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Dom, Mag

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N° 16 / 2020 - Storie di apprendimento e innovazione nella pandemia

 

 
 

Ci ricorderemo del 2020 come dell’”anno del covid”, uno spartiacque nei nostri ricordi. Allo stesso modo dei nostri vecchi che dividono il tempo in prima e dopo la Guerra (inutile dire quale).
Adesso, però, viviamo “in diretta” la strana circostanza di stare in mezzo. In mezzo alla pandemia, al cambiamento dei costumi e del modo di vivere, all’innovazione. In questi mesi, notiamo, molti di noi si sono sentiti liberi di pensare e, soprattutto, di fare cose nuove. Senza che nessuno si mettesse in mezzo a dire “non è il momento”.
“Storie di apprendimento e innovazione nella pandemia” nasce dai lunghi mesi di riflessione della Redazione di Formazione & Cambiamento sui temi dell’apprendimento, sulla centralità delle persone e sull’innovazione metodologica e tecnologica.
Sono mesi in cui la Redazione non è stata ferma. Si è riunita più e più volte per discutere degli effetti della pandemia e riflettere su nuovi modi di (ri)pensare l’apprendimento. In coerenza con l’ultimo numero, dedicato alle Tesi sull’Apprendimento, vogliamo condividere l’idea di co-progettare la formazione e il sistema di formazione. E raccontare storie di cambiamento, comportamenti e azioni che affrontano la profonda trasformazione dell'organizzazione del lavoro, dei processi di apprendimento e della stessa vita di relazione.
Raccontare le buone pratiche che nascono da esperienze di apprendimento nella Scuola, nelle Imprese, nelle Associazioni, nel Terzo Settore, nella Pubblica Amministrazione e nella vita sociale del nostro Paese. Esperienze, nate da una crisi, che la trasformano in una opportunità di innovazione, ponendo al centro dell’esperienza dell’apprendimento l’attore stesso dell’apprendimento e utilizzando metodologie e tecnologie come strumenti di supporto.
In questi mesi è sembrato spesso che la tecnologia fosse la priorità e a volte che lo fosse la metodologia. Ma non è tutto, perché i processi di apprendimento efficaci sono quelli che mettono al centro il cittadino, l’alunno, il lavoratore. Se questo cambiamento del paradigma caratterizza le esperienze di chi si occupa di processi di apprendimento, c’è da aggiungere che la maggior parte dei casi di successo si basano su un percorso di sperimentazione avviato da tempo. Infatti, i casi che presentiamo non possono essere contestualizzati esclusivamente in questo specifico periodo storico, ma hanno le radici in altre esperienze già avviate o in un approccio all’apprendimento particolarmente innovativo. Chi era già sul crinale dell’innovazione ha beneficiato delle sperimentazioni avviate e ha potuto individuare con maggiore velocità e minore difficoltà esperienze di apprendimento virtuali contestuali al periodo storico che stiamo vivendo. Ora quindi il tema è: come far arrivare sul crinale dell'innovazione anche chi ne è lontano?
Se pensiamo al nostro passato molto è cambiato: nel 1800 in Inghilterra la formazione avveniva per corrispondenza, negli anni '60 del XX secolo radio, tv e vhs erano l’avanguardia dell’innovazione, per essere sostituiti subito dopo da audiocassette e CD. Dagli anni ‘70 la formazione è diventata la modalità strutturata per trasferire conoscenze e sviluppare competenze. In tutti i casi, però, avevamo a che fare con un modello top-down dell’apprendimento, in cui un esperto (o un committente) decideva mentre un alunno, un allievo, un partecipante fruiva di scelte di altri. Piano piano, abbiamo assistito a una modifica degli equilibri, un cambio di paradigma: il modello dell’apprendimento passava da un approccio top-down ad uno bottom-up
Poi è arrivato il digitale e abbiamo iniziato a pensare “digitale” anche l’apprendimento. Un digitale del basso: non più “esperti” che guidano l’apprendimento, ma utenti con un ruolo attivo nella progettazione e produzione dei contenuti, senza intermediari. Creando relazioni orizzontali, come nelle community, nelle chat, nei wiki, che diventavano modelli credibili di relazione.
La transizione - senza ritorno - al digitale e il complesso cambiamento vengono raccontati in questo numero con le esperienze dei nostri autori organizzate per ambito tematico: Società, Scuola, Pubblica Amministrazione, Imprese.
Una frase per tutte, tratta da uno degli articoli, ci racconta il cambiamento: “vorrei passare meno tempo a spiegare e interrogare, e più tempo ad ascoltarli” (Simone Vacatello). Questi giorni e questi articoli raccontano come il cambiamento da potenziale stia diventando sostanziale. Come questo “vorrei” si concretizza in mille progetti concreti, che sbriciolano resistenze antiche.
Le parole chiave di questo numero possono essere: apprendimento circolare e in rete, percorsi di apprendimento multi-utente, personalizzazione, apprendimento aumentato, social e collaborative learning, apprendimento live.
Vi auguriamo buona lettura con l'auspicio di aprire un dibattito costruttivo nella community dei professionisti dell'apprendimento.
 

Questo tempo sospeso, rarefatto e invece denso, questo tempo così intenso, ci ha tolto molto, ma ci ha regalato ampi spazi di riflessione. Spazi di pensiero da costruire oltre lo sgomento, in cui ci appare, o si lascia percepire, l’idea che il nostro presente che guarda al futuro chieda nuovi paradigmi, nuove prospettive per vedere e ridisegnare la società.
I mesi della nostra primavera sospesa sono stati un tempo straordinario, fuori dall’ordinario, ma anche dal tran tran della normalità che impone alla nostra contemporaneità un ritmo forsennato, una corsa che non guarda alla meta ma alla velocità del passo. La forzata immobilità dei nostri corpi ha spronato la fertile mobilità delle idee.
Liberi dall’ansia da prestazione, senza dover dimostrare nulla a nessuno, abbiamo lavorato svincolati dalle regole di mercato, abbiamo sviluppato idee per poter essere utili, abbiamo sconfitto il senso di impotenza, abbiamo riscoperto l’importanza di una cultura della partecipazione, in cui ognuno ha senso e porta senso.
Noi, noi, noi, fin dalle prime righe sto usando la prima persona plurale.
Noi, le persone, le donne, gli uomini, i compagni di questa avventura. Ognuno di noi è uno ed è plurale. Questo rinnovato senso di comunità, di legame, di entanglement è un altro degli importanti valori di questo tempo. Noi abbiamo riacquisito la consapevolezza della relazione. È stato improvvisamente chiaro che sarebbe stato prendendoci cura de “l’altro” che avremmo avuto una chance di salvarci tutti.
E poi c’è il noi più ristretto, quello che appare zoomando all’interno di un appartamento nel cuore di San Lorenzo, strano quartiere-villaggio nel cuore di Roma. Con Massimo ci siamo ritrovati a ragionare fin dai primi giorni del lockdown su come spenderci, su come dare senso e offrire valore, ed è stato semplice, è bastato metterci in ascolto, aprire la finestra, quella che da sul cortile e quella del computer aperta sul mondo. È bastato mettere in gioco il nostro sguardo. È bastato praticare bellezza.
Vivo di cultura, mi occupo di arte, di teatro, così fin dalla prima volta che tutta Roma ha aperto la finestra e ha cantato - era il 13 marzo credo, poi lo avrebbe fatto l’Italia intera - ho sentito profondamente e con chiarezza che quello non era solo un gesto di resistenza ma di esistenza. Opponevamo alla paura della morte quello che ci rende speciali, la creatività, l’espressione della nostra creatività, la cultura. Non era un diversivo, una distrazione dal problema, non era entertainment ma arte, l’arte di vivere. Non volevamo ibernarci, ma dare senso ai giorni.
Qualche giorno dopo, mentre cantavo, ho visto nella finestra di fronte una coppia di amici che ballava, emozionata lo ho detto a Massimo, lui ha pensato solo un secondo, ha armeggiato con il computer, preso il videoproiettore e lo ha puntato sulla facciata, incorniciando il ballo dei nostri amici nel ballo di Ginger e Fred, abbiamo fatto risuonare le note di Chic to chic per tutto il cortile e così è nata la poesia di un momento che ci ha emozionato tutti. Il giorno dopo il video di questo momento postato sui social è stato ripreso dai telegiornali e dai giornali, italiani con articoli come quello firmato da Gad Lerner su Repubblica, ma anche all’estero su Libération. Era solo l’inizio, anche grazie al post del nostro vicino che si occupa di comunicazione, l’immagine ha fatto il giro del mondo, per essere postata perfino da Madonna come simbolo di resilienza. Programmi di news come la CNN o NBC, ma anche network cinesi e indiani, ne hanno parlato come incitazione alla speranza. Infine Apple ha deciso di chiudere il suo spot internazionale per celebrare la forza della creatività al tempo del COVID-19 “Creativity goes on” con le immagini della nostra poetica proiezione. Questo nostro piccolo gesto autentico è diventato un simbolo, un segno della speranza che la bellezza avrebbe salvato il mondo.

Incontrarci tutti i giorni a cavallo del tramonto

Quando, dopo qualche giorno, molte delle finestre d’Italia hanno smesso di cantare, noi, Massimo, io e i vicini del nostro palazzo e di quelli intorno, abbiamo continuato a incontrarci tutti i giorni a cavallo del tramonto. Dalle nostre finestre abbiamo dato vita a quella che ormai definiamo la nostra “Agorà Verticale”. Abbiamo fatto interagire, attraverso ciò che siamo e che sappiamo, letteratura, scienza, arte, tematiche civili, vita insomma. Ci sono stati momenti che non dimenticheremo, come la nostra celebrazione del Dante day in cui ho letto il Canto di Ulisse dalla Divina Commedia mentre Massimo proiettava frammenti del film “Inferno” di De Liguoro del 1911 sulle facciate intorno; quando abbiamo fatto risuonare le storie dei Giusti, che avevo portato in scena all’Auditorium di Santa Cecilia, “ospitando” il nostro amico violinista Marco Valabrega che ha suonato per noi, aprendo per lui una finestra virtuale proiettata sulla facciata di fronte e cantando con lui dal nostro cortile; o la sera in cui abbiamo proiettato sulle facciate, sui tetti e sui nostri corpi le immagini delle opere d’arte realizzate durante il lockdown raccolte dal progetto Lazzaro art doesn’t sleep e ho danzato sulla terrazza offrendo il movimento del corpo alla danza del colore e della luce; abbiamo fatto riverberare le parole della grande letteratura giocando a cercare e tracciare vie nelle pagine lette e proiettate per affermare l’importanza del guardare ciò che conosciamo sempre con nuovi occhi.
Indimenticabile e fortissima è poi arrivata l’occasione di rappresentare la manifestazione del 25 aprile. Gad Lerner, che dai tempi della proiezione di Ginger e Fred aveva continuato a seguire le nostre attività, incaricato di presentare la diretta di Repubblica tv, ha scritto a Massimo se lui ed io volessimo organizzare una cosa “delle nostre”. Abbiamo immaginato il nostro Canto civile, un video con un piano sequenza ascensionale nella nostra Agorà Verticale in cui ognuno dalla sua finestra desse voce al significato profondo della Liberazione. Ancora una volta personale/universale.
Molti, moltissimi appuntamenti in cui ci siamo confrontati, in cui ognuno ha dato qualcosa di profondamente, autenticamente suo e lo ha offerto alla trasformazione dell’incontro con l’altro. Senza pregiudizi, senza sovrastrutture, abbiamo costruito una sorta di esperanto della visione. Ognuno ha parlato di quello che lo appassiona con il linguaggio che gli appartiene, la risposta sarebbe arrivata, spiazzante e allo stesso tempo precisa, da un altro mondo e forse in un’altra lingua, tutti consapevoli però che ascoltandoci avremmo costruito un universo in relazione. È stato estremamente coinvolgente ed emozionante quando alla mia lettura del racconto di Borges “Funes el memorioso” sui misteri della memoria, le nostre amiche del palazzo accanto, giovani neuro biologhe ricercatrici del CNR, hanno risposto raccontando le loro ricerche e le ultime scoperte sui “luoghi” della memoria nel cervello.
Questi giorni, questi mesi, questi momenti sono stati una grande esperienza, su cui sentiamo che valga assolutamente la pena di ragionare, di pensare, noi lo stiamo facendo e continueremo a farlo e ci piace mettere questa esperienza sul piatto perché altri possano magari svilupparla.
Usciamo, spero, da anni in cui la cultura è stata svilita e dipinta come effimera, elitaria, certamente non essenziale.
Chi ha sempre saputo che può anche essere vero che la cultura non si mangia, ma certamente si respira, chi di cultura e per la cultura vive, ha usato questo periodo, ha sfruttato questo tempo, avendo l’intuizione o almeno la sensazione che potesse racchiudere una occasione per ripensare sistemi e stilemi, per riflettere, ragionare, lavorare e costruire nuovi modi di fare e far fruire la cultura.

In un’epoca in cui si parla di apprendimento continuo, questo è sicuramente un tempo importante per l’educazione, nel senso proprio dell’e ducere, per tirare fuori da noi, da ognuno di noi, ciò che sappiamo e ciò che siamo e metterlo in gioco per costruire consapevolezza, conoscenza, futuro.

In qualche modo la sorpresa di un evento assurdo, totalmente inimmaginabile per i più, come la pandemia al tempo della globalizzazione, una condizione assolutamente senza precedenti e senza riferimenti, insieme alla paura, ha acceso le nostre intelligenze, cognitive ed emotive, ha innescato la nostra resilienza. Lo stupore con cui improvvisamente abbiamo guardato il mondo, il nostro mondo, il cielo, i mari, la natura che tornava così velocemente a recuperare bellezza, quello stupore, che anche nel dolore e oltre la paura ha acceso i nostri sguardi, ci ha regalato la sensazione di poter avere una visione sul nostro futuro, di poter ancora provare, sperimentare, cercare di costruire frammento per frammento, vita per vita, scelta per scelta, di poter costruire con un progetto.

Uno spirito diverso

Oggi, solo pochi mesi sono passati, ma lo spirito con cui stiamo affrontando questa seconda ondata è profondamente diverso, il panico dell’ignoto è popolato da simulacri di paure note, paura di perdere ciò che conosciamo, lo status quo, il lavoro, i punti fermi, gli equilibri. Panico, sfiducia e rabbia stanno annebbiando le nostre menti e sembrano cancellare quello che i nostri spiriti hanno conquistato nei mesi scorsi. Corriamo il rischio che la voglia di ripristino vinca sul sano impulso a cercare di costruire su nuovi paradigmi una società migliore, ma io credo che quello che abbiamo vissuto a primavera sia molto forte, il bulbo è lì nascosto sotto la terra ma fiorirà come un giacinto profumato.

 

Qualche link

Dante alla finestra

Agorà Verticale per Lazzaro art doesn’t sleep

Agorà verticale con Gaia Riposati & Massimo Di Leo

Luce d’arte in proiezione ad accendere le città

Vie nell’Agorà Verticale

Ripensare i paradigmi della partecipazione

Il condominio di San Lorenzo come un teatro vivente: il flash mob a Roma, Repubblica TV

 
La speranza si costruisce con il fare
Sono trascorse più di 33 settimane da quando è nato il progetto DEA - #donnecheammiro, una idea che ha preso forma e sostanza nel periodo del lockdown, e che è cresciuto fino a raggiungere più di 2500 membri attivi della community alla data odierna. Mi sono domandata molte volte “Perché questo gruppo?” e la risposta è sempre la stessa: “Per condividere, crescere, imparare e ispirare”. Sono questi i motivi che lo scorso 2 maggio mi hanno spinto a rendere concreta l'idea di un progetto di donne per le donne con le donne ma anche con la complicità degli uomini. In quei tristi giorni in cui le notizie erano per la maggior parte dolorose e preoccupanti, ho voluto reagire cercando il confronto con l'altro. Per me al centro di tutte le azioni c'è il bisogno di conoscere, creare, compartecipare e per questo in un periodo così complesso non potevo esimermi dall’esprimere empaticamente la mia esigenza e visione di futuro. Un domani luminoso e positivo nonostante tutto, perché credo che la speranza si costruisca con il fare. E questa iniziativa vede nella coprogettazione, fatta insieme da uomini e donne con diversi background e di differenti generazioni e anche di molteplici paesi, una opportunità di confronto, crescita e di networking, perché solo facendo rete possiamo costruire il futuro.
 
 
 
Strumenti e tecnologie per l’empowerment femminile
La community è un modo diverso di intendere il concetto di apprendimento, perché la condivisione e la fiducia alla base dell’idea stessa di comunità di persone – ancor di più se solo sul web – è il nuovo paradigma per trasformare, inventare e creare forme di collaborazione e formazione. 
Il co-design nella community spinge molto sulla partecipazione attiva dei membri, portatori di interessi e attori di primo piano nella realizzazione di momenti formativi e di discussione, utili a rendere dinamiche e coinvolgenti le occasioni di incontro e scambio. 
Scopo della community è quello di aggregare i propri membri intorno a una proposta di valore condivisa, oltre che di abilitare le persone all’empowerment, ovvero a essere responsabili della conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte per riappropriarsi del proprio potenziale. 
Attraverso l’uso di piattaforme social in ottica multichannel per raggiungere target diversi, e l’organizzazione e ideazione di numerose attività organizzate - dagli eventi online, come le maratone della partecipazione, alle presentazioni di libri, agli incontri in lingua inglese con testimonial di associazioni di donne di tutto il mondo, veri e propri momenti formativi, fino agli incontri con scienziate, scrittrici, imprenditrici e manager, oltre che con life e business coach, artiste, insegnanti, mamme, psicologhe e  dirigenti di organizzazioni pubbliche e private - la community sta acquisendo nuove competenze digitali, facendo propri gli insegnamenti e gli esempi portati all’attenzione nella community. Infatti, non a caso hanno aderito al progetto molti professionisti della comunicazione, del settore della formazione, del marketing, delle digital pr e dell’innovazione.
Le iniziative proposte - più di 120 ad oggi - sono tese alla crescita personale, all’empowerment femminile, alla leadership, al networking e alla conoscenza degli strumenti di gestione del cambiamento per giungere a una piena consapevolezza di sé, fornendo così un bagaglio utile per poter affrontare le sfide del quotidiano, che vedono principalmente (Ahimè!) le donne protagoniste.
 
Coraggio, determinazione e fallimento
I tratti che accomunano le donne e gli uomini portati ad esempio nel gruppo sono sicuramente la determinazione, l’audacia, la forza di rialzarsi dopo un fallimento e di guardare con tolleranza all’errore per poi trovare il coraggio di voltare pagina. Dalla speranza e dalla capacità di vedere oltre l'ostacolo per vincere la paura del cambiamento nasce questa community, che cerca di proporre un approccio agile al superamento delle barriere, offrendo role model a cui ispirarsi.
 
Apprendimento al centro
Focal point di DEA - #donnecheammiro è il trasferimento di conoscenza e di strumenti efficaci, frutto di sperimentazione, che rappresentano la cifra di questo inusuale percorso formativo/ informativo destinato ai membri della community e a tutte/i coloro che sono facilmente raggiungibili attraverso un uso sapiente dei canali social. Lo storytelling offre l’occasione di presentare il racconto di storie di donne – ma anche di uomini – di estrazioni sociali, generazioni, settori lavorativi e competenze molto distanti fra loro. Il fine è sempre quello di presentare storie di straordinaria quotidianità del femminile, cercando di mettere in atto comportamenti e proporre azioni per una vita in piena coscienza tesa a sostenere le trasformazioni personali, sociali e organizzative.
 
Il racconto di alcune di queste donne è contenuto nel libro di recente pubblicazione DEA -#donnecheammiro. Donne che creano rete per costruire il futuro, il primo progetto corale che ha visto coinvolti ben 30 membri del gruppo i cui proventi sono completamente destinati a progetti a favore di donne vittime di violenza. Questo nuovo progetto editoriale  è stato realizzato per dare voce e per far conoscere donne talentuose e caparbie, focalizzando l’attenzione su competenze, capacità, valori e sogni di 12 donne italiane e non che costruiscono il futuro creando reti di relazioni.
 
Dare risposte alle giuste domande
Lo spazio della community diventa il luogo dove trovare le risposte alle proprie domande, e prima ancora il luogo dove le giuste domande e la capacità di dubitare trovano risposte efficaci, concrete e reali. La relazione e la partecipazione - seppur dietro uno schermo - come basi di un metodo per affrontare e risolvere in maniera originale e creativa le sfide e produrre senso nei rapporti interpersonali. Ecco perché è nata questa community che parla di donne,  che supera i limiti della crisi per cogliere le opportunità dell’avvenire creando costantemente - anche grazie alle nuove tecnologie e al digital (siamo infatti presenti sulle principali piattaforme social Youtube Facebook Linkedin e i canali Spotify Spreaker con un podcast e su Telegram) - momenti di dibattito, riflessione, condivisione di esperienze, oltre che di risorse umane (alle volte inesplorate) per riscoprire il senso più intimo e vero della collaborazione e della co-progettazione. 
Grazie a questo esperimento digitale abbiamo ancor più compreso che proprio nelle difficoltà possono nascere le iniziative più feconde e avveniristiche.
Apprendere prendendosi cura di sé e dell'altro, aprendosi all’ascolto, al dubbio e al confronto con chi ti è accanto, e non solo sulla schermata di un monitor … Insomma, attraverso la condivisione ci si trova implicati in legami inaspettati, che ci fanno mettere in discussione e che ci accompagnano nel trovare soluzioni nuove a problemi antichi.
 
Per una società più coesa
DEA - #donnecheammiro è una esperienza di innovazione digitale e sociale, in cui si apprende camminando l'uno accanto all'altro, facendo tesoro delle suggestioni di ciascun partecipante. DEA - #Donnecheammiro permette ai propri membri di stare vicini pur nella distanza, dando vita così a un processo di trasferimento osmotico della conoscenza, che punta dritto alla creazione di un futuro in cui l’equità di genere non sarà più un obiettivo da raggiungere, ma un trampolino di lancio per una nuova definizione dell’esistente attraverso gli occhi di uomini e donne liberi, coraggiosi e compassionevoli.
 
La finestra di Overton
Le parole gli Alexandria Ocasio Cortez sono un importante approccio: “Uso i social media per ascoltare tanto quanto li uso per parlare. I social media non sono solo un posto in cui iniettare nuove idee, sono anche un luogo dove tastare il polso del discorso pubblico, un modo più onesto di capire di cosa parlano le persone, e in cosa credono…I social media sono un luogo dove spostare quella che in sociologia si chiama la finestra di Overton, cioè dove rendere popolari idee che ancora non lo sono”.  Potremmo quindi dire che la community è il posto delle visioni, delle innovazioni e dei desideri. Leggere il presente, capire quali interessi richiedano un’amplificazione (perché sui social il dibattito coinvolge davvero molte persone!) danno alla community la possibilità di diventare la piazza virtuale per manifestare liberamente le proprie opinioni e i propri sentimenti, per esplorare nuove idee, testare progetti in divenire e proporre strade alternative. Ecco perché credo che questo progetto sia un'utile prova di apprendimento per raggiungere l'equilibrio di genere, fattore essenziale per una società più coesa e inclusiva.
 
 

Tra nuovi assaggi e scoperte gastronomiche
I dolci io li ho sempre snobbati.
Radicalmente. In cucina come a tavola.
E ho sempre sfoggiato ottime prestazioni in entrambe le discipline. Sono quella a cui "meglio regalarti un vestito che portarti a cena fuori" perché mai sazia, sempre pronta a trovare uno spazio per nuovi assaggi e scoperte gastronomiche... Purché non si tratti di dessert. Difficile da credere, lo so.
Da quando ho fatto il primo sugo, il mio impegno ai fornelli é massimo. Tempo, cura, energia: dalla ricerca dell'ingrediente giusto, fino alla presentazione del piatto. Quando cucino non mi risparmio... Purché non si tratti di dolci. Quelli no, non li mangio neanche a colazione, figuriamoci se li cucino! Nelle mie ricette preferite lo zucchero presenzia solo nella caponata e nelle cipolle in agrodolce. Le cene da me sono rinomate occasioni di gaudio e gozzoviglio, ma chi vuole il dolce, sa di doverlo portare. Perché la latitanza dei dessert é scientifica.
Trincerata dietro la romantica giustificazione che, senza amore, é impossibile sfornare buona cucina, ho sempre difeso la mia posizione con tenacia e ottusa convinzione.
La verità é che i dolci spaventano. Perché sono difficili. Con i dessert non c'è margine di errore, né la possibilità di correggersi in corsa: la ricetta é vincolante, l'improvvisazione preclusa. "Non fa per te", con queste parole, l'insicurezza, mia fedelissima compagna di vita, mi ha sempre impedito qualsiasi interazione con la pasticceria. Ed io le ho sempre dato ascolto. Per forza, l'idea stessa della bilancia mi mette ansia. Impossibile confinare la regina dell'approssimazione in una prigione fatta di rigore e metodo, dove qualche grammo in più o in meno fanno davvero la differenza. Giammai. La creatività ai fornelli per me é tutto. Replicare lo stesso piatto mi annoia, seguire le ricette senza cambiarle almeno un pochino mortifica la mia fantasia perché, in cucina, io voglio sperimentare. Spensieratamente. Senza regole. Libera. Anche di sbagliare.
 
Mettersi in discussione
Poi é arrivato il lockdown a togliermi la libertà. 
A imprigionarmi davvero.
E a farmi capire che sbagliavo.
Mi é servita una pandemia per mettermi in discussione, demolire le impalcature dei miei no e aprirmi a una nuova, sorprendente, opportunità. 
Sì, durante il lockdown di marzo, per merito delle sue giornate fluide, complice l'ansia d'approvvigionamento, cavalcando il must nazionale del "fatto in casa" e rincorrendo l'ultima bustina di lievito disponibile, ho ceduto. E, dopo il pane e la pizza, ho fatto un dolce. Un ciambellone senza pretese. Facile.
Basso profilo e tanta umiltà.
Una ricetta a prova di principiante che non la sbaglierebbe neanche mia figlia di 8 anni e, soprattutto, una ricetta in cui si usa un vasetto di yogurth come unità di misura evitando così di dover pesare gli ingredienti. Perfetta per me: passi il ciambellone, ma la bilancia no, non mi avrà. Mi impegno molto, miscelo i miei vasetti neanche fossi un chimico alle prese con la combinazione di elementi eterogenei, seguo la ricetta senza cedere alla tentazione di aggiungere un mio tocco e sforno un risultato di tutto rispetto.
A casa, il successo é clamoroso; il ciambellone é buono e in due giorni ne restano solo le briciole.
Ed io ne faccio subito un altro. Ottimo.
Poi, un altro. Meglio, più soffice.
E ancora un altro. Con le gocce di cioccolato.
Di nuovo un altro. Variegato al cacao.
Sono tutti squisiti, uno meglio di un altro. 
Ed io compro la bilancia.
 
Inizia la metamorfosi: dal salato al dolce
Ed è così che è iniziata la metamorfosi: sono entrata in lockdown mangiando pizza e caciotta a colazione e ne sono uscita Nonna Papera.
Il colpo di fulmine é scattato con una rivelazione che ha capovolto ogni mia convinzione: dolcificare é creatività allo stato puro. Non importa quanto sia vincolante la ricetta, il divieto alla libera sperimentazione e la bilancia non contano perché, quando fai un dolce, crei qualcosa che prima non esisteva. Letteralmente, crei. 
Nella cucina salata non é così. Puoi fare un arrosto buonissimo, puoi dargli "quel non so che di speciale" con la salsa, il grado di cottura, gli aromi, ma non hai creato niente. Perché l'arrosto, il pezzo di carne, già c'era; hai avuto bisogno del macellaio e, prima di lui, della mucca, per dar vita al piatto. Il dolce, invece, prima del nostro intervento, non esiste. É solo farina, zucchero, burro, uova. Che potrebbero diventare una frittata, ci si potrebbe condire la pasta insieme al parmigiano, si potrebbe mettere nel caffè, ci si potrebbero friggere le alici... e invece no, vengono fusi in una precisa combinazione e diventano quel dolce lì che prima non c'era. C'é qualcosa di magico in tutto questo (senza scomodare la religione, nel mio immaginario, solo i maghi creano le cose) e, da quando l'ho capito, ho tradito la mia insicurezza e mi sono permessa di provarci. Libera. Anche di sbagliare. Davvero.
La magia é che difficilmente sbaglio un dolce.

Ciambelloni, muffin, crostate, biscotti: la nostra casa inizia a profumare di pasta frolla e i prodotti industriali per la colazione spariscono progressivamente dagli scaffali della cucina. 

Imparare e attrezzarsi
Stordita da un ego con i super poteri (confesso di aver pensato per un istante che anche il pezzo di marmo con cui Michelangelo ha fatto il David, in fondo, già c'era... Un po' come l'arrosto), decido di essere pronta a fare sul serio.
E la serietà presuppone due step:
1. Lo studio
2. Gli strumenti.
Primo passo, lo studio. Se é vero che con i dolci non s'improvvisa, é arrivato il momento di scoprire le regole del gioco, la grammatica della pasticceria. Per ambire a varcare i confini dei ciambelloni, ho bisogno di competenza e approfondimento. La pratica ora esige la teoria. Le giornate infinite del lockdown sono dalla mia parte e ne approfitto per documentarmi e leggere molto: tecniche di base, creme, glasse, preparazioni, storia e aneddoti su questo o quel dessert e, soprattutto, tante, tantissime ricette. Le scrivo e le analizzo. Ne ricavo criteri e ne deduco prassi, individuo schemi e norme, capisco la logica che disciplina le diverse preparazioni e realizzo i processi specifici alla base dei diversi risultati. 
Capisco che in base alla modalità di trattamento e alla tempistica di assemblaggio, gli stessi ingredienti possono diventare dolci diversi. Invertendo l'ordine degli addendi, insomma, il risultato cambia e le combinazioni sono potenzialmente infinite. Tutto questo mi esalta e, alla fine dei miei studi, padroneggio così bene la teoria che, con stupore e orgoglio, sfato un tabù e azzardo una nuova consapevolezza: se li conosci davvero, i dolci puoi persino improvvisarli. Datemi degli ingredienti ed io vi farò una torta commestibile, anche senza seguire una ricetta. Oggi posso farlo.
Sazia di nozioni e digerito tutto lo scibile, smanio per passare alla fase due: gli strumenti. Ora so esattamente ciò di cui ho bisogno e sono perfettamente in grado di distinguere il vezzo, l'utile e l'indispensabile. Pochi clic su Amazon e il vuoto degli scaffali in cucina si riempie di stampi, cutter per biscotti, tegami, teglie specifiche per specifici dolci, pirottini in silicone, sac-a-poche con relativi beccucci e, infine ... le più desiderate, le più attese, le più importanti: le fruste elettriche, imprescindibili per fare il salto di qualità, perché, per quanto forti di braccio e determinati a fare tutto a mano, il risultato cambia. Con lo zampino dell'elettrodomestico, l'impasto incorpora più aria, monta, cresce in maniera diversa, solo così la meringa o la torta saranno davvero perfette, impalpabili, una nuvola al palato. Con delle buone fruste elettriche si può affrontare con successo praticamente qualsiasi dolce, anche Nonna Papera sarebbe d'accordo. Il passo successivo é la Planetaria, con lei si bussa alla porta del professionismo ma é costosa e gli scaffali della cucina sono pieni. Posso aspettare... per il momento.
Ultimo, ma fondamentale strumento, un libro firmato da una chef danese, dal titolo emblematico, Torte semplicissime, che nasconde tantissime chicche golose, torte originali, tutt'altro che semplicissime ma, tradotte in ricette essenziali, raccontate in uno stile, quello sì, semplicissimo. Il testo perfetto, insomma, per sgombrare il campo dalla retorica e avvicinare alla pasticceria anche il più accanito degli scettici. 
Ed io le ricette le testo praticamente tutte. Viaggio al ritmo di tre torte al giorno. In famiglia, c'é chi aggiunge un buco alla cinta e chi evoca lo spettro del diabete, ma io, incurante di tutto, mantengo il ritmo e proseguo dritta per la mia strada. 
 
Un nuovo lavoro
Capisco di dover allargare il giro degli assaggi quando una fetta di torta finisce nella spazzatura. Se l'offerta supera la domanda, serve una soluzione ed io la trovo, come sempre nella vita, nei miei amici. Fortunatamente ne ho tanti e sono abbastanza golosi da sfidare, autocertificazione alla mano, i posti di blocco disseminati in città. Io li premio confezionando con cura e amore i dolci e calandoli in un paniere dalla finestra. Funziona. La consegna é a rischio zero, l'incontro una gioia per tutti e i dolci un successone. Così prendo il via: compleanni, anniversari e ricorrenze diventano l'occasione perfetta per mettermi al lavoro e addolcire il lockdown delle persone che amo. Fioccano complimenti, la gratificazione é massima e l'autostima lievita. Condividere la mia nuova passione, aprirmi all'esterno mi permette di effettuare un ulteriore scatto di crescita: ora sono cosciente dei miei mezzi. Convinta. A tratti presuntuosa. Finalmente sicura.
Tanto sicura da accogliere l'idea balenata in un giorno qualunque della mia quarantena. Una scintilla. Una domanda "buttata lì" che, invece di dissolversi, si cristallizza prepotentemente nella mente: "E se diventasse un lavoro?".
Normalmente, mi sarei censurata. Avrei zittito i pensieri e liquidato la questione, ma nel lockdown non c'è niente di normale, solo tanto tempo per pensare e a me ne é servito pochissimo per respingere ogni obiezione e capire che l'idea é buona. Vendere dolci, a prezzi più accessibili di una pasticceria, ad una ristretta cerchia di amici e conoscenti per salvare la mia famiglia dall'iperglicemia e mettere a frutto le mie nuove competenze e il mio inaspettato talento. Funziona. Il progetto regge. Perché non solo sono brava e veloce, ormai, sono anche attenta alla forma e traduco le ispirazioni iconografiche tratte dal mio studio in torte esteticamente notevoli.
E, soprattutto, perché faccio tutto con il sorriso. Senza fatica. Sempre. Perché per me fare dolci é terapeutico, un antistress naturale, la migliore medicina contro ansia e claustrofobia da quarantena perché non c'è negatività o malumore che resista all'impasto che monta e trasformare tutto questo in una professione sarebbe come... mettere la ciliegina sulla torta. Provarci é d'obbligo.
Così, da un giorno all'altro, scelgo un nome, DolceMente, ed elaboro dei biglietti da visita on line che arrivano in meno di una settimana; definisco uno stile in linea con il biglietto da visita, fotografo secondo quell'atmosfera i miei dolci e creo dei volantini digitali; compro scatole, involucri e accessori per disporre di un packaging degno di una pasticceria; calcolatrice alla mano, faccio conti, quoto torte e porzioni, valuto le spese, ragiono e redigo un listino prezzi; infine, condivido il tutto con la ristretta cerchia di cui sopra. 
E sono felice. Adrenalinica. Orgogliosa e fiera di me.
DolceMente mi dà subito ragione. Funziona. Gli ordini fioccano, fatico quasi ad accontentare tutti, ma prendo il ritmo e, finalmente, domanda e offerta coincidono.
Sono passati mesi, siamo di nuovo, più o meno, in lockdown e DolceMente non teme il coprifuoco. Funziona ancora. Ho appena finito di aggiornare il listino con le offerte natalizie. Accidenti quante ne faccio. Quanta varietà e quanto ho imparato. Mai avrei immaginato di poter arricchire le mie, già variopinte competenze, di un nuovo talento. Almeno, ho un motivo per ringraziare questa odiosa pandemia.
Per la cronaca, i dolci io continuo a non mangiarli ... ma a Natale, mi regalo una planetaria.
 

 

 

 

 

 

 
 

Il coronavirus SARS-CoV-2 ha imposto, dapprima con il provvedimento del lockdown, successivamente attraverso i protocolli per il contenimento del contagio, il ricorso alla DAD per molti degli studenti italiani. La pandemia ha di fatto inondato le nostre vite di riunioni, sessioni di lavoro, webinar, classi virtuali e meetings, tutto rigorosamente online. Se da un lato le aziende in qualche modo stanno cogliendo le opportunità legate alla organizzazione della nuova normalità, cosa succede nella scuola? A che punto è la didattica digitale nelle scuole? Cosa abbiamo imparato a fare e su cosa invece siamo ancora indietro?
 
Maurizio Carmignani intervista Dianora Bardi chiedendole di raccontarci a che punto siamo su questo fronte su cui la pandemia ha impresso, obtorto collo, una grande accelerazione.
 
Dianora Bardi è Presidente del Centro Studi ImparaDigitale, per 42 anni docente nei Licei.
Formatrice a livello nazionale  e internazionale sulla didattica per competenze con le tecnologie.
Ideatrice e organizzatrice  del Tablet school – meeting nazionale degli studenti, coordinatrice del progetto Curriculum mapping, coordinatrice referente scientifica del progetto USR Lombardia Scuola Lombardia digitale e del progetto della regione Basilicata per la formazione dei formatori della Regione.
 
MCa: il 27 novembre 2020 hai organizzato la quinta edizione degli Stati Generali della Scuola Digitale. Chiaramente una edizione diversa, un evento non in presenza. La mia domanda è, a che punto è la notte? Dopo mesi di DAD che bilancio abbiamo? Cosa abbiamo imparato a fare e cosa ci manca?
 
DBa: È una domanda articolata. Prima di tutto l’organizzazione dell’evento è stata veramente molto complessa, tanti relatori e un pubblico vastissimo che non ci aspettavamo (https://www.statigeneraliscuoladigitale.it/)
Abbiamo tato fatto un po' il punto della situazione, è stata una giornata di riflessione sullo stato dell’arte. In sintesi, penso che la scuola abbia fatto dei miracoli nel periodo iniziato a marzo e conclusosi in maggio. Tutta la scuola in ogni suo componente. Siamo partiti a velocità differenti, c'erano delle persone e delle scuole più organizzate e più strutturate che avevano già gli strumenti pronti, essenzialmente le scuole secondarie con ragazzi più grandi che non avevano bisogno delle famiglie per potersi connettere.
Problemi molto più forti ci sono stati nella scuola primaria e forse secondaria di primo grado. Prima di tutto perché ci dovevano essere le famiglie ad accompagnare bambini e ragazzi nella didattica e questo ha comportato evidentemente delle difficoltà. La scuola primaria o secondaria di primo grado ha avuto delle difficoltà: raramente i bambini di otto, nove o dieci anni hanno un tablet, un PC o un notebook. La condizione necessaria per poter seguire la didattica insieme alla connessione internet.
Sul lato degli insegnanti, sostanzialmente, nessuno era preparato alla didattica a distanza. Prima della pandemia i docenti avevano fatto le uniche esperienze creando aule virtuali con gli studenti ad integrazione della didattica in presenza. Ma la vera didattica a distanza non l'aveva fatta nessuno. Alcuni insegnanti tra quelli meno strutturati hanno scambiato la didattica a distanza con il consegnare i compiti, che i genitori dovevano spiegare ai bambini con tutte le difficoltà del caso.
Però la Scuola si è impegnata e ha fatto un salto di competenze digitali veramente notevolissimo. 
Poi c'è stato il periodo estivo dove le scuole sono state tutte impegnate a organizzarsi da un punto di vista della sicurezza, degli arredi, della logistica.
Credo che i docenti fossero stravolti perché si sono trovati ad affrontare appunto una didattica a cui non erano preparati: creare le lezioni per una didattica a distanza è complicatissimo; parlare attraverso monitor non è così semplice, si perde la relazione e l'empatia.
Poi da settembre si è pensato, si è sperato, che il ritorno alla DAD arrivasse più in là. Invece è arrivata molto presto questa seconda ondata. La scuola si è trovata di nuovo impreparata perché per fare una vera didattica a distanza bisogna riprogettare la didattica, riprogettare l'orario, riprogettare il modo di comunicare e riflettere su quello che era stata l'esperienza precedente. Analizzare le criticità, sviluppare le positività. Ci doveva essere il momento della riflessione e della riprogettazione. 
 
MCa: Io non mi occupo di scuola ma di consulenza e formazione per le imprese. Devo dire che con deciso anticipo, 20 anni fa, con il gruppo con cui lavoravo, creammo un learning management system. Ho vissuto l'esperienza e la frustrazione di non riuscire a tramutare le possibilità in realtà prima per un problema infrastrutturale ma poi soprattutto per un problema culturale. In qualche modo ho visto invece come da aprile in poi le resistenze all'interno dell'organizzazioni siano crollate. Con il lockdown tutte le persone hanno iniziato a lavorare da casa e la formazione, soprattutto in un momento come questo di accelerazione continua e di grandi cambiamenti, assolutamente non poteva fermarsi.
La riflessione è stata fatta molto velocemente. La prima applicazione è stata cercare di appiccicare su un video quello che facevi in aula. 
I format si stanno modificando tantissimo e molte aziende rimarranno in smart working. Addirittura, qualche settimana fa la Vodafone ha annunciato che i suoi dipendenti non torneranno a lavorare negli uffici. Alcuni miei clienti mi hanno detto, dopo aver visto il conto economico, che non faranno più la formazione nelle modalità tradizionali.
Per le aziende oggi si è aperta di fatto l’era dell’apprendimento continuo attraverso la pervasività della formazione che può essere erogata digitalmente in modalità completamente diverse: on demand per alcuni contenuti, momenti di live dove si arriva preparati e si conversa su alcuni casi. Le modalità sono diverse i tempi di reazione nelle piattaforme di video comunicazione sono completamente diversi da quelli che ci sono in aula e il docente deve apprendere come utilizzare questi strumenti che una volta compresi possono offrire di più. In cosa il digitale può migliorare l'esperienza dell'apprendimento?
 
DBa: I docenti non sono stati preparati alla riprogettazione dei contenuti, hanno preso l'orario scolastico di sei ore in classe e lo hanno trasferito on line. Non è stata prestata attenzione alla riprogettazione. La scuola doveva rimanere in presenza. A fronte di una possibilità di scelta tra presenza ed online è chiaro che uno dice in presenza, non c'è nessun dubbio. Dato che c'è la necessità dell'online bisogna sviluppare i contenuti e le lezioni in un modo diverso. Io ho anche detto soprattutto a marzo, aprile e maggio: attenzione a fare stare i ragazzi 6 ore davanti al computer perché dopo i compiti in classe devono chattare con gli amici e poi devono guardare un film o giocare al videogioco. In totale stanno 12-13 ore davanti a un monitor. Moltissimi hanno avuto problemi di vista, altri hanno avuto problemi di salute. 
Quindi è chiaro che si poteva lavorare per nuclei tematici. Ad esempio, le compresenze tra docenti nella realtà sono difficilissime, ognuno ha il suo orario per la sua classe. Ma nella rete tutte le limitazioni che ci sono nella realtà vengono abbattute. Allora invece di fare quattro ore di lezione di discipline diverse se ne potrebbero fare due con quattro i docenti delle discipline che lavorano su un nucleo tematico unico.
Tutto questo riduce i tempi in cui si sta davanti a un monitor. Si trasmette ai ragazzi una visione olistica del sapere, si sviluppa di più il senso del noi. Nel dibattito si coinvolgono di più i ragazzi, ad esempio utilizzando la strategia di parlare per 15 minuti e poi fermandosi per coinvolgere gli studenti, e dopo si assegna una attività. 
 
MCa: Tutto questo non è stato fatto. Così per introdurre i nuovi format è necessario un cambiamento paradigmatico. Tu sei presidente del Centro Studi Impara Digitale. Raccontaci una bella storia che funziona così impariamo ...
 
DBa: Nel 2010 per la prima volta in Italia ho portato i tablet nelle classi. Nel 2010 ero solo io in Italia e ho ricevuto attacchi da tutte le parti. Però ho creduto in questa nuova modalità di apprendere e ho sviluppato sempre metodologie didattiche che seguissero molto i talenti dei singoli ragazzi. L’ho chiamata Classe Scomposta ed è diventato un metodo di lavoro che moltissime scuole mantengono. 
Io sono dell'idea che il docente debba essere liquido. Noi docenti siamo sempre stati abituati a andare a scuola con una idea di lezione, ci organizziamo mentalmente per erogarla. Noi invece dobbiamo guardare con gli occhi dei ragazzi e quindi metterci al loro servizio ascoltandoli. Si può avere un progetto unitario per far acquisire le conoscenze ai ragazzi di una certa disciplina ma bisogna accompagnarli uno per uno e far sviluppare i loro talenti. C'è il ragazzo molto chiuso che non sa collaborare con gli altri e ha bisogno di imparare ad interagire e ad acquisire senso critico. C'è l'altro ragazzo viceversa molto attivo e molto caotico ma non sa riflettere, non sa dibattere. Ognuno di loro ha delle caratteristiche.
Io sono dell'idea che bisognerebbe avere una scuola molto libera. Io l’ho fatto mettendo 14 classi nella mia scuola a lavorare tutte sugli stessi progetti con aule aperte. Con il designer Daniele Lago abbiamo trasformato la scuola: l’abbiamo costruita come se fosse una casa speciale, la loro casa speciale con divani, piante, tendaggi e lampade che scendevano dai soffitti. Nei corridoi c’erano i banconi con gli sgabelli dove i ragazzi si incontravano e lavoravano tutti insieme; non c'erano tecnologie, le tecnologie le avevano i ragazzi. Quando volevo approfondire un argomento invece di mettermi dietro la cattedra dibattevamo per terra perché avevamo messo dei materassi sul pavimento. Ecco questo è sempre stato il mio modo di lavorare e devo dire che in questi dieci anni ho avuto dei discreti risultati.
 
MCa: Leggo nelle tue parole una miscellanea di metodologie. Però adesso faccio un pò il provocatore. Come si trasferisce tutto questo all’intero corpo docente?
 
DBa: Come ci arriveranno i docenti è difficilissimo, ci concentriamo sempre troppo sullo strumento. Lo strumento invece è fine a sé stesso: impara l'app, impara a utilizzare il software, impara a utilizzare la piattaforma... Però che cosa ne faccio a livello progettuale, qual è lo scopo, qual è l'obiettivo, qual è il progetto che c'è dietro, questo non c’è. Non c'è perché non sono mai state date queste indicazioni in maniera seria. L'altro grandissimo errore è la focalizzazione sulle metodologie didattiche innovative, come se fossero la panacea in grado di risolvere tutti i problemi. 
 
MCa: Un'ultima domanda. C'è una particolare categoria di persone che hanno disturbi dell'apprendimento. Queste nuove modalità di didattica possono aiutarle?
 
DBa: Sicuramente per i bambini con disturbi di apprendimento la tecnologia può essere importantissima. Io ho sentito una volta una docente che mi raccontava di come aiuta i bambini autistici attraverso la realtà virtuale: La ricostruzione della virtualità permette ai bambini autistici le ripetizioni. Ancora di più la personalizzazione può portare i bambini con disturbi a superare lo scoglio dell’apprendimento in modo sempre più efficace.
 

La phyrtualità
Uno dei punti di forza storici della Fondazione Mondo Digitale (FMD) è l'animazione territoriale, perché cerchiamo di rendere sempre e ovunque le persone protagoniste di ogni iniziativa, con una presenza viva, radicata e diffusa anche nella realtà locali. Quindi l'impatto dell'emergenza sanitaria Coid-19, con le misure di distanziamento fisico, è stato sicuramente molto forte e limitante, ma non ci ha colto impreparati. 
Da diversi anni, per potenziare tutte le azioni, abbiamo elaborato il concetto di phyrtualità, integrazione di dimensione fisica e virtuale, e questo ci ha permesso di rielaborare velocemente i progetti in una nuova dimensione di "distanza ravvicinata". Così abbiamo sostenuto la didattica a distanza, aiutando i docenti con meno familiarità con le tecnologie, e continuato ad ampliare l’offerta formativa delle scuole con le nostre attività progettuali. In tempi brevi abbiamo realizzato oggetti e strumenti formativi molto diversi per attività, generi, temi, contenuti, tecnologie e aree disciplinari. Sono corsi on line, materiali multimediali, playlist, attività, buone pratiche, strumenti ecc. Si possono scaricare e condividere liberamente e secondo le modalità previste dalla licenza Creative Commons (non commerciale). 
Per indicare attività fisiche e digitali si sta diffondendo l'espressione phygital. Noi preferiamo il termine phyrtual, perché virtuale non coincide con digitale. È una dimensione più ampia e articolata, che può essere abitata come spazio di apprendimento. 
Il concetto di firtualità è parte del nostro modello di Educazione per la vita, elaborato dal direttore scientifico Alfonso Molina, che ha contribuito a fondare l'organizzazione alla sua nascita come Consorzio Gioventù Digitale. Il modello, rappresentato di seguito (figura 1), integra conoscenze codificate, competenze e valori con tre dimensioni fondamentali dell'apprendimento (in tutti gli ambiti della vita, lungo l'intero arco della vita e in modalità trasformativa), tiene conto delle riflessioni più recenti su apprendimento e istruzione e arricchisce il quadro delle competenze per il 21° secolo con l’auto-imprenditorialità e con la firtualità, in quanto capacità di integrare dimensione fisica territoriale e virtuale in un solo approccio di pensiero e azioni strategiche. Una competenza che diventa sempre più preziosa. 
 
Il modello di Educazione per la vita è stato pensato proprio per rispondere alla complessità crescente del nostro mondo, sempre più accelerato nei cambiamenti e nelle trasformazioni, attraversato da lunghi periodi di crisi e ora da un'emergenza sanitaria che ci ha colti impreparati. La velocità di propagazione del virus ha messo in luce le carenze strutturali del paese, costringendo gli italiani a un adattamento tempestivo, complicato e spesso impacciato. E la scuola ne ha pagato le conseguenze. 
Ci sono esperienze innovative, quali ad esempio le 1.200 scuole di “Avanguardie educative” selezionate dall’Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Innovativa (Indire), oppure le organizzazioni della società civile che collaborano con il mondo scolastico. Manca però un modello diffuso che unisca le conoscenze curricolari con lo sviluppo di competenze specifiche e trasversali che consentano ai giovani di imparare a interpretare i cambiamenti in atto e di gestire le trasformazioni del 21esimo. 
La chiusura delle scuole ha conseguenze disastrose sul piano dell’apprendimento e sul futuro dei giovani. Secondo uno studio della Banca mondiale, ogni anno di istruzione in più aumenta le prospettive di guadagno future di uno studente del 10%. Tre mesi e mezzo di lockdown della scorsa primavera potrebbero quindi tradursi in una perdita di oltre 21mila euro nell’arco della vita lavorativa. Ma ovviamente non è solo un problema economico. Non si possono sottovalutare gli effetti della chiusura delle scuole e di una didattica a distanza che non riesce a raggiungere tutti.
 
Sostenere il cambiamento
In questa situazione di difficoltà, la FMD ha cercato durante la prima ondata di sostenere il rapido cambiamento con iniziative formative e con la creazione di reti solidali. Ci siamo confrontati con un mondo con poca familiarità con la didattica online: né gli insegnanti, né la struttura scolastica nel suo complesso erano preparati a continuare a fare lezione a distanza con le scuole chiuse. Da subito abbiamo intensificato una serie di azioni di sostegno, per garantire il diritto allo studio nonostante tutto. E con webinar, risorse online e altri strumenti abbiamo anche proseguito i progetti di innovazione sociale in corso, che arricchiscono l’offerta formativa delle scuole e rinforzano il ruolo della comunità educante. 
La prima sfida è stata quella di accompagnare i docenti all’uso delle piattaforme di formazione a distanza come Microsoft Teams, Google Classroom, Meet, Webex o GoToWebinar. E abbiamo attivato uno sportello multicanale per i docenti, accessibile anche con i principali servizi di messaggistica come WhatsApp o Telegram. Poi abbiamo affrontato il problema di come rimodulare i contenuti e riadattarli in modalità sincrona e asincrona. Questo è un aspetto fondamentale, perché non è possibile concepire la DAD come la brutta copia della scuola in presenza.
Un’altra questione importante da affrontare è stata la mancanza di dispositivi adeguati e di connessioni in tutte le famiglie. Non è un caso che l’Unesco abbia indicato, tra le "nove idee per l’azione pubblica" in risposta all’emergenza Covid-19, quella di espandere la definizione di "diritto all’educazione", integrandola con "diritto alla connettività". Molti studenti si sono adattati usando il proprio smartphone, che però non è lo strumento più adatto; da qui l'esigenza di produrre anche materiali fruibili in modalità asincrona sul canale YouTube. 
Nonostante tutto, il bilancio conclusivo è comunque positivo: durante i cinque mesi di emergenza sanitaria, abbiamo formato 9.378 studenti, 2.830 genitori e 7.568 docenti. Ma non solo. Ci siamo cimentati anche in alcune sfide che all'inizio sembravano molte complesse, se non impossibili: uno sportello digitale per gli anziani fragili di un centro diurno; RadioIncolla, un podcast comunitario per dare voce alle comunità educanti delle periferie; un’aula virtuale con oltre 1.000 studenti animata da esperti della salute; webinar aperti a tutti sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale; percorsi di progettazione condivisa con gli studenti, come un chatbot per la spesa degli anziani; e infine le video lezioni di una maestra su YouTube con missioni tecnologiche affidate ai bambini per aiutare i nonni a non rimanere isolati.
 
Sperimentare la didattica innovativa
Alla riapertura dell'anno scolastico abbiamo lanciato una call per i docenti. Abbiamo coinvolto gli insegnanti in un importante progetto di didattica innovativa, valorizzando il loro ruolo di agenti del cambiamento pedagogico e sociale. Intendiamo creare percorsi didattici che facciano leva sull’uso di soluzioni digitali per trasformare l’apprendimento delle discipline in un’esperienza coinvolgente e trasformativa, in grado di sollecitare quelle conoscenze, competenze e valori centrali nel modello educativo che FMD porta avanti da sempre. Il lavoro, da svolgere individualmente o in piccoli gruppi coadiuvati dai coach e dai ricercatori FMD, consiste nel proporre una selezione dei migliori strumenti digitali e/o delle più valide risorse multimediali e nell’ideare modalità di integrazione in moduli didattici per le singole discipline. Tutte le risorse selezionate devono essere accessibili gratuitamente alle scuole e disponibili in italiano (o eventualmente in inglese). I moduli o percorsi didattici ideati devono presentare un reale valore aggiunto per la didattica mista (online/in presenza) delle discipline. 
 
Dalla resilienza alla consapevolezza innovativa
Dall'inizio della pandemia siamo stati coinvolti in numerosi dibattiti e confronti. Non mi sono mai stancata di ripetere l'urgenza di trasformare la resilienza dimostrata dalla scuola in una diffusa consapevolezza innovativa, e poi in una visione progettuale a breve e lungo periodo. Il professor Tullio De Mauro, insigne linguista ed a lungo Presidente della Fondazione Mondo Digitale, diceva che la scuola è l’organizzazione più complessa di un paese. Per rinnovarla occorre una rivoluzione sistemica. E abbiamo bisogno di un nuovo modello educativo che faccia da cornice a ogni intervento, non solo in emergenza. Noi lo stiamo già sperimentando con successo.
 

Tra poco il Coronavirus va via per sempre.
Tra poco torniamo a scuola
E troviamo i bambini con la faccia felice
Ogni giorno aumenta la felicità
ogni giorno
ogni settimana
ogni mese
ogni anno
aumenta la felicità.
Tra poco c’è l’estate
andiamo al mare
con le mascherine
tra poco finisce la scuola
e andiamo in montagna
con la famiglia in vacanza…
Ci mancano solo 3 mesi
per tornare a scuola
e il Coronavirus sarà distrutto
per sempre
e noi toglierem le mascherine
e noi non ci arrendiam
anzi noi VINCEREMO!
noi VINCEREMO!


Livia, una bambina di terza elementare, ballando in diretta davanti alla webcam del computer dei genitori, canta e segna in Lis questa canzone, dal titolo "Via via coronavirus", interamente scritta, musicata e coreografata da lei, per il talent show organizzato su Google Meet dalla sua insegnante come compito di classe per il saggio di fine anno scolastico 2019-2020. Nulla di eccezionale, se non il fatto che questa bambina è sorda profonda dalla nascita, e una cosa del genere sarebbe stata letteralmente impensabile fino a una decina di anni fa, prima dell’avvento degli impianti cocleari, della rivoluzione digitale, della didattica a distanza.
Facciamo un passo indietro. Come rispondere alla repentina chiusura su tutto il territorio nazionale dei servizi educativi per l’infanzia, delle attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado e di formazione superiore, previste dal DPCM 4 marzo 2020? Una combinazione di pragmatismo e creatività nell’utilizzo della DAD è la risposta che emerge dalle interviste  effettuate a insegnanti, operatori e genitori degli alunni della scuola Isiss Magarotto di via Nomentana a Roma, una scuola specializzata nell’inclusione scolastica dei bambini sordi.

Il testo integrale dell’indagine è reperibile in Filosa G. e Parente M., “Cosa resterà della DAD? Strategie inclusive durante il Covid: uno studio di caso”, Sinappsi n. 3/2020, Inapp

Efficacia della progettazione

Una accurata progettazione didattica si è rivelata essenziale per rendere la DAD il più efficace ed inclusiva possibile. A partire dalla fase di preparazione: si è effettuata una ricognizione dei dispositivi informatici posseduti dai ragazzi, per poi distribuire computer e altri device a tutte le famiglie che ne avessero bisogno. Una volta scelta una piattaforma accessibile a tutti, nella fase operativa spesso si anticipavano i contenuti delle lezioni caricando dei video che potessero facilitarne la comprensione.
Il materiale da utilizzare è stato talvolta reperito su internet, privilegiando quello maggiormente fruibile per quel particolare target di studenti. Altre volte lo si è preparato ad hoc, con informazioni corredate da immagini e da piccole, brevi spiegazioni, e concetti chiave ben evidenziati. L’assistente alla comunicazione (Asco) ha segnato per i bimbi sordi i testi dei video o dei libri utilizzati, i racconti e le consegne degli insegnanti. A volte gli alunni con disabilità uditiva avevano due schermi: uno con cui partecipavano alla lezione, l’altro con cui seguivano l’Asco. I bambini che lo necessitavano, inoltre, sono stati seguiti anche individualmente con incontri modellati in base alle loro competenze.
È stato previsto un numero di ore di lezione sincrona sufficiente ad offrire una scansione del tempo che ricordasse la routine scolastica, e a dare continuità con quanto appreso in classe. Tuttavia, uno dei rischi maggiormente avvertiti nell’utilizzo della DAD è stato quello di affaticare eccessivamente gli alunni facendoli stare troppo tempo davanti al computer. Per questo motivo si è privilegiato l’aspetto ludico delle lezioni anche nella modalità on line, così come si faceva già in presenza: il gioco, infatti, considerato come risorsa e strumento didattico abituale, è stato ritenuto utile anche e soprattutto nelle situazioni di difficoltà, per mantenere alta l’attenzione dei bambini. Sono stati in particolare utilizzati, anche per alcune verifiche, i giochi interattivi educativi on-line, accessibili tramite link, come ad esempio Wordwall, Powtoon e Learning up.
Un altro elemento essenziale di questa esperienza di DAD è stata l’acquisizione, da parte degli studenti, di un’abitudine metodologica utile a districarsi nei contenuti multimediali. Tale acquisizione è stata facilitata dall’assegnazione di compiti-stimolo, di obiettivi da raggiungere o problemi da risolvere tramite l’utilizzo delle tecnologie: una ricerca corredata da immagini, un esperimento o, come si è visto, la preparazione di una performance per un talent show.
Del resto la cultura digitale, seppure resa necessaria dalla pandemia, non era sconosciuta in quel contesto scolastico. L’Isiss Magarotto, infatti, aveva già lavorato in tal senso, con laboratori di coding e l’ausilio della lavagna interattiva multimediale, perché le tecnologie che integrano l’elemento testuale con quello visivo sono di notevole beneficio, specie per i bambini non udenti.
Consapevoli dello stress generato dalla crisi sanitaria e del rischio di dipendenza dal pc per le molte ore di lezione on line, ci si è avvalsi di uno sportello con una psicologa segnante, organizzando incontri periodici con ogni classe, per raccogliere le sensazioni dei bambini, il loro vissuto, anche sotto forma ludica.
L’utilizzo della DAD, anche per il futuro, sarà una vera e propria necessità per gli studenti plurihandicap, con problemi di salute o provenienti da altre aree geografiche: nelle altre sedi della scuola (Padova e Torino) sono del resto già attive delle piattaforme e la Preside ne prevede l’utilizzo per continuare a veicolare i contenuti a prescindere dalla situazione pandemica. Se ne rileva l’utilità anche in momenti differenti dalla didattica, come quello delle riunioni dei docenti, soprattutto per quelli che risiedono lontano dalla scuola o hanno bambini piccoli.
Tuttora la scuola fa largo uso della piattaforma Google Classroom e di G-suite per le riunioni, gli incontri con i genitori e i compiti a casa: i bambini sono stati abituati ad utilizzarla in piena autonomia, a controllare i compiti assegnati e a caricare i file e le foto dei compiti svolti. In tal modo i nativi digitali imparano concretamente ad utilizzare le piattaforme, a scrivere con un word processor, ad impostare presentazioni con immagini e informazioni prese da internet, insomma a sfruttare appieno le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie, senza le preoccupazioni luddistiche dei loro genitori, che spesso si traducono in un digital divide che si autoavvera.
Pur nella consapevolezza di rappresentare, con classi poco numerose, un’isola felice nel panorama scolastico italiano, si è trattato di affrontare una sfida importante alla quale il corpo docente ha risposto rivedendo le proprie strategie didattiche. Si è verificato, infatti, un cambio di prospettiva rispetto al passato, con i ragazzi molto più partecipi, grazie al modello dell’assistant classroom, cioè la classe capovolta, e tanta formazione da parte dei docenti che hanno saputo rimettersi in gioco.

Un'impostazione didattica inclusiva

Sarebbe stato impossibile cogliere efficacemente tale sfida senza un’impostazione didattica che ponesse già l’inclusione scolastica dei bambini (in particolare quelli con disabilità uditiva e/o di origine straniera) al centro dell’offerta formativa. Certo è vero che i loro genitori, durante il lockdown, hanno spesso avuto difficoltà a conciliare la DAD con lo smartworking, specie in assenza dei nonni, declassati in poco tempo da insostituibile pilastro del nostro welfare familiare a categoria fragile bisognosa di protezione. Ed è anche vero che a doversi districare tra compiti dei figli e lavoro a domicilio sono state soprattutto le mamme, come hanno più volte evidenziato diverse indagini. Ma ciò non deve indurci ad archiviare troppo frettolosamente e ideologicamente esperienze di innovazione didattica (e organizzativa) che pure sono state positive. Anzi, il problema è quello di superare alcuni limiti culturali e infrastrutturali.
Dei secondi, ovvero della necessità di una banda larga capillare e non a macchia di leopardo come quella attuale, se ne parla ampiamente, da tempo, ed è un limite di cui le scuole, soprattutto al sud e nelle isole, sono le principali vittime, oltre alle famiglie. I limiti culturali invece sono nella nostra testa, e proprio per questo forse ancora più difficili da superare. Innanzitutto è da superare l’assunto in base al quale ad occuparsi dei bambini, compiti inclusi, debbano essere soprattutto le madri. Il padre, in quanto breadwinner, spesso se ne chiama fuori, rifugiandosi nel lavoro, a distanza o in presenza che sia.
Il secondo limite è quello che vede i nostri figli dipendenti dai genitori, e non solo dal punto di vista economico, spesso anche oltre la maggiore età. Eppure la Montessori ci insegna che anche il bambino in età scolare non ci chiede altro che essere aiutato a fare da solo, anzi, in una sorta di reverse mentoring precoce, spesso è proprio il bambino ad insegnare al genitore come accedere alla piattaforma della classe, come collegare il telefonino al pc, insomma quelle competenze digitali necessarie a tutte le generazioni, nessuna esclusa.
Livia è fortunata, perché grazie a classi particolarmente piccole, e ad un’attenta osservanza dei rigidi protocolli anti-Covid, può ancora beneficiare di una didattica inclusiva in presenza assieme ai suoi compagni di classe, anche durante questa seconda ondata che pende come una spada di Damocle sulle nostre teste. Però continua a svolgere una parte dei compiti a casa su Google Classroom, costantemente monitorata dalle sue insegnanti. La DAD, in alternanza alla didattica in presenza, farà comunque parte del new normal di molti bambini, ma questo sembra spaventare più i loro genitori che i bambini stessi. Questa "scialuppa di salvataggio", che a volte ha funzionato, a volte meno, comunque è pronta a trarre in salvo i naufraghi della scuola nelle situazioni di emergenza: invece di demonizzarla, andrebbero rimossi gli ostacoli che rendono la nostra scuola pubblica ancora troppo poco inclusiva, sia in presenza che a distanza.

Qualche link

Isiss Magarotto

Sinappsi - Connessioni tra ricerca e politiche pubbliche, Inapp

Il luogo “aperto” per eccellenza
Da quando la casualità mi ha messo seduto per la prima volta dietro a una cattedra, ho provato a conservare la prospettiva che avevo allora, e cioè quella di un ex studente, di un individuo che fino a quel momento aveva contemplato una percezione esclusivamente fruitiva della scuola. Ho cercato insomma di tutelare in me lo sguardo di chi è lì per imparare, per colmare la distanza emotiva tra me e le classi, e per non cedere mai un’oncia di entusiasmo a quello che, nei miei giorni da studente, mi era sembrato l’avversario più difficile da affrontare, quello che più alzava il filtro affettivo tra me e l’istruzione: la struttura chiusa della scuola. Sono ancora persuaso che questa, con i suoi orari fissi e le sue scadenze, i suoi resoconti numerici e le sue maglie burocratiche, non ti prepari alla società adulta, ma ti costringa piuttosto ad adattarti ad essa. Il fatto che la scuola sia stata una delle prime istituzioni a chiudere, alla vigilia del disastro umano che stiamo attraversando, è altresì simbolico della fragilità della sua ratio fondante nel passato.
 
Quello che dovrebbe essere il luogo “aperto” per eccellenza, in cui costruire un’alternativa virtuosa a certi vicoli ciechi sociali e civili, è stato invece – perlomeno fino ai giorni che hanno preceduto il virus – troppo spesso un’imitazione isomorfica delle ingiustizie che affliggono la società. Una sorta di profezia autoavverantesi in cui la cultura non sempre si è fatta aggregazione armoniosa di una comunità in fieri, bensì merce di scambio tesa a garantire una retribuzione, che fosse in termini di voti, crediti, o posti di lavoro futuri.
 
Chiusi dentro quattro mura
Nel frattempo, la società dell’accumulo stipava di fatto per anni il capitale pre-adulto dentro quattro mura, mentre all’esterno depauperava la sanità e mortificava la cultura fino a rendere cedevoli le sue strutture fondanti. Poi, di fronte al rischio del collasso, si è affrettata a chiudere quelle quattro mura poiché incapace di tutelarle. Da quel momento, e non si sa ancora per quanto tempo, siamo tutti ostaggio della Didattica a Distanza. 
Da insegnante, la mia idea sulla DaD è abbastanza noiosa, e cioè che abbia lo stesso valore etico di ogni strumento umano: dipende dall’uso che se ne fa e dal contesto che ne richiede l’uso. A volte è efficace e a volte no. A volte ci sono problemi di connessione reale, e a volte i problemi di connessione sono soltanto emotivi. Le ore passate davanti allo schermo si susseguono senza sosta, spesso all’inseguimento di programmi statali da completare o di trimestri che richiedono il loro tributo di numeri. Dall’una e dall’altra parte del terminale, però, ci sono persone sottoposte a uno stress gravissimo le cui conseguenze sono ancora inesplorate. 
Non riesco a fare un torto a uno studente che finge problemi tecnici per reclamare uno suo spazio di affrancamento da una didattica, che pretende di rimanere uguale a sé stessa mentre tutto intorno a essa è cambiato, forse per sempre. È già paradossale il fatto che si debba accedere a un modem privato per potersi garantire la fruizione tranquilla di un diritto costituzionale. In questi giorni mi capita di osservare i ragazzi e le ragazze separati, compressi in un condominio di finestre virtuali, con la voce distorta da filtri e filtri di tecnologia impersonale, e mi rendo conto che vorrei passare meno tempo a spiegare e interrogare, e più tempo ad ascoltarli. Ci provo, ma non basta, perché lo spazio non basta, il tempo non basta, le scadenze lo impediscono. Insomma, non basta aver costruito una società che non è in grado di tutelare il loro percorso formativo dal disastro, non basta non avere alternative al chiedergli di rinunciare alla socialità, pretendiamo anche che si adeguino ai piani d’emergenza di una classe dirigente adulta che li ha, di fatto, traditi.
 
Creare un laboratorio di ascolto permanente
Io stesso, dall’alto della mia vita adulta e delle pressioni alle quali questa è sottoposta, spesso durante la DaD mi sono presentato davanti al monitor con la presunzione di avere qualcosa di importante, di imprescindibile, da insegnare. Come se fosse un ordinario giorno di scuola. Confrontandoci con l’imprevisto della dimensione privata in cui sono immersi, stiamo invece imparando dai ragazzi che non esistono, e non devono esistere, giorni ordinari di scuola.
Mi rendo conto che rinunciare a un’ora di programma a settimana, alla ricerca di un momento di aggregazione, di condivisione, di dialogo, di redenzione della propria solitudine obbligata, non è un passo indietro, ma uno in avanti. È questa l’innovazione che auspico per la scuola in un momento così disorientato e disorientante: fare della scuola un laboratorio di ascolto permanente. Elastico, consensuale, reciproco. Un luogo in cui la didattica viene proposta e non imposta, in cui anche gli stessi studenti possano imparare ad ascoltarle, queste proposte. Proprio in virtù del fatto che lo stress emotivo e psicologico che stiamo affrontando è lo stesso da entrambi i lati della cattedra. 
 
Ripensare la società insieme agli studenti
In questi giorni di collasso stiamo sperimentando tutti ciò che a qualcuno di noi è sempre stato chiaro: i sistemi lavorativi ed economici sono fatti per agevolare l’esistenza, non per condizionarla. Nel momento in cui ciò avviene, è bene ricordare che questi sistemi sono fragili quanto la condizione umana che li determina. Pensare soltanto a sopravvivere alla pandemia per poi riprendere la propria attività così come era prima è un atto legittimo, ma se rimane un gesto fine a sé stesso, col tempo, verrà considerato egoistico.
La crisi che stiamo attraversando mi sta invece insegnando che, per ripensare la società che verrà, non importa quanto lontana, è necessario farlo insieme agli studenti. Confrontarsi e lavorare perché questa non sia più basata sull’identificazione con la propria produttività, ma sulla condivisione delle risorse, siano esse materiali, culturali, intellettuali o emotive. D’altronde, Covid o no, la scuola non è altro che uno specchio della società in cui questa sorge. Una società, che bada alle proprie strutture solo per conservarle e non per renderle virtuose o farle progredire, farà più fatica a garantire ai propri giovani un futuro al sicuro dalle proprie contraddizioni.
C’è bisogno allora che la società, così come la scuola, torni a considerare prioritario l’ascolto. Anche a scapito dei programmi, delle scadenze, dei consuntivi.
Domattina avrò la prima ora, non posso preparare venti tazzine di caffè e bermele tutte da solo, ma preparerò una tazzina di caffè da condividere con la classe. La metterò sul tavolo, a favore di telecamera, e la offrirò simbolicamente a chiunque voglia esprimere il proprio pensiero sul momento che stiamo vivendo, su cosa vorrebbe cambiare e su tutto ciò che invece gli/le manca, e a cui non vede l’ora di tornare. D’altronde, ognuno di noi sarà a casa sua. Tanto vale provare a sentircisi davvero.
 

La carenza di competenze digitali nei diversi ambiti, per cui l’Italia risulta tra i Paesi europei più in difficoltà, è una delle principali limitazioni per lo sviluppo sociale ed economico del Paese e per la sua ripresa dall’attuale periodo di crisi, ed è chiaramente una priorità. C’è quindi un carattere di urgenza ancor di più sottolineato dall’emergenza sanitaria con il ricorso sempre più elevato all’utilizzo del digitale nelle scuole, nel lavoro e in generale nella vita quotidiana. Una priorità che deve essere affrontata in modo globale e sistemico, ma allo stesso tempo riconoscendo la necessità di interventi capillari e differenziati. 
L’esclusione digitale ha numeri elevatissimi: sono circa 26 milioni (il 58% contro una media UE del 42%) secondo i dati Eurostat 2019, gli italiani che non possiedono il livello base di competenze digitali e di questi 15 milioni sono utenti Internet.
Questa è la motivazione principale che ha portato a un sostanziale cambiamento nelle politiche nazionali, prima con il lancio di Repubblica Digitale, l’iniziativa nazionale promossa dal Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione (MID) per dare una risposta organica e adeguata sul tema delle competenze digitali e quindi con la definizione della Strategia Nazionale per le competenze digitali e del suo Piano Operativo. Strategia e Piano che sono il risultato di un approccio multistakeholder che ha riunito intorno allo stesso tavolo Ministeri, Regioni, Province, Comuni, Università, enti pubblici di ricerca, imprese, professionisti, Rai, associazioni e varie articolazioni del settore pubblico, oltre alle organizzazioni private e pubbliche aderenti alla Coalizione Nazionale di Repubblica Digitale (più di 140, che promuovono oltre 170 iniziative), con una regia affidata al Comitato Tecnico Guida di Repubblica Digitale, coordinato dal Dipartimento per la trasformazione digitale (DTD).
 
Obiettivi, assi di intervento, azioni della Strategia competenze digitali
Il risultato atteso dall’attuazione del Piano Operativo è l’eliminazione del gap con gli altri Paesi europei sia a livello globale, nell’area delle competenze digitali, sia rispetto ai singoli assi di intervento individuati nella Strategia, massimizzando l'inclusione digitale. 
Quattro sono gli assi di intervento su cui si articola la Strategia e per cui sono state definite priorità, linee di azione e impatti:
1. Istruzione e Formazione Superiore – per lo sviluppo delle competenze digitali all’interno dei cicli d’istruzione per i giovani, con il coordinamento del Ministero dell’Istruzione e del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR). Le azioni prevedono: lo sviluppo di competenze e di cultura digitale e informatica negli studenti; l’attenzione specifica ai ricercatori; la definizione di un portafoglio digitale nelle Università; lo sviluppo di percorsi formativi flessivi fruibili in modalità online, blended learning o mista; la realizzazione di piattaforme di open education; il potenziamento dei corsi di studio a carattere professionalizzante, in sinergia con industrie e mondo della scuola; la riorganizzazione e il rafforzamento delle discipline ICT abilitanti per la trasformazione digitale.
2. Forza lavoro attiva – per garantire competenze digitali adeguate sia nel settore privato che nel settore pubblico, incluse le competenze per l’e-leadership, con il coordinamento del Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE) e del Ministro per la Pubblica Amministrazione (MiPA). Per l’asse della forza lavoro attiva nel privato, è previsto il rafforzamento delle azioni indirizzate alla trasformazione tecnologica delle imprese, al sostegno della domanda di soluzioni tecnologiche innovative, allo sviluppo di centri di ricerca sulle tecnologie emergenti (AI, IoT, Blockchain). Nel settore pubblico è prevista una spinta: alla realizzazione efficace del lavoro agile; al reclutamento di dirigenti con competenze digitali e trasversali adeguate e allo sviluppo di procedure assunzionali per il personale non dirigenziale in possesso delle competenze necessarie a lavorare in una PA sempre più digitale; alla promozione del confronto con il mondo della ricerca e dell’impresa sui diversi aspetti della trasformazione digitale per creare opportunità di apprendimento organizzativo e favorire la retention dei talenti.
3. Competenze specialistiche ICT – per potenziare la capacità del Paese di sviluppare competenze per nuovi mercati e nuovi lavori, in gran parte legati alle tecnologie emergenti e al possesso delle competenze chiave per i lavori del futuro, con il coordinamento del MUR e del MiSE. Le azioni prevedono di: favorire, a tutti i livelli, lo studio e l’impiego delle metodologie, degli approcci e delle tecnologie ICT coniugate con la specificità dei diversi domini applicativi; sostenere l’importanza della formazione sul campo anche tenendo conto della formazione tecnica svolta in ambito scolastico; favorire il trasferimento tecnologico e la nascita di startup anche attraverso laboratori di eccellenza a servizio delle imprese, delle start up e dei policy maker.
4. Cittadini – per sviluppare le competenze digitali necessarie a esercitare i diritti di cittadinanza e la partecipazione consapevole alla vita democratica, con il coordinamento del MID. Si prevede lo sviluppo di azioni nei percorsi della formazione formale (come nei Centri permanenti di istruzione per gli adulti), non formale, sul territorio, e specifiche per l’inclusione digitale delle categorie svantaggiate per abilità, reddito, età, condizione, valorizzando esperienze e iniziative che si sono mostrate efficaci a livello locale e nazionale.
Un approccio innovativo e di trasformazione quello che permea sia la Strategia che il relativo Piano Operativo con linee di azione e interventi i cui risultati e i cui impatti siano misurabili e, allo stesso tempo, privilegino l’utilizzo di framework consolidati (come DigComp per le competenze digitali di base, DigCompEdu per le competenze dei docenti, e-CF per le competenze specialistiche ICT, etc.), per velocizzare le azioni di cambiamento e massimizzare l’utilizzo di quanto già realizzato. 
 
Un approccio differenziato e flessibile
La differenziazione e la flessibilità nell’approccio sono fondamentali. Ad esempio, per le azioni dell’asse “Cittadini”, nella Strategia si sottolinea come sia importante affrontare il tema “in maniera differenziata a seconda del livello di partenza, in modo da identificare obiettivi graduali e azioni mirate, così anche da coinvolgere coloro che svolgono un ruolo di “mediatori” e “facilitatori” verso la cittadinanza in diversi ambiti e che meglio possono svolgere l’accompagnamento verso il digitale (bibliotecari, operatori dei centri per l’impiego, dei centri anziani, dei centri di assistenza sociale, etc.)” e quindi integrare “le disponibilità di competenze e di luoghi del territorio (es. scuole, biblioteche, associazioni, punti di facilitazione digitale, etc.) oltre che le opportunità offerte dalla radio, dalla televisione e dalla rete, secondo un approccio ibrido, in una logica generale di messa a sistema delle risorse disponibili”.
Nel periodo dell'emergenza sanitaria si sono sviluppate delle pratiche relative ad approcci che erano previsti ma certamente non con il peso attualmente attribuito. In particolare, nell’ambito delle iniziative di Repubblica Digitale, segnaliamo:
1. la creazione di piattaforme di apprendimento sempre di più offerte come repository di contenuti, quindi aperte ad inclusioni di contenuti da più fonti, o come sistemi di autovalutazione nell’ambito di percorsi di orientamento per gli utenti. Esempi di questo tipo sono la piattaforma di Firenze Digitale, la piattaforma del CNR-Outreach, l’ambiente di apprendimento in via di realizzazione da parte del DTD, la piattaforma “competenze digitali per la PA” del MiPA;
2. la definizione di percorsi di webinar che, pur partendo dalla necessità di portare sulla rete attività non effettuabili in presenza, sono sempre meno la trasposizione in rete dell’attività formativa frontale e sempre più il risultato di una nuova progettazione dell’attività formativa che riconsidera la platea di destinatari, sia per numerosità sia per ampiezza geografica. Esempi di questo genere sono sempre più diffusi e riconfigurano le potenzialità delle realtà locali, con uno sviluppo significativo di capacità e senz’altro base per la definizione dei percorsi ibridi necessari nel post-emergenza;
3. la predisposizione di modalità di supporto e facilitazione digitale anche a distanza per persone con scarse competenze digitali, raffinando in questo modo esperienze e pratiche già sperimentate per favorire il loro coinvolgimento. Esempi di questo genere sono sempre più praticati dalle reti di facilitazione digitale come quelle dei progetti Pane e Internet, DigiPass Umbria, Punti Roma Facile o le palestre digitali in Veneto. In queste e simili esperienze si riscontrano integrazioni tra fruizione di webinar e utilizzo di social network, programmi Tv, radio, che si combinano anche con il supporto telefonico e della messaggeria istantanea.
La vera sfida è di far sì che questo momento certamente di difficoltà e di limitazioni porti a un’evoluzione non soltanto della percezione delle competenze digitali (non più accessorie ma “chiave” come da tempo raccomandato anche dalla UE) ma anche delle metodologie e dell’approccio complessivo, con alcuni caratteri essenziali tra cui:
la collaborazione e il coordinamento come metodo, per raccordare iniziative ed esperienze intorno alle linee di intervento della Strategia, superando frammentazione e ridondanze;
l’openness come principio base, per massimizzare le sinergie e la collaborazione, velocizzare l’evoluzione di strumenti e contenuti formativi e focalizzare gli sforzi nella loro declinazione verso i destinatari, in una logica di sempre maggiore personalizzazione;
l’ibridazione presenza-online come metodologia condivisa e anche base per sinergie tra attori formativi, favorendo sempre più scalabilità e sostenibilità delle iniziative. 
Una sfida che il piano operativo della Strategia per le competenze digitali come anche le iniziative di Repubblica Digitale vogliono cogliere.
 

1. Il percorso di introduzione della didattica a distanza alla SNA

La Scuola Nazionale dell’Amministrazione (SNA), nel quadro di un più ampio intervento di innovazione delle sue attività formative (1), ha promosso, a partire dal secondo semestre del 2017, un percorso strutturato per lo sviluppo della formazione a distanza, considerata un asset fondamentale anche per il long life learning della pubblica amministrazione. La SNA ha, infatti, come missione il reclutamento e la formazione di dirigenti e funzionari pubblici, in particolare dei ministeri e delle amministrazioni centrali (2).

Partendo da alcune esperienze pilota sviluppate in precedenza, e in considerazione delle crescenti esigenze manifestate dalle amministrazioni e dai partecipanti ai corsi, nel 2017 è stata avviata un’azione volta a incrementare progressivamente la quota di formazione fruibile a distanza.

Il percorso ha previsto, nella prima fase (2017-2018), l’approfondimento e l’individuazione delle modalità di formazione a distanza, sincrona e asincrona, più adeguate per i destinatari delle attività formative della Scuola; un’azione formativa interna di introduzione alle metodologie e agli strumenti eLearning, dedicata ai docenti e al personale di supporto; l’acquisizione delle piattaforme e l’integrazione delle stesse con i sistemi gestionali della Scuola.

Nella seconda fase (2018-2019) sono state definite le caratteristiche delle tipologie di corso (in aula, blended, interamente in eLearning); l’uso di Moodle è stato integrato all’interno di tutta l’offerta didattica, creando un’aula virtuale per ciascun corso; è stata avviata la progettazione e realizzazione dei primi contenuti online (video-lezioni), prodotti internamente.

2. La reazione all’emergenza Covid-19 e lo sviluppo di nuovi modelli didattici

Il percorso realizzato ha permesso alla SNA di affrontare in maniera proattiva l’emergenza Covid-19: a metà marzo, in una sola settimana, tutti i corsi previsti in aula sono stati riprogrammati a distanza, premettendo alla Scuola di proseguire regolarmente con l’erogazione di tutti i corsi previsti nel catalogo dell’offerta formativa per il 2020: 226 corsi, articolati in oltre 300 edizioni (3).

Oltre alla elevata numerosità, la particolarità dei corsi SNA è data dal fatto che coprono conoscenze e competenze in ambiti tematici fortemente diversi e che ad essi partecipano discenti con profili professionali differenziati e provenienti da una pluralità di amministrazioni, con la conseguente necessità di trovare modalità didattiche il più possibile adeguate a gestire una così elevata eterogeneità.

A seguito della pandemia, i corsi SNA sono stati realizzati secondo tre modalità principali (figura 1):

  • Corsi interamente sincroni: composti da webinar, con sessioni della durata massima di due ore;
  • Corsi interamente asincroni: strutturati in contenuti digitali fruibili autonomamente dai corsisti in un periodo di tempo predefinito;
  • Corsi sincroni-asincroni: che prevedono una combinazione, in misura variabile, di webinar sincroni e contenuti digitali asincroni.

I corsisti accedono a tutte le tipologie di attività previste per ciascun corso dalla piattaforma Moodle, dove è previsto un ambiente online dedicato per ciascuna edizione (cd. aula virtuale), nel quale sono disponibili anche: programma del corso, materiali e contenuti didattici di approfondimento, registrazione dei webinar (dopo la lezione sincrona), test di valutazione e questionario finale di gradimento del corso. Per alcuni corsi sono inoltre previste attività ulteriori, quali forum di discussione e tutoraggio a distanza.

Figura 1 - Modalità corsi SNA marzo-ottobre 2020

Nel secondo semestre 2020 è stata avviata anche la progettazione e realizzazione di corsi con modalità scheduled (4) e di corsi self-paced. Il primo modello è attualmente in fase di sperimentazione su 12 corsi relativi ad ambiti tematici diversi: sviluppo sostenibile, politiche di coesione, big data, comunicazione, gestione dei gruppi di lavoro, protezione dei dati personali, transizione digitale. Tali corsi, che hanno durate molto diverse, sono stati selezionati con l’obiettivo di aumentare l’interazione tra partecipanti e tra partecipanti e docenti. Accanto a momenti di didattica sincrona, i corsi prevedono, in combinazioni diverse, video di ingaggio introduttivi, podcast, attività da realizzare su Moodle o in piccoli gruppi su Teams (simulazioni, presentazioni etc.), una prova di valutazione finale che, nei corsi più lunghi, può essere anche un project work.

Il modello didattico self-paced è stato applicato ai corsi asincroni che forniscono conoscenze di base in materia di: analisi delle politiche pubbliche, contabilità pubblica, diritto amministrativo, economia pubblica, management pubblico, statistica, trasformazione digitale. Ciascun corso è composto da video-lezioni (da 5 a 8, di cui la prima introduttiva al tema) curate da docenti diversi; test di auto-valutazione al termine di ciascun video (3 domande a scelta multipla), il cui superamento è indispensabile per passare al video successivo; articoli e altri materiali di approfondimento; forum di discussione attraverso la piatttaforma Moodle, con la possibilità sia di dialogare tra pari sia di porre questioni ai docenti; un test di valutazione finale (20 domande a risposta multipla) (5).

Da aprile 2020 è stato inoltre promosso il progetto “Solidarietà formativa” che mette a disposizione delle amministrazioni, gratuitamente e in ottica di riuso, i contenuti digitali asincroni disponibili nel catalogo SNA. Il progetto ha coinvolto, sino a ora, 7 amministrazioni, per oltre 200 contenuti in riuso. Tale iniziativa ha permesso di rendere disponibili i contenuti dell’offerta formativa a un parterre ancora più ampio di dipendenti pubblici, creando, grazie al supporto metodologico offerto dalla Scuola, percorsi dedicati a singole amministrazioni e a differenti categorie professionali. In considerazione dell’interesse con il quale le amministrazioni hanno accolto questo progetto, la SNA sta valutando la realizzazione di alcuni MOOC su temi di interesse trasversale per la PA, quali trasformazione digitale, comunicazione pubblica, prevenzione della corruzione e contratti pubblici.

3. I primi risultati e i fattori critici di successo

Tra il 2019 e il 2020 (dati aggiornati a ottobre) i corsi in modalità eLearning sono passati da 28 a 179, le edizioni da 57 a 270 e le ore di formazione a distanza da 1.885 a circa 4.000 (figura 2).

Complessivamente, tra marzo e ottobre 2020 sono state realizzate 1.026 sessioni di webinar (a fronte delle 128 del 2019) (figura 3), mentre il catalogo dei contenuti digitali asincroni è stato ulteriormente sviluppato e conta oggi 388 learning objects (6).

Figura 2 - Corsi, edizioni e ore eLearning SNA 2017-2020

Figura 3 - Sessioni webinar SNA 2019-2020

I dati relativi al gradimento dei corsi, monitorati attraverso questionari al termine di ciascun scorso, hanno registrato un apprezzamento positivo di queste modalità: lo SNA Quality Index - indice che sintetizza le variabili di qualità monitorate - del II quadrimestre 2020 ha registrato il livello più elevato (86,4 su 100) da quando viene registrato (7).

Tali risultati sono stati possibili grazie al coinvolgimento attivo dei diversi attori del processo formativo della SNA: docenti, tutor e partecipanti. Dal punto di vista organizzativo, la riprogettazione ed erogazione dei corsi ha fatto capo ai cinque Dipartimenti didattici, con un ruolo trasversale svolto dall’eLearning Lab, il centro interno di competenze, creato nel 2018, che ha come obiettivi la promozione e lo sviluppo della formazione online della Scuola, grazie ad attività combinate di supporto metodologico, tecnologico e di gestione delle piattaforme

Docenti e tutor sono stati attivamente coinvolti in percorsi di peer learning: i primi sono stati supportati nella riprogettazione dei contenuti dei propri corsi grazie a momenti formativi dedicati alle piattaforme utilizzate dalla Scuola e alla predisposizione di linee guida per la realizzazione dei webinar e dei contenuti didattici asincroni; i secondi sono stati costantemente accompagnati dall’eLearning Lab grazie a iniziative formative dedicate e a interventi individuali di capacity implementation.

I tutor hanno rappresentato un asset fondamentale nel supporto ai docenti e ai partecipanti nell’erogazione dei corsi. L’impegno è stato particolarmente rilevante in considerazione dell’elevato numero di docenti coinvolti (oltre 500), spesso incaricati per una sola lezione, e del numero e tipologia di partecipanti, che nel 2020 sono stati oltre 25.000 (8): dirigenti e funzionari con una età media elevata, abituati a modalità di apprendimento tradizionali e in molti casi con scarsa dimestichezza nell’uso delle piattaforme tecnologiche.

La necessità di adattare i programmi dei corsi, inizialmente progettati per una fruizione prevalentemente in presenza, ha inoltre permesso di avviare una sempre maggiore integrazione delle piattaforme utilizzate dalla Scuola (Moodle, Adobe Connect e Microsoft Teams) e ha evidenziato al contempo gli aspetti critici da affrontare e migliorare.

4. Lessons learned e sviluppi

Il percorso di sviluppo della formazione a distanza ha rappresentato per la SNA una innovazione fondamentale perché ha permesso alla Scuola di aumentare in maniera significativa il numero di discenti che essa è in grado di raggiungere, superando il limite “fisico” delle aule e le problematiche connesse ai costi delle missioni, ma ha imposto anche un progressivo ripensamento delle metodologie didattiche.

In considerazione del perdurare dello stato di emergenza sanitaria, le attività formative SNA per il 2021 (262 corsi di formazione continua) sono state prudentemente organizzate ancora interamente a distanza per il primo semestre e con la previsione di un ritorno graduale in presenza a partire da settembre-ottobre (9).

L’esperienza sviluppata nel 2020 e qui sinteticamente presentata ha coinvolto la Scuola in un percorso di progressivo incremento delle proprie competenze e capacità, nella direzione di un “modello di didattica integrata” tra attività in presenza e a distanza e attività sincrone e asincrone. In tale modello le attività in aula dovranno essere progettate, in particolare, come momenti formativi che presuppongono il coinvolgimento attivo del discente (laboratori, testimonianze, presentazione e discussione di casi proposti dai partecipanti a partire dalla loro esperienza lavorativa), mentre le attività a distanza dovranno essere sviluppate ancora più in funzione della natura specifica, degli obiettivi formativi e del numero di partecipanti di ciascun corso, permettendo nel contempo una maggiore personalizzazione delle relative esperienze d’uso.

A partire dai risultati delle sperimentazioni in corso, la SNA intende proseguire il suo impegno nel percorso di rafforzamento e innovazione delle metodologie didattiche e per la definizione di adeguati modelli di long life learning per le amministrazioni pubbliche, grazie anche a una sempre maggiore integrazione tra le sue attività di formazione e ricerca.

 

 

 

1. Si veda Battini S. e Bandera S., L’esperienza recente della Scuola Nazionale dell’Amministrazione nel dialogo con le amministrazioni destinatarie della formazione, in Atti del convegno AIPDA (Pisa, ottobre 2019), in corso di pubblicazione.

2. Nata nel 1957, come Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA), è parte integrante della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nella sua configurazione attuale è stata definita nel 2014 a seguito dell’accorpamento delle scuole di formazione dei diversi ministeri: Scuola Superiore dell'Economia e delle Finanze, Istituto diplomatico "Mario Toscano", Scuola Superiore dell'Amministrazione dell'Interno, Centro di Formazione della Difesa e Scuola Superiore di statistica e di analisi sociali ed economiche.

3. Tra marzo e maggio 2020 sono state realizzate a distanza anche tutte le attività del VII Corso-concorso per il reclutamento di 125 nuovi dirigenti pubblici, che erano state originariamente previste presso la sede della SNA di Caserta. Sulla riorganizzazione di tali attività a distanza si veda Limongelli V., Moodle e Corso-concorso, in Atti del convegno MoodleMoot Italia 2020 (novembre 2020), in corso di pubblicazione.

4.Watson W.R., Yu J.H., Watson S.L., Perceived Attitudinal Learning in a Self-Paced versus Fixed-Schedule MOOC, in “Educational Media International”, 55(2), 2018, pp. 170-181.

5. Per un approfondimento sulle sperimentazioni in corso si rinvia a Bandera S., D’Antoni C., Limongelli V., Micale F., Sviluppare la formazione a distanza nella PA: l’esperienza della Scuola Nazionale dell’Amministrazione, in Atti del convegno MoodleMoot Italia 2020 (novembre 2020), in corso di pubblicazione.

6. Il catalogo è disponibile sul sito SNA: http://sna.gov.it/it/tutte-le-news/formazione/dettaglio-news-formazione/article/smart-learning-alla-sna-disponibile-il-nuovo-catalogo-delle-video-lezioni/

7. Lo SNA Quality Index (SQI) è l’indice sintetico che permette di monitorare i fattori fondamentali di valutazione di ciascun corso da parte dei partecipanti (che compilano un apposito questionario nell’ambiente online Moodle): percezione globale della qualità, qualità della docenza, soddisfazione delle attese ed erogazione del servizio.

8. Il dato relativo ai partecipanti è aggiornato a ottobre 2020.

9. Il catalogo dei corsi 2021 è disponibile sul sito SNA: http://paf.sna.gov.it/

 

 

A marzo scorso ci siamo ritrovati, alcuni da giorni, alcuni da settimane, con tantissimo tempo a disposizione, che però trascorreva velocissimo, tranne nei momenti in cui si attorcigliava sugli stessi pensieri, come attorno a un chiodo arrugginito.
Stavamo, improvvisamente, in uno strano mo(n)do. Orfani di contatti e lontani persino dai vicini di casa.
"Come facciamo a stare insieme?"
È così che, in Bottega Filosofica, ci è venuta l’idea, un po' di pancia e poi più ordinata, di trovare dei modi per stare insieme anche da lontano, sfruttando internet e soprattutto le nostre competenze, offrendole a chi avesse avuto voglia di esserci e accogliendo quel che fosse venuto in cambio.
Volevamo un modo per liberare la mente, per non stare inchiodati in quella 'cosa' lì. Una rete di protezione.
E abbiamo organizzato laboratori, salotti virtuali e incontri di approfondimento e di scambio, insieme davvero.
 
Abbiamo immaginato e preparato modi per #restareacasa e stare comunque insieme, fare comunità, scambiare saperi, capacità, emozioni, adatti a quella particolare situazione, a quella gigantesca pausa, vuota e piena: vuota di routine e abitudini che sapessero di normalità, piena di sensazioni un po’ al limite, un po’ sconosciute, un po’ spiazzanti.
In effetti, far stare insieme è una delle capacità che servono più frequentemente nel nostro lavoro, e allora perché non mettere a disposizione questa competenza?
Così è nato Tempo della cura, cura del tempo.
 
Tempo della cura. Gli incontri sono state occasioni per acquisire abitudini che, spesso, non si aveva avuto il tempo di acquisire, fare quel che non si faceva perché “non avevamo tempo”. 
Cura nel senso più ampio del termine: del fisico, dello spirito, della mente, di noi come individui e delle relazioni. Per grandi e piccoli, ciascuno a suo modo.
 
Cura del tempo. A guardare bene, in quella primavera, non abbiamo avuto più tempo, ma tempo diverso. Eravamo consapevoli che il tempo in realtà fosse poco, in un certo senso minore di prima - anche se sembrava strano - e le energie erano ancora meno.
Le giornate erano faticose, se non per tutti fisicamente di certo mentalmente e emotivamente. Il nostro intento non è stato, quindi 'occupare' spazi ma alleviare e condividere. Prenderci cura di quel tempo, prendendoci cura di noi e delle relazioni. E facendolo in modo condiviso, veramente.
Ecco perché non sono state iniziative riempitive ma attività di tras-formazione adatte a questo modo di 'stare', così diverso da quello a cui la maggioranza di noi è abituata.
 
Cos'è è stato, in pratica?
Ci siamo dati appuntamento a piccoli gruppi – massimo 10 persone -, connessi in videoconferenza - e quindi tutti partecipanti attivi - per incontrarci e stare insieme in modi diversi: leggere insieme e chiacchierare, a partire da un libro, raccontare storie, fare insieme esercizi orientati al benessere fisico e non, laboratori di cucina e di arte per bambini, un mastermind group con altre PMI per interrogarci insieme sul futuro. Non eravamo ancora così tanto abituati a Zoom, per molti è stata una vera scoperta alla quale si sono avvicinati con meraviglia e un po' di titubanza che l'attenzione meticolosa che abbiamo messo nel creare spazi accoglienti e sicuri, sebbene virtuali, ha presto fatto superare.
 
Noi di Bottega Filosofica abbiamo messo a disposizione lo spazio digitale e le competenze, professionali e legate alle disposizioni di ognuna. E in più, abbiamo raccolto nella nostra rete chi aveva voglia di mettersi a servizio e creare occasioni di condivisione e inclusione nel campo di cui era competente. Ci siamo incontrat* in salotti virtuali contemporanei e condivisi: non si è trattato di videocorsi o di registrazioni, tutti i partecipanti erano presenti online contemporaneamente in uno spazio comune e potevano interagire tra loro. Se le abbiamo chiamate con-versazioni è perché lo sono state veramente.
 
Con lo stile semplice, onesto e minimale che ci contraddistingue e lo stesso spirito di servizio di sempre, abbiamo iniziato senza aspettarci che fosse tutto già perfetto. In quel momento particolare di fine marzo abbiamo preferito cominciare e migliorare man mano, piuttosto che ricercare la perfezione. Ma anche se sono stati tutti incontri gratuiti ci abbiamo messo lo stesso tempo, gli stessi materiali, lo stesso impegno, abbiamo proposto attività con la stessa qualità di cui i partecipanti avrebbero goduto se avessero pagato.
 
Noi ci abbiamo messo tutta la competenza e l'impegno e il resto lo abbiamo creato insieme a chi ha partecipato. Nella logica della co-costruzione - che ci contraddistingue - abbiamo iniziato, abbiamo sperimentato, abbiamo aggiustato, dandoci feedback reciproci per migliorare ciò che stavamo facendo insieme. Abbiamo sperimentato insieme la co-creazione dello spazio che ci ha accolto.
D’altra parte autenticità è una delle nostre parole d’ordine e questo era già l’anno del "fatto è meglio che perfetto".
E volevamo - come ancora vogliamo - che tutto andasse avanti in modo sostenibile: con quello che avevamo già e secondo ritmi che aiutassero si, a distrarre ma senza aggiungere ansia e pressione a giorni che già ne portavano abbastanza.
 
Abbiamo quindi offerto, sempre a distanza, opportunità molto diverse mettendoci in gioco tutte e anche come abbiamo detto, con la collaborazione di alcun* altr* professionist* nella nostra rete, che si sono mess* in gioco per portare, per la prima volta, le loro attività on line gettando il cuore oltre l’ostacolo ma potendo contare su solide competenze e una ancora più solida passione per gli altri.
Sono nati così, oltre al mastermind group del quale ho già accennato, un laboratorio di movimento e consapevolezza con una amica fisioterapista, un gruppo di lettura condivisa – che ancora vive e prospera -, un gruppo di auto-mutuo-aiuto condotto da una collega psicologa per riflettere su ciò che ci stava accadendo dentro in quel momento così sconcertante, un laboratorio di cucina per bambini e genitori e i workshop d’arte per bambini condotti da Pamela D’andrea, coautrice di questo articolo.

pARTEcipiamo!
 
E' stata una serie di laboratori artistici dedicati a bambini in età scolare ed è stato anche un invito a mettersi in gioco rivolto non solo ai bambini, ma a tutto il gruppo familiare che assisteva tramite la piattaforma Zoom a queste lezioni/laboratorio. Laboratorio Klimt.jpg
 
Quando in Bottega Filosofica ci siamo interrogate su cosa avremmo potuto fare fattivamente per aiutare le persone che, in maniera responsabile avevano accettato di rimanere in casa, a continuare a mantenere o intrecciare contatti con altre persone, volevamo che le occasioni fossero più vere e più varie possibili. E, dalle stesse riflessioni, è nata la decisione di anticipare alcune attività che avevamo previsto per settembre, adattandole alle necessità di quei giorni.
 
Il progetto più ampio si chiama Nutrire i germogli e prevede diverse attività per coinvolgere i giovanissimi - i bambini in età scolare - e introdurli, in maniera leggera ma competente, ad ambiti per loro stimolanti e sfidanti. Fa parte del nostro impegno di Società Benefit, è parte del nostro obiettivo di beneficio comune che in sintesi si concretizza nella diffusione, in tutti gli ambiti, nella diffusione di una cultura della sostenibilità che parte anche da una diversa offerta educativa a bambini e ragazzi. Sostenere, incubare, il progetto Nutrire i germogli è il nostro modesto contributo in questa direzione.

Una delle quattro attività che lo compongono – le altre sono musica, cucina, giardinaggio - quella di cui Pamela si occupa personalmente, data la sua formazione come storica dell’arte e l’esperienza come operatrice didattico-culturale prende la forma di laboratori artistici raccolti sotto il nome “pARTEcipamo!”.
Per la progettazione il compito di Pamela è stato innanzitutto quello di selezionare quali, tra i laboratori che aveva già condotto in alcuni spazi ospitanti della Capitale (quindi in presenza con i bambini partecipanti), potevano essere adattati a una versione in modalità web live che permettesse di seguire i passaggi che compongono la realizzazione di un’opera d’arte casalinga.

Ho dovuto anche immaginare quale tipo di materiali di recupero potesse essere più facilmente reperibile nelle case di chi avrebbe partecipato, viste le restrizioni sempre maggiori che —certamente — avrebbero potuto rendere difficile trovare qualcosa che mancava. Così, cercando di non dare per scontato nulla, a volte insieme ai genitori (che, ripeto, non sono solo supervisori ma parte attiva nei laboratori) abbiamo cercato soluzioni alternative e improvvisate, per proseguire il lavoro con quello che si trovava in casa".
 
E così abbiamo sperimentato e continuato a farlo, scoprendo insieme dove ci portasse usare una particolare tecnica, confrontandoci sul risultato, aggiustando il tiro o abbracciando, con il giusto coraggio, ma sempre in maniera lieve ed ironica, anche l’errore ‘per vedere l’effetto che fa’, come diceva una famosa canzone.
 
I gruppi virtuali erano composti, in media, da sette famiglie che già nei primi appuntamenti hanno familiarizzato sia con Pamela e il suo modo di trasmettere le proprie conoscenze e dare indicazioni, che tra di loro, prendendo reciprocamente spunto dagli altri e osservandone i lavori, per comprendere meglio come fare.
 
laboratori Pamela.jpgPerché, come a Pamela è caro sottolineare a chi partecipa, è importante che questi laboratori siano un pretesto per accostarsi al percorso dell’artista che si incontra in quella settimana ma è altrettanto importante, che comunque, dopo aver capito quale stile, quali colori, quale resa egli/ella proponeva, si possa serenamente provare a interpretare i passaggi per rendere l’opera che si sta eseguendo più vicina alla sensibilità artistica di ciascuno.
 

Al termini del laboratorio, i genitori, ricevono una e-mail che riassume brevemente i passaggi dell’attività che è stata svolta, per poter recuperare quel che può essere sfuggito ed essere in grado di eseguire nuovamente il lavoro, unitamente a riferimenti di testi o video o altro che sia stato citato durante l’incontr - utili per un approfondimento - e la lista dei materiali che saranno usati nel laboratorio successivo, per avere il tempo di raccoglierli.
 
Alla fine dell’ora trascorsa insieme Pamela ha sempre raccolto dai bambini le impressioni sulle loro realizzazioni e sul modo in cui hanno vissuto l’esperienza: “I feedback che preferisco sono le espressioni gioiose di chi condivide orgoglioso il suo lavoro con me e le altre famiglie”.  ma accanto a questi ci sono le foto delle opere realizzate in una breve ora e i commenti dei genitori come, ad esempio, questo " Ciao Pamela, visto che ci vendiamo sempre in bianco e nero, abbimo pensato di inviarti le foto a colori delle produzioni di Davide (che ha appeso ai muri di casa). Lui aspetta con trepidazione l'apppuntamento del venerdì. E non è scontato. A lui non piace disegnare. E 'arte e immagine' è l'unica materia che a scuola non gli va granché...."  o questo "Carissima Pamela, nel ringraziarti per il tuo lavoro, bello e appassionante, volevo dirti che la volta scorsa Pietro era radioso: lui ha una buona manualità che usa spesso nel realizzare giochi di vario tipo, spesso ispirati alla tecnica. Si è sempre considerato estraneo all'arte e a ogni arte ficurativa. Invece l'ho visto partecipare con convinzione e ci ha mostrato con orgoglio per giorni la sua scultura".
Una famiglia ha addirittura creato una 'galleria' con le opere dei vari laboratori sulla porta di casa. 
 
Questa possibile soddisfazione è stata alla base della volontà di Pamela di mettersi in gioco in quel particolare momento, di superare reticenze e buttare il cuore oltre l’ostacolo: “La sfida non è stata solo loro, è stata anche la mia e spero che questo processo di crescita portato avanti insieme possa contribuire a cambiare in qualche modo tangibile la percezione delle cose nel nostro prossimo futuro. Prendermi cura di quel gruppo di famiglie durante quei mesi è stato il mio piccolo contributo per un mondo migliore”.
 
Nel frattempo, grazie al passaparola, il numero dei partecipanti aumentava tanto da dover programmare altre edizioni, sempre gratuite, naturalmente.
 
 

gallery laboratori Pamela.jpg

 
 

Mi sentite? Ti sentiamo!
Si vede il mio schermo? Sei freezato! È andato giù! No ci sono!
Quante volte nei training online organizzati durante l’emergenza sanitaria ci è capitato di ripetere queste frasi, quasi un rito di iniziazione alle call.
Eppure, nonostante le immancabili difficoltà, fa impressione pensare che il mondo intero sia rimasto (iper)connesso attraverso la Rete, e che questa abbia incredibilmente sostenuto quotidianemente i flussi dati e la capacità produttiva di noi tutti. Ma proprio tutti!
È da qui che farei iniziare la condivisione della mia storia di apprendimento. Dal mezzo, lo strumento a cui tutti siamo dovuti ripiegare, pur di mantenere la nostra operatività in un periodo di forzato isolamento.
Da qualche decade anche la formazione ha iniziato il proprio percorso di avvicinamento al digitale. Siamo partiti dai corsi frammentati in tanti floppy disk, poi li abbiamo incisi su CD e DVD ed infine abbiamo adottato piattaforme digitali di apprendimento (o Learning Management System).
Insomma, non è da oggi che la tecnologia è a supporto dei processi di apprendimento ed anzi, il mercato era già prospero di offerte ed il settore dell’elearning in costante crescita, prima dell’attuale emergenza sanitaria. Basti pensare alla quantità e varietà di corsi disponibili sul web, da Coursera a Linkedin Learning, da Udemy a Getsmarter, per non parlare dell’offerta on demand proposta dalle Business School verso post-graduate ed executives.
E quindi, cosa è cambiato? È cambiato il modo di vedere questo tipo di offerta. Non più un'opzione, ma una necessità. Non più un’occasione, ma una abitudine.
Dicevamo: “perchè mai rinunciare ad un corso in aula a vantaggio di un corso online?”
Diciamo: “perchè andare in aula se posso farlo online?”

Dall'aula all'online

Quando la formazione migra dall’aula verso l’online, resta comunque ferma e imprescindibile la necessità di focalizzare i nostri interventi formativi non solo sulla qualità del contenuto che vogliamo trasferire, ma soprattutto sull’experience del partecipante, garantendo ai nostri destinatari la fattiva possibilità di partecipare ai training, mantenendo la loro attiva partecipazione attraverso il coinvolgimento e l’interazione.

(L'immagine è tratta da:
https://universityinnovation.org/wiki/Priorities:IE_University_Student_Priorities
/ https://www.ie.edu/madeofchange/).

In tal senso, tanti sono i piccoli accorgimenti che possiamo adottare per migliorare la riuscita dei nostri live training online:

  • verifica dell’inquadratura, frontale e centrale, anche se utilizziamo la webcam del pc
  • punto di osservazione sulla camera e non sullo schermo, in modo da creare un contatto visivo con i nostri partecipanti da remoto
  • scelta della location e dello sfondo, soprattutto quando siamo in casa
  • verifica dei rumori di fondo, perchè anche il tintinnio del nostro cellulare è sempre in agguato
  • illuminazione (mai da dietro)
  • tono di voce narrativo e cadenzato (un test sul microfono è sempre raccomandabile)
  • abbigliamento, per risaltare rispetto allo sfondo
  • avere a portata di mano alcuni oggetti quali penna, blocco notes ed orologio, tante volte non potessimo usare i fogli elettronici ed il timing del nostro PC.

Ultimo punto, ma fondamentale, è la verifica che la banda internet sia disponibile ed il segnale wifi non sia debole.
Se abbiamo intenzione di presentare dei contenuti, meglio avere un secondo dispositivo connesso alla stessa live session. Il primo dispositivo, ad esempio il nostro personal computer, ci servirà per presentare i nostri files, mentre il secondo ci consentirà di monitorare chat ed alzata di mano, funzionalità disponibili negli strumenti di meeting che di solito risultano meno visibili quando si passa in modalità presentazione. In questo modo avremo la facoltà di dar seguito alle richieste o ai dubbi dei nostri partecipanti, similmente a quanto accade in una aula in presenza. Se durante la nostra presentazione vogliamo poter scrivere direttamente sui contenuti presentati e mostrarli real-time a tutti i partecipanti, il dispositivo utilizzato per condividere i nostri files deve necessariamente essere touch. Fortunatamente i repository in cloud ci vengono in soccorso e ci permettono di recuperare facilmente i nostri archivi di files da qualsiasi dispositivo web based, anche senza il supporto di chiavette ed hard-disk esterni.
Se il numero di destinatari dell’intervento formativo live è contenuto e vogliamo migliorare l’empatia con i nostri partecipanti è molto utile che tutti abbiano la propria camera attiva. Vedersi faciliterà l’interazione. Un breve giro di presentazioni consentirà di rompere il ghiaccio e far emergere, prima di iniziare, eventuali difficoltà da parte di qualcuno dei partecipanti a prendere la parola o ad usare il proprio microfono. Potrà comunque interagire attraverso la chat. Questo breve check migliorerà la riuscita del training prevenendo eventuali successive interruzioni legate alle difficoltà di intervento di costoro.
Mentre gli interventi in aula da parte di docenti e guest potevano anche essere lunghi e strutturati, a distanza è necessario siano più brevi e con frequenti momenti di attivazione dei partecipanti, recap o verifica di quanto trasferito.
Andare online non pregiudica la possibilità di erogare esercitazioni e workshop. Andranno, come sempre, progettati preventivamente definendo obiettivi e modalità. Potremo prevedere attività di gruppo, attraverso la creazione di live session dedicate, ed il passaggio del docente da una sessione all’altra consentirà di monitorare e supportare ciascun gruppo. La chat potrà rappresentare lo strumento di contatto attraverso cui interagire con tutti i nostri partecipanti e, una volta terminata l’attività di gruppo, ci si potrà ritrovare nella room principale per condividere i risultati raggiunti. Gli strumenti di file sharing in cloud consentiranno di collezionare gli elaborati prodotti, che potranno essere redatti attraverso il contributo congiunto e simultaneo di tutte le risorse afferenti a ciascun gruppo.
Laddove le condizioni lo consentano, è auspicabile sviluppare delle Web Simulation destinate al singolo partecipante o a gruppi di essi, che potranno sperimentare in un ambiente “protetto” le dinamiche relazionali, di business o di management progettate nel software. La possibilità di sperimentare tali dinamiche in gruppo permetterà di amplificare le caratteristiche interpersonali e le soft skill dei singoli anche in relazione al gruppo, nonchè al docente di poterne valutare le dinamiche. Qualsiasi simulazione che possa essere erogata in distance, potrà tanto più essere erogata in aula, con il vantaggio di garantire in entrambi i casi la memorizzazione e storicizzazione dei dati relativi alle diverse sessioni erogate. Inoltre, l’uso delle simulazioni permetterà ai partecipanti di cimentarsi ed esercitarsi anche a latere delle sessioni di live training previste dal docente, in momenti in cui il puntuale supporto del docente potrebbe anche non essere previsto. All’aumentare del numero di volte in cui la simulazione sarà utilizzata, aumenteranno le informazioni (anonime!) raccolte, a beneficio dell’analisi dei dati e della ricerca. Il beneficio di disporre di strumenti di simulazione web based da portare nelle nostre iniziative formative è elevato in quanto introducono interazione, coinvolgimento tra i partecipanti e didattica esperenziale. La possibilità di riuso, poi, consente anche al singolo partecipante di cimentarsi più volte con la medesima simulazione, specie se caratterizzata da scenari o bivi in quanto “giocate” diverse potrebbero portare a step e risultati ben diversi. Se ben progettata, la simulazione avrà alcune funzionalità di “configurazione” che, sapientemente gestite dal docente, permetteranno di modificare il comportamento della simulazione stessa con l’obiettivo di accentuare alcune caratteristiche o rendere più o meno complesse le scelte che ciascun partecipante dovrà affrontare durante la propria esperienza simulata. Di fatto, questa opzione consente di avere più simulazioni in una, semplicemente intervenendo su alcuni parametri di configurazione.
Oltre alla possibilità di variare la configurare della simulazione è molto importante disporre di funzionalità di reportistica che consentano al docente di visualizzare informazioni sia analitiche che aggregate su come ciascun partecipante o ciascun gruppo ha approcciato la propria esperienza formativa con la simulazione. Avere dei dati sulle scelte fatte, i tempi impiegati, gli eventuali ripensamenti, permetterà di personalizzare la fase di debrief ed aggiungere ulteriore valore all’esperienza formativa nel suo complesso, riprendendo la teoria per condividere le scelte corrette rispetto alle scelte adottate da ciascun partecipante.
Quindi il solo parametro utile per valutare la sostenibilità di uno sviluppo su misura di un software che simuli le dinamiche che vogliamo far sperimentare ai nostri partecipanti è il rapporto tra il costo da sostenere per svilupparlo rispetto al numero di riusi (inteso come il numero complessivo di partecipanti cui sarà destinato). Più il risultato di questo rapporto sarà basso, più sarà sostenibile. Poichè tutti i software sono soggetti ad obsolescenza, l’arco temporale in cui avranno luogo i riusi deve essere contenuto in un intervallo certo e definito. Difficile dare un numero senza sapere cosa si andrà a realizzare e con quale tecnologia, ma il numero tre è considerato un numero magico in molte culture, per cui mi sentirei di dire che ogni anno di erogazione di una simulazione dopo il terzo, senza che sia necessario apportare interventi manutentivi, è un anno guadagnato!

Non è più "futuro"

Riepilogando: poichè tutto il mondo si è indirizzato verso gli strumenti di meeting e di live session, qualsiasi docente o formatore non può più accontentarsi “solo” si erogare la propria attività formativa attraverso uno strumento di meeting. Ce ne sono diversi sul mercato e ciascun vendor ha investito ingenti fortune pur di migliorarne le funzionalità ed il posizionamento. Ciascun formatore scelga quello che meglio si adatta alla propria modalità di fare didattica, ma è molto importante conoscerlo a fondo. È utile fare delle prove, con pochi fedeli adepti, che possano restituirci un feedback sincero, sia tecnico (qualità audio/video) che sulla nostra capacità di stare davanti ad una videocamera, che sulla nostra capacità di coinvolgere. Sono disponibili molti tool, anche gratuiti che consentono di incrementare l’interazione con i nostri partecipanti e raccogliere feedback: dagli istant poll, ai questionari, agli assessment digitali. Opportunamente proposti ed intervallati alla presentazione dei nostri contenuti, possono migliorare (e di molto) la percezione lato partecipante del livello di qualità della formazione erogata.
Il progresso non si ferma, la tecnologia neanche. Per quanto non accessibile a tutti, sono già disponibili soluzioni multi screen e multi utente che permettono ad un docente durante un live training di attivare l’interazione con i partecipanti semplicemente “toccando” uno schermo (o una sua sezione). Nel contempo dati aggregati su test, poll e feedback consentono al docente di gestire real time mediante una unica soluzione l’interazione con i destinatari dell’intervento formativo. Nel mentre appaiono le misurazioni dei livelli di attenzione dei partecipanti (attraverso la face recognition). Pensate sia il futuro? Beh, qualcuno questo futuro lo sta già sperimentando...

Partiamo da una constatazione: non c’è una persona al mondo che non si sia trovata in un modo o nell’altro impattata della Pandemia. Potremmo ipotizzare un eventuale Robinson Crusoe, ma non mi pare un esempio significativo. Parliamo più in generale e di generale ne abbiamo una considerevole quantità e discrete qualità. Il Covid-19 e il modo in cui viene gestito da nazioni e singoli, è presente da svariati mesi e scandisce una nuova routine, delle nuove esigenze, spesso anche un diverso stato d’animo. Esiste un Prima. Si parla e forse ancor più si pensa al Prima sia che si aspetti il suo ritorno, uguale, conosciuto, rassicurante (la nostalgia fa anche questi effetti), sia che si pensi che un Prima uguale a prima, non ci sarà più.
Tutto questo riguarda anche la società per cui lavoro, una realtà globale operante nei settori farmaceutico e chimico. In modo abbastanza repentino ci si è trovati in una nuova situazione, ha preso vita e consistenza una nuova parola: lockdown. Ci si è trovati chiusi in casa e senza la possibilità di incontrare i propri interlocutori e colleghi. Almeno… non poterli incontrare di persona. L’unica era passare al virtuale. Ma come? Non mi riferisco alle infrastrutture; reti e computer esistevano già, anche se forse utilizzati per altri scopi che non per "lavorare" dal proprio salotto, o cucina, o stanza dei bambini. È nato così il "Digital Lab", un progetto voluto e promosso dai Direttori dell’azienda, con l’obiettivo di rifocalizzare l’impatto sugli interlocutori esterni e anche su quelli interni. Dopo una prima fase di stasi e di attesa, si è palesata la necessità di creare nuove modalità di lavorare e soprattutto nuove forme di interazione, dunque, delle nuove abilità per interagire. Questo progetto, messo in piedi in pochissimo tempo, è stato un modo di reagire al lockdown, ma non solo. Verosimilmente, quando il virus e/o il lockdown saranno un ricordo, rimarranno delle modalità di lavoro miste e quanto imparato e scoperto in questo periodo, resterà come espansione, non sostituzione, delle modalità precedenti presenziali.
Il progetto ha riguardato 110 persone, organizzate in 19 gruppi transfunzionali che si incontravano da remoto in contemporanea, discutendo su come svolgere il proprio lavoro, quello stesso di prima, con modalità nuove. Ogni gruppo aveva un capogruppo a cui venivano date le indicazioni e i materiali per i lavori della sessione successiva e soprattutto la responsabilità della facilitazione. Questa formula ha funzionato molto bene, sia nella fase di brainstorming, sia nella messa a terra dei piani d’azione. Il piccolo gruppo condotto da un collega ha limitato le resistenze e facilmente spronato il mettersi in gioco. I punti salienti emersi nei lavori di gruppo venivano poi riportati in plenaria, dove partecipavano anche le figure apicali dell’azienda, curiosi e spesso stupiti della qualità delle idee prodotte e dei risultati finali. Nelle plenarie sono state anche fatte delle brevi sessioni formative sulla tecnologia e sulla filosofia del lavoro da remoto che poi venivano discussi, sperimentati e impostati nei piccoli gruppi. Parallelamente le funzioni deputate all’interno dell’azienda hanno lavorato per produrre contenuti e materiali che potessero essere fruiti da remoto, quindi anche da questo punto di vista, serviva un nuovo approccio.

Un progetto di impatto sul mindset

Questo però non è stato solo un progetto sull’utilizzo del digitale per creare degli ambienti virtuali, supportati da contenuti fruibili virtualmente, in mancanza della possibilità di andare a incontrare di persona i propri interlocutori. Prima di ogni altra cosa questo è un progetto di impatto sul mindset: ci siamo trovati davanti a un mondo che è cambiato ed è da qui che siamo partiti. Se pensiamo al mindset non come una scatola dove si deve cambiare o aggiustare qualcosa, ma come il consolidato della nostra storia di abitudini e comportamenti che abbiamo attuato e reiterato nel tempo, che ci orientano e agevolano nel mondo, diventa evidente che nel momento in cui il mondo cambia, se non vogliamo rispondere e comportarci nel "nuovo mondo" con un modo di pensare "vecchio", bisogna trovare delle risposte e dei comportamenti che funzionano meglio in questa realtà.
Il fatto è che non ci sono risposte certe di fronte a tali rivoluzioni, nessuno le ha, si possono però cercare, immaginare, realizzare. Si può imparare e tenere quello che funziona e smettere di fare quello che non funziona. Questo è stato il primo asset del progetto: creare questo nuovo approccio, questa nuova angolatura da cui osservare e interpretare sia la realtà, sia le possibilità che quindi vi vedo e mi do.
Come prima cosa la realtà diversa va compresa e vanno compresi soprattutto gli atteggiamenti con cui ci si predispone. Si può prendere atto della situazione "così com’è" e decidere che l’unica effettiva risposta è cambiare noi stessi, oppure semplicemente resistere e attendere che passi. È stato interessante notare come sin da subito, la popolazione si sia divisa in due, bastava ascoltare le varie conversazioni: quelle dove si parlava di tutto ciò come di una situazione esterna, transitoria, brutta certo, ma che terminerà, speriamo presto, con tanto di spiegazioni sul perché le cose non funzionano e non si possono fare. Conversazioni che di fatto non producono soluzioni e lasciano un senso di frustrazione, di impotenza e anche di rabbia. Oppure conversazioni e questionamenti su cosa si può fare per raggiungere un determinato scopo, su quali ipotesi si possono perseguire e sperimentare. Conversazioni che spiegano oppure conversazioni che si interrogano. Conversazioni dove si parla del passato o del futuro. Conversazioni dove si vede il mondo come più piccolo e limitato perché ci hanno sottratto la possibilità di agire come agivamo, o come un modo espanso con delle possibilità da costruire.

Cosa serve fare nel nuovo mondo

Il sottotitolo del Lab è "Laboratorio per un nuovo mondo": si è lavorato su "cosa serve fare" nel nuovo mondo, poi, a seguire, sul come farlo. I canali e gli strumenti digitali sono venuti dopo e sono stati appresi in maniera molto più fluida in quanto non si imparava a usare un nuovo tool, ma era il mezzo che mi consentiva di arrivare dove mi ero preposto.
Il progetto si è esteso per cinque settimane e parlando di metodologia di lavoro, i piccoli gruppi sono stati impostati con i seguenti step, reiterati in più fasi, partendo dagli interlocutori e dagli scenari meno complessi e aumentando man mano il grado di difficoltà:

  1.  Analisi dello scenario: cosa stava cambiando in generale e come stava cambiando lo scenario per gli interlocutori. Cosa si sapeva e cosa andava approfondito. Cosa indagare. Cosa domandare.
    a.    Ipotesi su bisogni e nuove esigenze.
    b.    Ipotesi sulle nuove possibilità da offrire/costruire.
    c.    Modi per intercettare gli interlocutori lavorando da remoto e attraverso quali canali.
  2. Messa a terra: proposte, obiettivi da perseguire e piani d’azione da sperimentare e verificare sul campo.
  3. Fase di interazione da remoto: contatti attraverso i vari canali e verifica delle ipotesi. Comprensione e aggiornamento sulla realtà degli interlocutori. Proposte di collaborazione adeguate e rispondenti alla nuova realtà.
  4. Feedback nei gruppi: cosa ha funzionato, cosa no, cosa rifare e cosa lasciare, e quali nuove ipotesi e nuove proposte si potevano formulare e azzardare a seguire.

Ora siamo in una nuova fase dopo qualche mese dalla chiusura del progetto. I risultati sono stati i più variegati, di fatto più o meno felicemente, più o meno efficacemente, tutti i partecipanti si sono organizzati per interagire e/o per costruire progetti soprattutto in modalità virtuale. Alcuni sono stati un copia-incolla delle modalità precedente, quelle che funzionavano prima e, ahimè, anche quelle che non funzionavano, adattate come possibile ai nuovi mezzi. Altre invece sono state iniziative innovative, con risultati misurabili in termini di raggiungimento degli obiettivi, rispetto dei tempi e di soddisfazione e che indicano un nuovo modo di pensare, di proporre e di raccogliere.
In questa seconda fase la sfida è di pensare a quale futuro arriverà, cosa si vuole costruire, a cosa si può rinunciare e a cosa no. Chi si vuole essere. In un contesto diverso forse anche l’identità, o quanto meno il modo di stare al mondo, di vedersi agire e costruire, va ripensato, riadattato.

Cosa continueremo a fare da remoto, quando non ci saremo più costretti?

Ipotizzo che sia il momento di tornare all’idea di tecnologia, semplicemente definita come espansione del proprio corpo, dunque cosa ci consente di fare, dove ci consente di arrivare. Non si tratta di "imparare" a usare nuovi strumenti tecnologici, ma di pensare quali scenari ci troveremo e quali possiamo costruire. Di fatto nei momenti in cui gli schemi saltano, e mi pare che il momento attuale possa essere descritto anche così, servono nuovi schemi. Arriveranno comunque nuovi schemi, che noi lo decidiamo o no. Anzi, viviamo una realtà "diversa" da orami parecchio tempo. Abbiamo bisogno anche di cose diverse e, soprattutto, di tante ci siamo resi conto che ne possiamo fare a meno. Stiamo imparando a vivere, lavorare, interagire, fare la spesa, attraverso uno schermo, non tutto è un sostituibile, ma in certi casi funziona meglio di prima. Stiamo anche prendendo dimestichezza con gli strumenti, sempre più si sta familiarizzando e capendo le peculiarità e le possibilità che ci sono nell’utilizzarli. Chissà cosa continueremo a fare da remoto, quando non ci saremo più costretti… Sì perché l’ideale e saper scegliere, capire cosa funziona meglio da una parte e cosa dall’altra, tenere il buono dell’una e dell’altra.
La verità è che al di là delle ipotesi nessuno sa come sarà il nostro futuro e che ne sarà del virus e della/e pandemia, possiamo fare e accettare scommesse. Possiamo anche però farci delle domande su come vogliamo essere noi, che cosa ci renderà soddisfatti e che cosa possiamo realizzare. Forse dobbiamo semplicemente fare quello che l’Umanità (notare la maiuscola) ha sempre fatto, imparare a stare al mondo e cercare di prosperare.

A fine novembre 2020 è finalmente operativo il Fondo Nuove Competenze (FNC) oggetto di un apposito avviso di ANPAL. Questo strumento era previsto dal DPCM di maggio 2020 che, tra i vari interventi previsti relativi al COVID-19, disegna questo Fondo, costituito presso l’Agenzia Nazionale delle Politiche Attive del Lavoro (ANPAL), con una dotazione iniziale di 230 milioni di euro a valere sul Programma Operativo Nazionale SPAO (Sistemi Politiche Attive per l’Occupazione), dotazione giunta ora a 730 milioni e che molti osservatori ritengono che molto probabilmente verrà ulteriormente ampliata per il 2021.
FNC serve a incentivare percorsi formativi che si svolgano durante una parte dell’orario di lavoro e che derivino da intese tra le Parti Sociali sulla rimodulazione dell’orario stesso per mutate esigenze organizzative e produttive dell’impresa. Le relative attività di formazione e riqualificazione possono essere sviluppate per un massimo di 250 ore per ciascun lavoratore.
Si tratta un’iniziativa in parte in linea con le politiche di questo Governo, fortemente orientate alle politiche passive, anche se concilia l’ennesimo intervento di integrazione al reddito con la formazione e soprattutto con la certificazione delle competenze, elementi tipici delle politiche attive per l’occupazione. Di fatto FNC si pone come alternativa alla Cassa Integrazione Guadagni, perché le ore di formazione sono totalmente a carico dallo Stato e viene salvaguardato il reddito del lavoratore.

Cosa finanzia FNC

Il Fondo copre esclusivamente gli oneri relativi alle ore di formazione, comprensivi dei relativi contributi previdenziali e assistenziali. A tale Fondo potranno destinare una quota delle risorse disponibili nell’ambito dei rispettivi bilanci e previa intesa in Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, i Programmi Operativi Nazionali e Regionali di Fondo Sociale Europeo, i Fondi Paritetici Interprofessionali nonché, per le specifiche finalità, il Fondo per la formazione e il sostegno al reddito dei lavoratori attivato presso l’INPS.
Il contributo per l’attività formativa è a carico dell’azienda oppure può essere oggetto di cofinanziamento di risorse da parte dei Programmi Operativi Nazionali e Regionali di Fondo Sociale Europeo, nonché, per le specifiche finalità, del Fondo per la formazione e il sostegno al reddito dei lavoratori di cui all’articolo 12 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 o costituire un cofinanziamento di interventi finanziati con le risorse sopra richiamate.

Come accedere a FNC

Preliminarmente alla richiesta, va stipulato tra imprese e rappresentanti dei lavoratori un accordo collettivo da sottoscrivere, per ora, entro il 31 dicembre 2020, che deve prevedere i progetti formativi, il numero di lavoratori coinvolti nell’intervento e la quantità di ore (comprese nell’orario di lavoro) da destinare a percorsi formativi e soprattutto le modalità di certificazione delle competenze secondo le normative regionali sui relativi profili di competenza (ove esistenti).
Infatti tutto l’intervento è incentrato sulle competenze, dunque gli accordi devono individuare i fabbisogni del datore di lavoro in termini di nuove o maggiori competenze, in ragione dell’introduzione di innovazioni organizzative, tecnologiche, di processo di prodotto o servizi in risposta alle mutate esigenze produttive dell’impresa, e del relativo adeguamento necessario per qualificare e riqualificare il lavoratore in relazione ai fabbisogni individuati, di norma, anche al fine del conseguimento di una qualificazione rispetto al Quadro Europeo delle Qualifiche - EQF di livello 3 o 4, in coerenza con la Raccomandazione europea sui percorsi di miglioramento del livello delle competenze per gli adulti del 19 dicembre 2016. Gli accordi possono prevedere lo sviluppo di competenze finalizzate ad incrementare l’occupabilità del lavoratore, anche al fine di promuovere processi di mobilità e ricollocazione in altre realtà lavorative coerenti con il sistema regionale di individuazione, validazione e certificazione delle competenze regionali.
Una volta stipulato l’accordo, le imprese devono fare domanda di contributo ad ANPAL, dove la richiesta verrà valutata "a sportello", secondo l’ordine cronologico di presentazione. L’erogazione del contributo avrà cadenza trimestrale per il tramite di INPS nei limiti dell’importo massimo riconosciuto.
In coerenza con gli indirizzi italiani e comunitari in materia di innalzamento dei livelli di competenze degli adulti, il progetto deve dare evidenza:
a)    delle modalità di valorizzazione del patrimonio di competenze possedute dal lavoratore, anche attraverso servizi di individuazione o validazione delle competenze;
b)    delle modalità di personalizzazione dei percorsi di apprendimento, sulla base della valutazione in ingresso, a partire dalla progettazione per competenze degli interventi coerente con gli standard professionali e di qualificazione definiti nell’ambito del Repertorio nazionale;
c)    delle modalità di messa in trasparenza e attestazione delle competenze acquisite in esito ai percorsi e dei soggetti incaricati della messa in trasparenza e attestazione.

Entro 90 giorni dall'approvazione dell'istanza da parte dell'ANPAL le imprese dovranno concludere i percorsi formativi. Il limite temporale si allunga a 120 giorni se sono coinvolti anche i Fondi Interprofessionali.

ANPAL

L’ANPAL a fine novembre ha pubblicato sul proprio sito internet istituzionale un Avviso che ha definito termini e modalità per la presentazione delle istanze, nonché i requisiti per l’approvazione delle stesse. Tuttavia non ha emesso un formulario specifico, quindi le domande vanno costruite secondo delle linee guida molto generali, quali quelle illustrate più avanti.
L’ANPAL, sentita la Regione interessata dal progetto (procedura che prevede il silenzio – assenso dopo 10 giorni), provvederà a valutare l’istanza di contributo in termini di conformità formale e sostanziale ai requisiti previsti dal decreto.
La valutazione delle istanze di contributo avverrà secondo il criterio cronologico di presentazione e, previa valutazione da parte dell’Agenzia dei requisiti previsti, verrà successivamente comunicata all’impresa la regolarità e conformità della stessa.
A ogni istanza di contributo, riferito alla quota di retribuzione e contribuzione oraria oggetto di rimodulazione, è allegato un progetto per lo sviluppo delle competenze con l’individuazione degli obiettivi di apprendimento in termini di competenze, dei soggetti destinatari, del soggetto erogatore, degli oneri, della modalità di svolgimento del percorso di apprendimento e della relativa durata, che può anche protrarsi oltre il 31 dicembre 2020 a condizione che il percorso di apprendimento abbia avuto inizio entro la medesima data.
In esito alla verifica di conformità dell’istanza di contributo, l’ANPAL, tenuto conto di quanto comunicato dall’azienda e nel rispetto delle disposizioni del presente decreto, determina l’importo massimo riconoscibile al datore di lavoro, distinto tra il costo delle ore di formazione e i relativi contributi previdenziali e assistenziali. Tale importo, in fase di consuntivazione finale, potrà essere rideterminato in riduzione per cause di impossibilità sopravvenuta alla partecipazione agli interventi proposti.
L’erogazione del contributo avviene con cadenza trimestrale per il tramite di INPS nei limiti dell’importo massimo riconosciuto e comunicato da ANPAL e in ragione della natura delle componenti del contributo medesimo.

Il ruolo degli Enti di Formazione

Sono definiti come soggetti erogatori dei percorsi formativi, tutti gli enti accreditati a livello nazionale e regionale, ovvero altri soggetti, anche privati, che per statuto o istituzionalmente, sulla base di specifiche disposizioni legislative o regolamentari anche regionali, svolgono attività di formazione, ivi comprese le università statali e le non statali legalmente riconosciute, gli istituti di istruzione secondaria di secondo grado, i Centri per l'Istruzione per Adulti-CPIA, gli Istituti Tecnici Superiori (I.T.S.), i centri di ricerca accreditati dal Ministero dell’Istruzione, anche in forma organizzata in reti di partenariato territoriali o settoriali.
Può svolgere il ruolo di soggetto erogatore della formazione la stessa impresa che ha presentato domanda di contributo, laddove sia previsto dall’accordo collettivo, purché dimostri il possesso dei requisiti tecnici, fisici e professionali di capacità formativa per lo svolgimento dei progetti.

Il ruolo dei Fondi Interprofessionali e degli altri Enti

I Fondi Interprofessionali possono partecipare al Fondo Nuove Competenze, anche a seguito dell’approvazione dell'istanza di contributo presentata dalle imprese da parte di ANPAL, attraverso il finanziamento di attività formative su Conto Formazione Aziendale e/o attraverso la pubblicazione di Avvisi (es. Conto Sistema), il primo Fondo che ha emesso un avviso in tal senso è Fonservizi con l’Avviso 2/2020, seguito da Fon.Ter con l’Avviso 40/2020.
Gli Avvisi Fonservizi e Fon.Ter si pongono come "paralleli" a quello ANPAL e non prevedono che il Fondo possa presentare "anche" la domanda di finanziamento per il costo del lavoro presso ANPAL, che resta dunque a carico dell’impresa, compreso la concertazione sindacale specifica.
Fonditalia al contrario con l’Avviso 1/2021 prende in carico l’intera pratica e ne gira la parte FNC ad ANPAL, mentre Fonarcom rimborsa il costo della formazione alle imprese che hanno fatto domanda per l’FNC.
Infatti, nel caso in cui le imprese accedano al Fondo Nuovo Competenze per il tramite di avvisi su conto sistema, il fondo interprofessionale può presentare istanza cumulativa di accesso al Fondo Nuove Competenze, in nome e per conto delle imprese aderenti, il cui personale è destinatario delle attività formative.
In teoria alla realizzazione degli interventi possono partecipare anche le Regioni tramite i Programmi operativi nazionali e regionali (PON / POR) del Fondo sociale europeo (FSE), ma su questo i tempi non sono compatibili, a meno che non ci siano proroghe (date per probabili da molti).

Ma perché i Fondi Interprofessionali no?

Il modello a cui si ispira il FNC è quello di legare più saldamente gli interventi di politica passiva con quelli di politica attiva (tentativo in corso da anni ma con scarso successo – vedasi il Reddito di Cittadinanza, navigators, etc.), ma per questo forse si poteva lavorare con strumenti già esistenti. Infatti questa operazione che va di fatto a duplicarsi con iniziative simili che già sono in capo ai Fondi Interprofessionali dal 2009, quando il Dlgs 2/09 li metteva in grado di erogare anche la formazione ai cassintegrati, arrivando addirittura al sostegno al reddito.
Inoltre si vengono a distogliere ulteriori risorse a questi Fondi, già tassati dallo Stato dal 2014 con un prelievo fisso di 120 milioni l’anno sulle spettanze dello 0,30, che corrispondono grosso modo al 20% del totale attuale. Ricordiamo inoltre che su tale importo inoltre non vi è nessun vincolo di legge per lo Stato ad utilizzarlo per Politiche Attive o Passive del Lavoro e non ne è ben chiaro il suo utilizzo.
Nulla da eccepire sul fatto che ci si possa accordare per utilizzare l’orario di lavoro per riqualificare i lavoratori, ma ci sembra che questa mobilitazione di risorse avrebbe meritato una riflessione più approfondita, anche con le Parti Sociali, sugli strumenti di finanziamento già disponibili, che vanno potenziati e non ulteriormente indeboliti o peggio messi in ulteriore concorrenza tra di loro.

Le "trappole" del FNC

Certamente il successo dell’iniziativa dipende molto da come ANPAL giudicherà le domande, vista la grande discrezionalità data dal suo Avviso (non esistono ad esempio punteggi massimi e minimi di ammissibilità)
Si registra inoltre una certa preoccupazione sulla tempistica, in quanto le imprese dovranno attivare gli accordi (che hanno spesso tempi imprevedibili) entro il 31 dicembre, quando l’Avviso ANPAL è uscito a fine novembre, inoltre dal testo sembra desumersi che sempre entro fine anno dovrebbero iniziare anche le attività formative e non si capisce come questo possa avvenire in attesa dell’approvazione da parte di ANPAL sui cui tempi ovviamente non c’è chiarezza, è molto probabile che si inizierà "a rischio" delle imprese. Si prevede un dicembre molto caldo in proposito, perché se dovessero muoversi le grandi Aziende (e sembra proprio che lo stiano facendo), il budget relativamente magro a disposizione potrebbe esaurirsi subito, specie a danno delle medie imprese, probabilmente il target più "sensibile" a questo strumento, peraltro troppo complesso per le PMI. Siamo di fronte quindi quasi ad un "click-day" procedura che rappresenta quanto di più incerto ed inaffidabile si possa prevedere.
Altro dubbio notevole è rappresentato dalla certificazione delle competenze, citata all’art. 2 ("anche al fine del conseguimento di una qualificazione di livello EQF 3 o 4"), che pochi Enti possono garantire e su cui ANPAL  ha dato chiarimenti nelle FAQ.
Va infatti sottolineato che una qualificazione non è la certificazione o ancor meno l’attestazione delle competenze che qualsiasi Ente di formazione può rilasciare a seguito del corso attivato ad hoc per il progetto finanziato da FNC, ma è un insieme di procedure di valutazione delle skill che siano in linea con i profili di competenze che alcune Regioni (non tutte) hanno deliberato negli anni corsi. Come molti sanno non esiste un sistema nazionale, c’è solo un Repertorio (Atlante del Lavoro e delle Qualificazioni) dove vengono elencate (anche in maniera incompleta) a livello regionale dove ci sono.
Di conseguenza se i lavoratori sono in una Regione che ha profili ufficiali, bisogna attrezzarsi per certificarli tramite Soggetti (Enti o talvolta singoli Professionisti accreditati) riconosciuti da quella Regione, resta il vuoto normativo per quelle Regioni (specie al Sud) che siano prive di questi profili. Molto complicato diventa quando una stessa impresa ha lavoratori in Regioni differenti, con diverse modalità di profilazione.
Come accennato dalla Direttrice di ANPAL, Paola Nicastro, certamente questa iniezione di denaro non viene vista come un semplice sostegno a reddito, ma è pensata proprio per avere in cambio competenze certificate (da qui anche il nome dello strumento "Nuove Competenze") per i lavoratori che molto probabilmente a breve saranno di nuovo sul Mercato.
Se ci è consentita la battuta dobbiamo quindi aspettarci che ANPAL, che nella gestione dei grandi Avvisi si trova oggettivamente in difficoltà non avendone grande esperienza, invece sulla questione EQF sarà perfettamente in grado di giudicare.

Qualche link

Avviso Anpal 
Avviso Anpal FAQ  (Fondo Nuove Competenze)
Avviso Fonservizi su FNC
Avviso Fon.Ter su FNC  (Home / Avvisi di Gara /  Attivi / Avvisi a Sportello / Avviso N. 42/2020 "Nuove competenze")
Avviso Fonditalia (Avviso 1.2021)

Ho imparato che le persone possono dimenticare ciò che hai detto, 
le persone possono dimenticare ciò che hai fatto, 
ma le persone non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire.
Maya Angelou
 
 
Nella facilitazione didattica il valore aggiunto di questo periodo inflazionato di online e remote è che sempre più – per fare qualcosa che davvero abbia senso, impatto, utilità – dobbiamo pensare a come si sentiranno le persone a cui ci rivolgiamo. O meglio, a come vogliamo che si sentano. È più dell’empatia; è un viaggio ipotetico e ispirato nell’esperienza, immaginata, di un momento di comunicazione, di una riunione, di una sessione formativa. È una ribalta del tema delle emozioni, una nuova attenzione al vissuto oltre che al risultato, che restituisce al mestiere del formatore senso, valore e impatto, in tempi di feroce e talvolta un po’ sciatta disintermediazione dei contenuti.
 
La linea e l’onda
Ci abbiamo messo più di qualche settimana, in Evidentia (di cui Letizia Migliola è Co-Founder, ndr), durante i primi mesi del lockdown, a trovare la chiave per un approccio di facilitazione che fosse, dal nostro punto di vista, efficace in tutte le sue nuove accezioni. Perché dentro l’efficacia c’è la “linea” e c’è l’”onda”. 
 
C’è la “linea”, che punta dritto all’obiettivo e che richiede, nel design, chiarezza, focalizzazione, sapiente regia dei tempi. Si preoccupa della scelta degli strumenti. Ha padronanza della dinamica di apprendimento e consapevolezza del cambiamento di setting e dei suoi risvolti. La “linea” presidia la chirurgica definizione del perimetro del risultato atteso e il disegno accurato dei relativi percorsi convergenti.
E poi c’è l’”onda”. Sentire il “sentire del partecipante” e partire da lì, ripercorrendo i possibili saliscendi dell'attenzione, la trappola della frustrazione del nuovo, la solitudine di una connessione solo digitale. Immaginare gli ingredienti che possono nutrire la motivazione individuale, alla base di partecipazione e apprendimento: come, ad esempio, scoprire nuovi modi di interagire e imparare a farlo. O avere la piacevole sorpresa di trovare, in questa nuova forma di interazione, spazi inaspettati di partecipazione, come alzare una mano virtuale quando a quella reale non sarebbe stato mai permesso.
In questo senso, centrale è anche la scelta degli strumenti. Per lavorare insieme, riproducendo la dinamica d’aula, in Evidentia utilizziamo le lavagne digitali collaborative, come Miro o Mural. Sono spazi di lavoro versatili, ricchi di risorse, che supportano diverse modalità di interazione e tipologie di esercitazioni, sia in modalità flare, per attivare divergenza, che focus, per facilitare un processo convergente.
Nella nostra esperienza, la vera sfida della facilitazione virtuale sta più nella ricerca dell’efficacia emotiva dell’”onda” che nella lucida traiettoria della “linea”. 
Come stimolare allora nei partecipanti alcune emozioni o stati d’animo, per far sì che qualcosa accada in termini di coinvolgimento e apprendimento? E, prima ancora, come vogliamo che si sentano?
In fase di progettazione dobbiamo capire quali sono queste emozioni e creare le condizioni che le rendano possibili, in termini di struttura e dinamica dell’incontro. Ecco alcune emozioni per noi centrali e le soluzioni di facilitazione che abbiamo adottato.
 
Vogliamo che i partecipanti si sentano ISPIRATI 
Spesso non ti aspetti ispirazione in una sessione formativa. A maggior ragione a distanza! Conoscenza certo, esperienza sì, magari pure innovazione. Ma ispirazione vuol dire cogliere la scintilla, scoprire, risuonare. Ha a che fare con un’”onda” che ci pervade e assomiglia al respiro, perché ci dà ossigeno vitale.
Stimolare ispirazione nella facilitazione vuol dire, per noi, guidare le persone ad attivare uno sguardo diverso sul quotidiano professionale, una apertura di pensiero, la scoperta di altre storie professionali che possono dire qualcosa, che risuonano, che fanno sobbalzare. È uno stimolo guidato all’osservazione del mondo. Lo facciamo sempre, in ogni sessione. Per aprire uno squarcio su certezze e comfort dal quale entra spesso la luce della sorpresa e il guizzo dello spiazzamento. Lo facciamo in maniera diversa, a seconda dell’obiettivo, del tempo a disposizione, della tipologia di partecipanti. Possono essere contributi portati dal facilitatore, sui quali ci si confronta. Esperienze e storie che sempre vengono da prospettive diverse di business e da linguaggi e modelli di pensiero del mondo della scienza, dell’arte, del sociale. In una “ContAnimazione” che spesso abbatte silos e stereotipi personali e professionali.
Può essere un lavoro di ricerca e condivisione fatto dagli stessi partecipanti, come quello che vedete in figura. Un esercizio guidato che insegna come poter attivare una ricerca online che incroci e moltiplichi i percorsi. Insomma Apprendimento nell’apprendimento.
 
Vogliamo che i partecipanti si sentano PROTAGONISTI 
Vuol dire far sentire le persone non solo connesse ma anche presenti sul palcoscenico, con il loro spazio di partecipazione fatto a misura di ognuno.
Se parliamo di coinvolgimento, la facilitazione a distanza non ha ricette così diverse da quella in presenza. L’aggancio cognitivo ed emotivo passa per la capacità di prevedere una varietà di stimoli che incontrino i diversi stili di apprendimento oppure costringano a spingersi oltre il proprio consueto modo di guardare, ascoltare, esprimersi. Ora familiari ora sfidanti, interazioni a geometria variabile – plenaria, sottogruppo, coppie. Con una necessità di maggiore rigore progettuale, perché il tempo “on-air” non permette improvvisazione o approssimazione, ed è molto più “denso”.
Per far sì che tutti si sentano on stage, l’input progettuale è che ognuno dei partecipanti possa avere un ruolo da scegliere e giocare all’interno della sessione. A seconda dei casi può essere un “superpotere”, dichiarato in fase di presentazione iniziale e giocato nella sessione in diverse attività: tenere il tempo, sintetizzare output, dare istruzioni, etc. Oppure agito all’interno del prework, in una sorta di co-creazione di una sezione del corso nel quale essere on stage.
Qui l’attenzione nella progettazione sta nel considerare gli approcci personali variabili tra piacere e disagio del mettersi in mostra e in gioco, prevedendo possibili ruoli e azioni tra cui i partecipanti possano scegliere.
Partecipare attivamente, essere on stage, è parte dell’esperienza che le persone non dimenticano.
 
Vogliamo che i partecipanti si sentano ACCOLTI
Sentirsi accolti è forse il bisogno più forte nella interazione in presenza e a distanza, oggi in misura maggiore. Dove appunto il distacco fisico genera, anche tra i più estroversi, esitazioni, timori di esposizione e la necessità di sentirsi fin da subito parte del gruppo.
Le soluzioni che abbiamo adottato nei nostri corsi per facilitare questo aspetto si pongono su diversi piani: 
- ACCOGLIENZA - Prevediamo sempre un benvenuto di tipo individuale e personale, con un check-in informale per raccontarsi e anche per esprimere il proprio stato d’animo del momento.  L’apertura iniziale data dalla domanda “come stai?” genera sempre uno scambio rapido e significativo di informazioni personali che scalda il gruppo e facilita le interazioni successive. 
- TECNOLOGIA - Costruiamo spazi e momenti di “allenamento” degli strumenti da utilizzare nel corso. Apriamo il corso 15 minuti prima e li dedichiamo ad assicurarci che non ci siano problemi tecnici e a fare i primi semplici passi nello strumento: così si evitano perdite di tempo successive e soprattutto si salvaguardano le persone da frustrazioni e difficoltà che non predispongono bene allo scambio e alla partecipazione. Un’altra possibile soluzione è mandare il link allo strumento in precedenza e inserire qualche semplice gioco o task da fare, proprio in logica di primo allenamento.
 
- INFORMALITA’ - Il recupero della dimensione informale può essere realizzato attraverso icebreaking nei quali anche gli strumenti (videocamera, microfono, backgrounds) diventano parte del gioco. Questi brevi momenti ludici si possono utilizzare anche alla riapertura dopo le pause del corso, con la funzione di ridare energia al gruppo. 
 
 
 
Vogliamo che i partecipanti si sentano LIBERI 
Una attenzione importante nel design e nella pratica della facilitazione è dedicata all’inclusione, alla creazione di processi, attività, interazioni, che non lascino indietro o fuori nessuno. Mentre in presenza, nel contatto fisico, i modi di “esserci” e di “sentirsi dentro” sono molteplici all’interno della connessione diretta e del non verbale, nella distanza ci sono più rischi. In particolare, per il partecipante di sentirsi escluso e non in sintonia mentre per il facilitatore di non riuscire a intercettare i segnali spesso deboli della presenza-non-presenza.
C’è poi la difficoltà di sentirsi esposti nell’essere inquadrati e spesso un diffuso disagio nel non piacersi. 
Abbiamo scoperto che un modo efficace per superare queste difficoltà e far partecipare tutti è chiedere ai partecipanti di scrivere i propri pensieri e contributi invece di dirli a voce. Questa modalità mette tutti sullo stesso piano, dà la possibilità di riflettere individualmente, abbatte il group thinking. Soprattutto nei brainstorming o nelle interazioni in plenaria.
Un'altra soluzione nelle nostre sessioni è prevedere due facilitatori, in modo che uno si dedichi al processo e all'interazione con i partecipanti e l’altro all’utilizzo degli strumenti e alla facilitazione tecnica. Questo evita coni d’ombra per i facilitatori e autoesclusioni per i partecipanti.
 
Anche l’estetica dell’ambiente di lavoro ha un impatto positivo sulla partecipazione attiva: abbiamo scoperto che creando setting creativi coerenti con l’attività richiesta le persone si sentono più coinvolte e stimolate a dare il contributo loro richiesto.
La facilitazione a distanza è per noi l’ennesima occasione di espressione individuale, che è la strada per intercettare e coltivare il proprio talento e per ritrovarsi, positivamente, in quello che si fa tutti i giorni.
Per questo è importante che i partecipanti si sentano ispirati, protagonisti, accolti, liberi. 
La distanza c’è. Ma possiamo fare in modo che non attenui lo “human touch”, che rende le esperienze di apprendimento efficaci, durature, talvolta memorabili.
 
 

È nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere 'superato'.
A. Einstein


Einstein credeva che la crisi ci spingesse al merito, alla lotta e al superamento delle sfide. Affrontiamo ogni giorno situazioni che ci mettono alla prova, come professionisti e come persone.
Studio Saperessere, in collaborazione con altri partner (Prodos, Lega Ambiente, CittadinanzAttiva e Arci), ha già accettato una sfida: rafforzare il ruolo degli enti del Terzo Settore grazie ad un progetto tutto dedicato a loro dal titolo DICA Europa! - "Dialogo, Integrazione, Competenze e Abilità nel nuovo Terzo settore”.
Abbiamo proposto un percorso di formazione specialistica sulla progettazione europea e sulle politiche di Coesione dell'Unione per aiutare i volontari, gli associati e gli occupati delle organizzazioni non-profit ad accedere alle risorse finanziarie dell'Unione Europea. Lo scopo del progetto è quello di dare al Terzo Settore l'opportunità di accrescere le proprie strategie per la sostenibilità e utilizzarle per lo sviluppo futuro delle associazioni, soprattutto quelle presenti nelle Regioni italiane meno sviluppate.
Il nostro gruppo di lavoro ha da subito elaborato una proposta in anticipo sui tempi: sin dall'inizio il progetto ha previsto una formazione blended, che alternasse momenti di lezioni frontali e incontri in presenza a strumenti quali FAD (formazione a distanza) e webinar tematici (seminari online). Inoltre, al fine di supportare i partecipanti al progetto e dare loro libero accesso a contenuti e strumenti, abbiamo previsto lo sviluppo di un'applicazione da scaricare sul proprio smartphone. Il nostro intento è quello di favorire l'apprendimento, incrementare il senso di autoefficacia e costruire network tra professionisti aperti ad un dialogo sociale con Enti pubblici, partner economici e territorio. Abbiamo inteso la co-progettazione la chiave per migliorare la qualificazione professionale e stimolare le organizzazioni del Terzo Settore ad acquistare maggiore consapevolezza delle opportunità e delle responsabilità che fanno parte del loro ruolo sociale.
A marzo 2020 la crisi sanitaria causata dal Covid-19 ci ha posto davanti a un'ulteriore sfida: mantenere attivo il progetto e validi i suoi obiettivi nonostante il cambiamento da affrontare. Così, ci siamo impegnati a ripensare tutte le fasi del percorso formativo, mettendoci in discussione, senza mai perdere di vista gli aspetti qualitativi del progetto e gli interessi dei nostri destinatari. Per fare questo il gruppo di lavoro ha predisposto alcune variazioni dei servizi e delle attività, trasformandole in modalità virtuale e adattandole alle esigenze dei partecipanti.

Gli strumenti

Il progetto prevede i seguenti strumenti di apprendimento e collaborazione:

  • Formazione a distanza, erogata tramite video-lezioni online su una piattaforma web dedicata al progetto. Tali video-lezioni sono programmate in orari giornalieri durante i quali è possibile attivare una chat room virtuale che consente ai partecipanti di avere chiarimenti in tempi reali dai tutor presenti. Inoltre, vi è la possibilità di consultare documenti e materiale didattico per approfondire le tematiche di interesse.
  • Webinar tematici per approfondire le politiche europee e l'utilizzo dei finanziamenti a disposizione del Terzo Settore. Esempi concreti e best practices potranno essere di ispirazione per gli operatori e, quindi, guidarli nella scelta dei programmi più adeguati alla mission della propria organizzazione. Le sessioni sono live per consentire ai partecipanti di intervenire e dialogare con gli esperti ed esprimere gli eventuali dubbi emersi durante le lezioni.
  • I Project Lab sono laboratori pratici di euro-progettazione, in parte in presenza e in parte in modalità virtuale, con lo scopo di stimolare la capacità di analisi e di utilizzo delle tecniche acquisite attraverso le video-lezioni per mettere in campo l’esperienza concreta imparando a “saper fare”. I partecipanti, suddivisi in gruppi, avranno la possibilità di sperimentare lo scambio di esperienze, visioni e prospettive al fine di realizzare un project work in cui redigere una proposta progettuale in risposta ad un bando aperto. Quelli che riscontreranno maggiore interesse e potenziali adesioni saranno selezionati e presentati ad un evento di networking rivolto alle associazioni che si terrà a Bruxelles.
  • I Dica Caffè sono incontri virtuali dedicati allo scambio di informazioni, esperienze e conoscenze in cui le sfide presentate possono essere affrontate grazie alla forza del pensiero collettivo e in cui è possibile dar vita a conversazioni e lavori costruttivi su problemi concreti per trovare, nella condivisione, idee pratiche e innovative. Uno scambio di idee, pratiche, punti di vista, intuizioni e riflessioni, che arricchiscono tutti i partecipanti ai Dica Caffè in un’ottica di ascolto reciproco, apprendimento collettivo e valorizzazione del contributo dato dalla diversità di ciascuno.

Le nostre scelte sono state dettate dalla convinzione di quanto sia utile imparare facendo. Il "learning by doing" è l'approccio teorico che ha guidato la costruzione del progetto. Infatti, pensiamo che l'esperienza diretta sia una delle migliori modalità formative per fissare nella mente concetti e apprendimenti. Ovviamente, perché tale metodo sia utile, occorre incoraggiare i partecipanti a prendere consapevolezza delle azioni e ad elaborare attivamente delle idee innovative. Per questo motivo è stato importante, in fase di progettazione, porre costante attenzione all'alternarsi tra apprendimento di contenuti ed esperienze laboratoriali pratiche.

Collaborazione e co-progettazione

Tutto questo è possibile solo grazie alla collaborazione di tutti i partner del progetto, con i quali abbiamo veramente messo a frutto il concetto di co-progettazione. In un'ottica di supporto dei partecipanti e nel rispetto dei principi di chiarezza e trasparenza che abbiamo stabilito, ci siamo soffermati sull'importanza di un valido processo comunicativo con azioni strategiche per la visibilità dell'iniziativa e dei risultati raggiunti. Le iniziative che abbiamo messo a punto sono state:

  • 10 Infoday – tenuti in parte online - organizzati per dare visibilità e promuovere le opportunità offerte dalla partecipazione al corso. Durante questi eventi è stata rivolta particolare attenzione al coinvolgimento di giovani under 35, donne e over 55.
  • L'attivazione di un Ufficio Stampa responsabile della comunicazione e delle relazioni esterne con media e organi istituzionali.
  • L'invio periodico di Newsletter agli Enti aderenti al progetto contenente informazioni utili e aggiornamenti.
  • La realizzazione di un video promozionale realizzato da tutti i partener per raccontare le finalità e le aspettative del nostro progetto.
  • Lo sviluppo di un sito web interamente dedicato a Dica Europa! in cui trovare news, informazioni e approfondimenti. Il sito è interconnesso con la piattaforma digitale destinata alla Formazione a distanza.
  • La creazione di un’app mobile che contiene tutti gli eventi a cui è possibile prenotarsi, i materiali di approfondimento e le informazioni utili ai partecipanti. Inoltre, l'applicazione permette l'accesso diretto alla piattaforma dedicata alla FAD.

Tutte le iniziative hanno richiesto lo sforzo da parte di ciascuno di noi per superare sfide sempre nuove. Ma non ci siamo mai fermati, mossi dalla necessità di contribuire a migliorare la qualità dell'offerta formativa nel Terzo Settore, fornendo ai destinatari del progetto conoscenze, strumenti e abilità professionali con lo scopo di favorire una maggiore qualificazione professionale. La nostra priorità è stata, fin dall’inizio, quella di incontrare le necessità di un settore non sempre sostenuto dalle politiche territoriali e riprogettare la formazione sulla base delle reali esigenze lavorative.
Ogni riunione organizzativa, ogni telefonata, ogni e-mail ha permesso di adattarci ai continui cambiamenti del tempestoso periodo che stiamo vivendo, spingendoci a non soccombere, come dice Einstein, alla crisi più pericolosa di tutte, cioè "...la tragedia di non voler lottare per superarla"

Il 2020 è un anno che ricorderemo per sempre: ogni giorno abbiamo dovuto imparare la flessibilità, la resilienza, la gestione dell’incertezza, e poi abbiamo dovuto velocemente acquisire competenze digitali e imparare a lavorare in un modo nuovo. 
Nelle aziende pubbliche e private si è dovuto intervenire sull'organizzazione del lavoro e sui relativi processi. Molti di noi si sono ritrovati nel giro di poche ore a lavorare da casa individualmente ma restando in connessione giorno dopo giorno, quasi senza soluzione di continuità, con colleghi, collaboratori, capi, clienti, utenti e fornitori. Lo Smart Working è diventato il principale modello di organizzazione del lavoro, anche se in realtà la modalità reale utilizzata è stata e tuttora è quella del remote working.
Nel contesto normativo emergenziale dettato dall’epidemia Covid-2019 lo Smart Working ha costituito e costituisce la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa per le pubbliche amministrazioni con l’obiettivo di contenere il propagarsi dell’epidemia. Il cambio di passo per la PA è stato repentino ed epocale: i servizi resi “in presenza” sono stati ridotti al minimo e le attività sono state ripensate per renderle “da remoto” o come si dice sempre più spesso “smartizzabili”.
Il volume “Trasformazione digitale & Smart Working nella Pubblica amministrazione. Visioni e pratiche”, scritto da Alessandro Bacci (Direttore del personale e ICT della Regione Lazio e Responsabile della Transizione Digitale), Raphael Frieri (Direttore Generale della DG Risorse, Europa, Innovazione e Istituzioni della Regione Emilia-Romagna) e Stefania Sparaco (Responsabile delle attività di trasformazione digitale e organizzativa in Regione Emilia-Romagna) nasce in questi mesi di Pandemia con l’obiettivo di descrivere e spiegare come il lavoro pubblico si trasforma per legge ed entra, senza ulteriore indugio, in quello che si può chiamare “Total Smart Working” della PA.
Il progetto editoriale ha una importante base nel progetto VeLA (Veloce, Leggero e Agile) sostenuto dal PON Governance e Capacità Istituzionale 2014-2020, cofinanziato dai fondi strutturali dell’Unione Europea. Al Progetto hanno partecipano molteplici amministrazioni tra le quali la Regione Emilia Romagna, il Comune di Bologna, la Regione Veneto, la Regione Lazio. L’obiettivo del progetto avviato nel 2018 è stato quello di confrontarsi per individuare le opportunità dell’introduzione del lavoro agile per gli individui e per l’organizzazione. 
Gli autori illustrano come la trasformazione digitale costituisca oggi una delle leve principali di change management nella Pubblica Amministrazione: una grande occasione cui l’emergenza sanitaria ha dato ulteriore spinta. E lo Smart Working è una delle punte dell’iceberg della trasformazione digitale: ne rappresenta l’emblema poiché richiede contemporaneamente di agire in modo radicale su organizzazione, management e risorse umane, struttura di programmazione, infrastruttura tecnologica, logistica e spazi.
Il tentativo fatto durante l’emergenza Covid di sostenere il passaggio verso servizi full digital, comprese nuove forme di lavoro da remoto, ha dimostrato da un lato l’inevitabilità del cambiamento atteso e, dall’altro, l’urgenza di realizzarlo in modo rapido e diffuso, per creare le condizioni di resilienza nel contesto dei mutamenti sociali ed economici in corso, nonché partorire la Pubblica Amministrazione di “nuova generazione”.
Sono necessarie politiche del personale innovative che devono integrare le funzioni istituzionali di un'amministrazione regionale con una serie di politiche e strumenti che fanno leva sugli aspetti soft della gestione delle risorse umane, come la comunicazione interna e la formazione. Parallelamente il momento è propizio per introdurre nuovi modelli di organizzazione del lavoro e promuovere un nuovo uso del tempo, degli spazi e delle risorse strumentali, in ragione di un’organizzazione per obiettivi e risultati.
Per essere tale, infatti, la trasformazione digitale deve prevedere un ripensamento dei processi focalizzandosi su leadership, persone e competenze, dati e, in ultimo, tecnologia: in questo modo può crescere l’efficienza, ma soprattutto il valore creato per i “clienti” e gli stakeholder esterni all’organizzazione.
Il libro offre una prospettiva multidisciplinare sul tema, evidenziando prassi e norme della Pubblica Amministrazione italiana, proponendo soluzioni concrete basate sulle esperienze in corso (provenienti dal mondo pubblico e privato), sottolineandone le criticità e l’impatto potenziale, senza perdere di vista l’aspetto di vision e di realizzazione della nuova Pubblica Amministrazione, dal piccolo Comune alle grandi organizzazioni multidisciplinari.
 
 

Il sociologo Zygmunt Bauman è noto per aver offerto un'efficace interpretazione della società globale definendo "liquide" le relazioni sociali che ciascuno di noi vive in questo momento storico. Questa categorizzazione ha avuto una vasta eco poiché esprime sinteticamente la condizione di transitorietà e indeterminatezza che caratterizza l'identità odierna. Lo stesso Bauman è autore di un importante classico della sociologia contemporanea dal titolo Memorie di classe, di cui la casa editrice PM ha meritoriamente dato alle stampe una nuova edizione a cura di Emiliano Bevilacqua e Marco Antonio Pirrone. Questo libro è una conferma retrospettiva della grande capacità del sociologo polacco di offrire affreschi suggestivi delle più rilevanti vicende sociali del nostro tempo. I protagonisti di Memorie di classe sono le classi sociali e la memoria storica e, sebbene siano osservati in prospettiva storica, entrambi ci spingono a riflettere sul presente.
Le lotte operaie del XIX secolo vengono descritte ed analizzate ricorrendo a una documentazione stimolante e variegata (articoli di giornale, commenti in magazine, materiale propagandistico e, naturalmente, libri) e sono discusse da Bauman per mostrare come l'encomiabile energia degli uomini e delle donne che le hanno alimentate fosse mossa dall'obiettivo di conquistare una vita non soltanto più dignitosa ma anche e soprattutto più libera, in grado di autodeterminarsi non soltanto nel lavoro ma anche in altri ambiti della vita sociale; sta di fatto, però, che un sistema economico fondato sulle suggestioni del mercato e sul fascino perverso del profitto, argomenta l'autore, è riuscito a stemperare l'impeto di liberazione del conflitto sociale seducendo progressivamente i dirigenti sindacali e gli stessi lavoratori, sempre più attratti dalle sirene di una vita all'insegna del denaro e del consumismo. Bauman mostra nel dettaglio i controversi processi sociali che hanno condotto le classi popolari ad introiettare i valori rappresentati da una razionalità strumentale e utilitaristica. Le perniciose conseguenze della storia narrata in Memorie di classe contribuiscono a formare, dunque, proprio quello scenario di destabilizzazione valoriale, crisi identitaria e crescita delle disuguaglianze la cui descrizione ha reso noto al grande pubblico molte delle successive opere baumaniane.
Un aspetto affascinante della prosa di Zygmunt Bauman è nella capacità di catturare, al margine dell'impetuoso scorrere della storia, il punto di vista del comune cittadino, le sue aspirazione e le sue debolezze. La maestria baumaniana nel restituire i grandi fenomeni sociali ma anche lo spirito del tempo si coglie a pieno in questa acuta ricostruzione del rapporto tra i movimenti dei lavoratori e la cultura del capitalismo: è la memoria, in questo caso, ad essere indagata evidenziando come l'azione suadente del sapere ufficiale e della comunicazione scritta abbia condotto le nuove generazioni dei salariati a fraintendere e infine dimenticare il ricordo degli episodi di emancipazione caratteristici del proprio glorioso passato. Memoria, dunque, come campo di intervento del potere, come luogo pubblico ma anche interiore in cui si gioca il futuro delle aspirazioni alla giustizia e all'eguaglianza. Memoria come contraltare, apparentemente impalpabile eppure incredibilmente solido, al ben più concreto e ruvido scontro di classe. Lo sguardo sociologicamente provveduto e culturalmente attento del Bauman intellettuale cosmopolita trova quindi in Memorie di classe un punto di maturazione che racchiude in nuce l'intero percorso intellettuale dell'autorevole sociologo polacco.

In questo numero di Formazione & Cambiamento pubblichiamo la recensione sul libro di Ursula Hirschmann, scritto da Silvana Boccanfuso, libro che è stato ritenuto meritevole di menzione per la Saggistica nell’ambito del "Premio Giacomo Matteotti" XVI edizione nei primi giorni di dicembre del 2020.  
Silvana Boccanfuso, Dottore di ricerca in «Storia del federalismo e dell’Unità europea» presso l’Università di Pavia, ha concentrato le sue ricerche sulla vita e sul percorso intellettuale e politico di Ursula Hirschmann, evidenziando come la sua adesione agli ideali del federalismo europeo rispondesse a una necessità di pace, giustizia e fratellanza maturata da giovanissima nella Germania nazista. 
Il lavoro di Silvana Boccanfuso dedicato a Ursula Hirschmann, racconta la vita di una donna che ha dato un contributo importante sia alla storia del movimento di liberazione e alla sua elaborazione intellettuale, sia a quella della ricostruzione postbellica. Il libro narra la vita di Ursula Hirschmann, descrivendo il contesto familiare e culturale e il periodo storico e le influenze sul suo percorso intellettuale. 
Nell’estate 1933 Ursula Hirschmann, giovane socialista berlinese di buona famiglia, lascia la sua città per sfuggire alle persecuzioni politiche e razziali. Comincia una straordinaria avventura umana e politica che la porterà in una Parigi non ancora libera, poi in Italia a Roma (città liberata ma da ricostruire), nella Svizzera degli antifascisti, infine definitivamente a Roma. In queste coordinate geografiche e storiche è vissuta Ursula Hirschmann, cosmopolita al punto da perdere negli anni qualunque senso d’identità o appartenenza nazionale. Ed è proprio questo confine labile tra identità nazionale e impegno europeista la chiave per capire la profondità del suo percorso: «Noi deraciné dell’Europa che abbiamo “cambiato più volte di frontiera che di scarpe” – come dice Brecht, questo re dei deraciné – anche noi non abbiamo altro da perdere che le nostre catene in un’Europa unita e perciò siamo federalisti».
Moglie prima del filosofo antifascista Eugenio Colorni e poi del grande europeista Altiero Spinelli, madre di sei figlie, raffinata intellettuale e attivista politica, Ursula è il simbolo di una generazione che «ha cambiato più volte di frontiere che di scarpe» e che quindi aspira a un’Europa unita. In questa donna tale aspirazione si traduce da subito – e per sempre – in azione, trovando la sua più compiuta espressione nella creazione negli anni Settanta, del gruppo «Femmes pour l’Europe». 
Silvana Boccanfuso ben descrive il percorso intellettuale seguito da Ursula Hirschmann, il contenuto del suo impegno politico e il grado di autonomia che esso ha avuto da quello dei due mariti, Eugenio Colorni e Altiero Spinelli. Una donna di cui va assolutamente raccontata l’intensa esistenza e la sua scelta del federalismo europeo, non una temporanea ed emotiva reazione a drammatici eventi contingenti quale il disastro della guerra, ma invece un convinto obiettivo portato avanti per tutta la vita, anche quando l’idea di un’Europa unita non è stata particolarmente popolare. 
Negli anni settanta, in risposta ad uno dei periodi di crisi più importanti per la costruzione comunitaria, si dedica al progetto più significativo: il gruppo d’iniziativa «Femmes pour l’Europe».  Un gruppo creato coniugando in modo originale federalismo e femminismo, in cui con vigore e credibilità si dedica alla discriminazione di genere. 
Se la storiografia, solitamente concentrata sulle figure maschili, ha rinunciato ad approfondire la specificità, le caratteristiche, l’originalità della componente femminile del nostro passato più recente, il lavoro di Silvana Boccanfuso ha il merito di colmare una grave lacuna, riscattando Ursula Hirschmann dal semplice ruolo di «moglie di» e «sorella di».
Il messaggio critico e l’esperienza di Ursula Hirschmann sono un esempio e un monito utile per riflettere sui nuovi nazionalismi, le nuove chiusure, i nuovi muri che oggi attraversano come incubi allucinati lo spazio europeo.
 
 
 
 

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