare il mondo?