Apprendere ad apprendersi. Ipotesi e tesi dentro e dopo la pandemia

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Se è vero che tutto è fumo
perché lo spavento
è così vero
l’amore così duro?

(Franco Arminio)

I sentieri vanno errando.
Ma non si smarriscono

(M. Heidegger)

“Oggi, in questa notte, ognuno di noi può domandarsi: qual è la mia Galilea? Dov’è la mia Galilea? La ricordo? L’ho dimenticata? Sono andato per strade e sentieri che me l’hanno fatta dimenticare. Signore, aiutami: dimmi qual è la mia Galilea… sai, voglio ritornare là per incontrarti, e per lasciarmi abbracciare” (Papa Francesco)




Questo numero della nostra rivista, e la riflessione fondativa che veicola con la presentazione oggi di queste 14 Tesi sull’apprendimento, esce nei giorni che vedono consolidarsi l’esperienza della distanza sociale come primaria riserva di sicurezza e autodifesa, durante e dopo la brutale pandemia che si è generata con la diffusione (non ancora sconfitta) del Covid19.

Fra i sintomi che inequivocabilmente annunciano la pratica del virus in un organismo umano troviamo la sparizione di due dei sensi fondamentali per la prio ed etero percezione: l’olfatto e il gusto. Questi due sensi, che scompaiono nella durata nella malattia, vengono infine recuperati, molto lentamente, soltanto nel dopo. Nei tempi lunghissimi della convalescenza, e persino dopo di essa. Il corpo umano, quindi, nell’esperienza del Covid19, è anche un corpo mutilato di senso.

Le abitudini sociali delle nostre comunità, prima fondate su forme miste di prossimità e contatto (da quelle più intime dei vissuti quotidiani personali e familiari fino a quelle più formali ma anche eterodosse delle convivenze sociali) si presentano ai nostri occhi in una luce di costante straniamento, che offusca la vista e ci restituisce, noi e gli altri, in un diverso panorama, un panorama nuovo, che potremmo definire l’intoccato. Un inviolato nella violazione che si consolida nell’ammalarsi, e troppe volte nel morirne.

Le pratiche di apprendimento a cui la reclusione forzata dei giorni ci hanno educati ed educate sono tante e rilevanti, e capaci di sorprenderci. Abbiamo appreso in fretta, anche i più resistenti, a video telefonarci, fare la spesa online, fare di casa il luogo del lavoro e del lavoro la speranza della casa; Imparato a disabituarci al bacio e al viaggio, far dell’abbraccio un lusso con sudario, mischiarci solo a noi nella tormenta e nel tormento dei non so. Ci hanno educati a ritornare in fila all’angolo del pane, come se fossimo dei fotogrammi, fra fantascienza e neorealismo: scordare il bacio della buonanotte, essere padri e madri degli anziani genitori, dover ridire loro ogni mattino: non posso proprio entrare in casa tua, fa come se io fossi lì.

Ed abbiamo infine imparato a recuperare, in corsa, l’abitudine ai segni, da mascherina a mascherina, da finestra a finestra, da balcone a balcone. A cantare e fare musica come dai palchi di un teatro sulla desolazione, forse anche bella e un po’ struggente, dei luoghi senza passo. Senza suono. A dormire tutti come fossimo a Venezia, senza il rumore delle auto. E ri-sentire ri-suonare le ambulanze come sui luoghi di un disastro che nessuno vede ma che ad ognuno conta le ore che tramontano, sopra quei morti, vissuti solo per tele-visione, o per dolore personale non portato.

Or dunque, d’improvviso, il Covid19 ha generato (come un simulatore di esistenza accanto al quale, insieme allo spavento e al danno, si sono fatte strada le emergenze, il riaffiorare dall’abitudine a far le cose secondo tradizione) possibili emozioni e direttrici, per ripensarsi e ripensare. Per ri-apprendersi. In una dimensione nuova, carica di futuro nonostante.

Scrive Judith Butler, ne “L’alleanza dei corpi”1: “[…] sebbene le vite possano essere rese precarie anche dalle malattie o dai disastri naturali – come abbiamo avuto modo di vedere drammaticamente durante l’uragano Katrina, a New Orleans, nel 2005 –, è anche vero che le istituzioni esistenti non sempre si fanno carico delle malattie di tutti, e che i cataclismi in certe zone non sono prevedibili per tutte le fasce di popolazione, ma solo per alcune. Questo conduce dunque a una distribuzione demografica della precarietà. E se ciò è platealmente vero per i senzatetto e per i poveri, vale anche per tutti coloro che sono esposti a una devastante insicurezza e alla sensazione di avere un futuro compromesso, dinanzi al cedimento di ogni condizione infrastrutturale, o alla sostituzione neoliberista delle istituzioni socialdemocratiche con un’etica imprenditoriale che esorta anche chi non ha nessun potere ad assumersi la responsabilità della propria vita, senza dipendere da niente e da nessuno.”2 Nell’esperienza del Covid19 “La disuguaglianza sociale ed economica garantirà la discriminazione del virus. Il solo virus non discrimina, ma sicuramente gli umani lo fanno, modellato come siamo dai poteri interconnessi di nazionalismo, razzismo, xenofobia e capitalismo. È probabile che nel prossimo anno assisteremo a uno scenario doloroso in cui alcune creature umane faranno valere il loro diritto a vivere a spese di altri, riscrivendo la distinzione spuria tra vite dolorose e ingrate, cioè coloro che a tutti i costi saranno protetti dalla morte e da quelle vite che non sono considerate importanti nell’essere protette dalla malattia e dalla morte.”3 La soluzione consiste, conclude la Butler, “nella richiesta di una vita ugualmente vivibile che venga anche messa in atto da coloro che la richiedono, e che necessita di una pari distribuzione dei beni pubblici. L’opposto della precarietà, infatti, non è tanto la sicurezza, quanto la lotta per un ordine politico e sociale egualitario in cui una interdipendenza vivibile divenga possibile – sia come condizione del nostro autogoverno in quanto democrazia, sia come suo obiettivo normativo.”4

Il Covid19 ha posto, come urgenti, domande di trasformazione e apprendimento che già erano in emergenza da tanto, e da tanto disattese, domande nelle quali mi sembra di poter vedere, nelle tesi che portiamo qui, una possibile risposta operativa.
Se in questo lungo domani che precede l’oggi siamo chiamati a interrogarci su come poter vivere (a partire da un ambiente e da un virale così profondamente democratico nel suo stravolgere le vite a tutti e tutte, così vitale nel suo essere mortifero), al centro di ogni nostra azione comincia a porsi proprio l’esigenza di ri-apprendersi, di ri-conoscersi, ri-valutarsi, introducendo (velocemente e senza resistenza, questo richiede la morte dei villaggi) la pratica di noi in un sapere nuovo. Sistemico, relazionale, interconnesso, proprio a partire da questa dittatura del contenimento, della distanza, della barriera fra individui, che ci vorrebbe isolati o sottomessi.
Abbiamo accanto un mondo nuovo che deve e può, velocemente, far proprie le risorse tecnologiche, costringersi a investire per abbattere quel digital divide così profondamente inaccettabile. Costretto ad abituarsi a delegare al singolo la sfida del suo compito, di salvaguardia e produzione, consapevole dell’altro.
Un mondo richiedente, nel quale la politica deve sapersi fare carico di una profonda innovazione, dei metodi e dei luoghi, e in questo mantenere quel principio, la democrazia dell’accesso, su cui si fonda ogni nostra sensata e duratura idea di salvaguardia e di progresso.

Si tratta dunque di una sfida dei saperi, dei luoghi e dei valori di democrazia, una sfida dei saperi dati a. Heideggerianamente gettati5, riconosciamo la nostra integra capacità di osare, di arrischiare6, e ripensare e ripensarci fuori dalle catene di montaggio, fuori dalle fabbriche di formazione e di saperi, immersi invece, oserei dire finalmente, in un solo apparente isolamento che ci rende attivi, intraprendenti, capaci di sfidare i nostri stessi pre-giudizi, per correre dall’altro, dal passo fermo delle nostre stanze. E ancora si tratta della consapevolezza di noi, delle risorse e dei vincoli, delle azioni del vicino e confinante, dei nostri ecosistemi, del dono del dialogo (sociale).
Così come hanno fatto gli insegnanti, di colpo e senza freno gettati nella datità7 della didattica a distanza e costretti dal Covid19 a vedere e vedersi, mettersi in discussione ed apprendere ad apprendere, ed apprendersi. Ridefinendo il luogo della relazione coi ragazzi, immersi in un sistema di apprendimento che da scolastico diventa para-familiare, social oriented, introducendo punti di attenzione e la rivisitazione del principio di controllo adagiato storicamente intorno al tema della valutazione. Dovendosi porre il tema delle risorse per la didattica, con una evidenza, e uno spettro di possibilità individuabili, mai prima ipotizzate ed esercitate.

Ecco dunque che la sfida diventa allora l’autentico, il disvelato: non possiamo essere, per conoscere, per apprendere e per fare, che un luogo nuovo dell’esser-ci. Così anche nei sistemi di apprendimento configurabili come insieme di risorse e consapevolezze anche per gli adulti. Adulti che lavorano, ma anche cittadini e cittadine che vivono, intorno, prime e dopo l’area del ciclo attivo del lavoro. A tutto questo, accanto al tanto altro che il Covid19 ha portato al nostro mondo che richiede altrove riflessione e proposta, i sistemi di apprendimento possono dare risorse e risposte.
Risorse economiche, didattiche, ergonomiche, sanitarie, sociali. E per la didattica e la formazione, risposte aperte, con dentro attori imprevedibili e talentuosi, ciascuno a proprio modo, che si sottraggano alle rigide forme della formazione come pentola da riempire, e sappiano invece trasformarsi in agenti di sviluppo di consapevolezza di sé, individuazione di risorse a misura di contesto, persona e gruppi, e proposta politica a tutto questo adeguata.
Siamo contro la formazione per esser dentro l’apprendimento continuo, capaci di tenerci stretti nella carezza del bene. Solo così, io credo, che potremo dire che #andràtuttobene.
E se così non fosse, saremo almeno allenati a formulare altre e differenti ipotesi, da cui far nascere una e molte credibili tesi. Con la competenza fondamentale da portare a ciascuno e ciascuna, della capacità negativa8, capacità di stare nell’indeterminato, a renderci migliori9.

“Ne abbiamo attraversate di tempeste/E quante prove antiche e dure/Ed un aiuto chiaro da un'invisibile carezza/Di un custode.//Degna è la vita di colui che è sveglio/Ma ancor di più di chi diventa saggio/E alla Sua gioia poi si ricongiunge/Sia Lode, Lode all'Inviolato.//E quanti personaggi inutili ho indossato/Io e la mia persona quanti ne ha subiti/Arido è l'inferno/Sterile la sua via.//Quanti miracoli, disegni e ispirazioni.../ E poi la sofferenza che ti rende cieco/ Nelle cadute c'è il perché della Sua Assenza/ Le nuvole non possono annientare il Sole/ E lo sapeva bene Paganini/ Che il diavolo è mancino e subdolo/E suona il violino.”10

 

 

1 Judit Butler, L’alleanza dei corpi, cap. 2 – Nottetempo Edizioni, 2017
2 ibidem
3 Judit Butler, in Sopa de Wuhan - ASPO (Aislamiento Social Preventivo y Obligatorio), 2020
4 Judit Butler, L’alleanza dei corpi, cap. 2 – Nottetempo Edizioni, 2017

5 M.Heidegger, Essere e tempo – Longanesi, 1976
6 M.Heidegger, Sentieri interrotti -  La nuova Italia, 1979
7 M. Heidegger, Essere e tempo – Longanesi, 1976
8 W.R. Bion, Attenzione e interpretazione, Armando, Roma, 1973.
9 Così sintetizza efficaciemente Alessandra Pantaleone
( http://nuovadidattica.lascuolaconvoi.it/agire-educativo/17-le-competenze-cliniche-relazionali-e-affettive/capacita-negativa/) “Il termine è stato coniato dal poeta inglese John Keats nei primi decenni dell’Ottocento, nel tentativo di definire quella che, secondo lui, era la caratteristica principale dell’essere umano, cioè la capacità di rimanere sospesi tra incertezze e dubbi. Egli chiama “negativa” tale capacità per contrapporla al più frequente bisogno “positivo” del conoscere razionale e dell’intervenire, ricercando istantaneamente una rassicurante soluzione. Il poeta apparteneva al romanticismo inglese ed era convinto che la verità non risiedesse nella scienza o nel ragionamento filosofico ma nell’arte. Secondo questa prospettiva lo scopo non è, come nella scienza, risolvere problemi ma esplorarli, accettando che possa non esserci una soluzione immediata” - Per il concetto di Capacità negativa, si veda anche C, Neri, La capacità negativa dello psicoterapista come sostegno del pensiero di gruppo, Rivista italiana di gruppoanalisi, 1-2, 2009
10 Franco Battiato, Ode all’Inviolato https://youtu.be/NYc4Ymhg7qo, ed anche, volendo: https://youtu.be/6rPhxzYX31o