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Mer, Lug

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N° 18/ 2021 - Ventennale II – Dimensioni soggettive, sociali e pratiche dell'apprendere

 

 
 

APPRENDIMENTO IN AZIONE E NELLA PRATICA - Una conversazione con Etienne Wenger sulla coltivazione delle “comunità di pratica”

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* In “Formazione & Cambiamento”, n. 45, 2007 
 
D. Lipari - E’ noto a noi tutti come la traiettoria intellettuale di Etienne Wenger, muovendo dallo studio e dalla descrizione dei fenomeni dell’apprendimento situato che hanno dato luogo al costrutto “comunità di pratica” (e poi più in generale ad una teoria sociale dell’apprendimento) lo abbia condotto recentemente ad assumere la prospettiva dell’intervento finalizzato a sviluppare, nelle organizzazioni, delle comunità di pratica. Si tratta di quella modalità di intervento non direttivo per la quale Wenger utilizza la metafora della coltivazione. Vorrei chiedere ad Etienne se può riprendere e spiegare il percorso che lo ha portato dalla riflessione, alla sperimentazione e infine alla proposta di una prospettiva di intervento.
 
E. Wenger – E’ una traiettoria che ha sorpreso anche me, non è niente di organizzato, programmato. Questa traiettoria ha avuto l’istruzione come obiettivo principale; quando J. Lave ed io abbiamo iniziato a lavorare al primo libro, lavoravamo in un istituto che si chiamava “Istituto per la ricerca sull’Apprendimento”, e lo scopo che si prefiggeva questo istituto era fare ricerca sull’apprendimento per aiutare e assistere i processi di istruzione, scindere lo studio dell’apprendimento dallo studio dell’insegnamento per vedere se questo ci avrebbe dato nuovi spunti, nuovo materiale su cui riflettere riguardo all’istruzione .
È successo che quando stavamo formulando e definendo le teorie, sono state le comunità manageriali, le aziende, che di queste teorie si è appropriata e ha deciso di tradurle in pratica. Adesso le cose stanno cambiando nuovamente, nel settore dell’istruzione e dell’educazione si manifesta oggi un interesse verso questo nuovo approccio oggi, ma un tempo non erano pronti per questo. Il che è comprensibile, perché se vi occupate di istruzione, educazione e cambiate la teoria dell’apprendimento voi cambiate il vostro core-business, la parte centrale del vostro lavoro.
Mentre se voi producete macchine e cambiate la teoria sull’apprendimento questo non modifica il fatto che produciate macchine. E penso che ci fosse questo bisogno abbastanza impellente da parte delle organizzazioni di trovare nuovi modi di organizzare le conoscenze, i saperi, con la disponibilità ad investire risorse in questo. Ciò è avvenuto tra la metà e la fine degli anni Novanta, l’idea era passare da un approccio incentrato sulla tecnologia ad uno che era incentrato sull’aspetto umano.
Ma la gente mi fa questa domanda:- La comunità di pratica è un qualcosa di concreto, che esiste o è semplicemente una prospettiva analitica? In realtà penso che risponda a entrambe le definizioni perché per certi versi è una prospettiva analitica, un modo di guardare al mondo, ma al tempo stesso è qualcosa con cui la gente si identifica perché gli appare familiare rispetto alla loro esperienze e che quindi è passibile di una qualche forma di intervento, perché non è solo una prospettiva analitica.
Visto che è una commistione tra una prospettiva analitica e un modo di affrontare la realtà esterna, in un’ottica pratica la cosa principale da chiedersi è più se questa prospettiva si debba applicare o meno ad un gruppo, piuttosto che il discutere all’infinito se quel gruppo è effettivamente o non è una comunità di pratica. Con questo concetto di comunità di pratica c’è associato uno strumento evolutivo. Il punto centrale è stabilire se si voglia applicare o meno questa prospettiva che ha un potenziale evolutivo ad un gruppo, che poi questo gruppo si chiami team, task force, business unit non è importante. Il che non significa dire che un team, una task force siano una comunità di pratica, spesso non lo sono, ma vi dovete chiedere: volete che lo diventino? Mettiamo che c’è un team, un’equipe che si concentra su un compito, cosa ben diversa una comunità di pratica che si concentra su un campo tematico ovvero su un settore di conoscenze. In una squadra il rapporto tra i singoli componenti si può tradurre nei termini seguenti: ciascuno dice all’altro tu farai la parte che ti è stata assegnata nell’ambito di questo team. Nella comunità di pratica ciò che ognuno si chiede è : posso imparare qualcosa dall’interazione con gli altri? Sono strutture, assetti sociali completamente diverse ma alcuni team col passare del tempo possono diventare comunità di pratiche e quindi occuparsi della possibilità di apprendimento gli uni dagli altri, non semplicemente limitarsi ad assolvere un compito. Mentre altre si esauriscono con l’espletamento di un compito.
C’è stato sicuramente un’evoluzione da una prospettiva prettamente analitica ad una più interventista, più orientata all’aspetto pratico. Penso che questa evoluzione sia preziosa, che non è che si debba inventare un intervento. Quindi dovete fronteggiare dei processi che già esistono a monte, quindi io non so mai se agisco da consulente o da ricercatore, perché in un certo senso bisogna fare entrambe le cose. È difficile capire le cose a meno che non ci sia una partecipazione diretta. È difficile intervenire in un modo che sia significativo, utile a meno che non abbiamo una visione più ampia del contesto su cui volete effettuare i vostri interventi.
Ma a livello personale c’è se vogliamo una qualche conflittualità in una posizione del genere, perché se sei consulente devi stare al programma degli altri, mentre come ricercatore dovreste avere un vostro programma. Per concludere penso che nei prossimi anni della mia esistenza vorrei forse avere modo di fare un po’ più di ricerca.

D. Lipari - Nel tuo ultimo libro "Coltivare comunità di pratica" (Guerini e Associati, Milano, 2007) descrivi il ruolo del consulente che interviene sulle comunità come il ruolo di qualcuno che coltiva un’entità dotata di vita autonoma. Ora quest’entità, tradotta nel nostro linguaggio è la comunità di pratica, la quale dovrebbe sviluppare apprendimento individuale e organizzativo attraverso dinamiche proprie in cui ha un peso decisivo la vitalità. Vorrei chiederti quando e a quali condizioni una comunità può dirsi vitale, rigogliosa (per rimanere nella metafora della coltivazione) e viceversa quando e in quali condizioni inizia a dare segni di inaridimento?
 
E. Wenger- E’ un’ottima domanda; quindi chiederò a tutti voi di contribuire sulla base della vostra esperienza. Abbiamo tutti avuto esperienza di comunità che erano rigogliose e piene di vita, così come abbiamo avuto esperienza di altre che erano in fase di declino oppure non avevano niente di vitale. Erano praticamente morte. Nelle comunità che sono vitali c’è una tensione che si crea, c’è una costante irrequietezza ,c’è un’apertura a quelle che sono le linee di confine e c’è sempre un tentativo di fare i conti con quelle che sono la competenza e la pratica della comunità.
Venerdì scorso stavo descrivendo nell’ambito della teoria dell’apprendimento la definizione di apprendimento in un’ottica sociale e l’ho data in questi termini: una tensione tra la competenza così come definita dalla comunità e l’esperienza di quelle persone che si rapportano a quella comunità.
Quindi se voi siete un membro a pieno titolo di una comunità, la vostra esperienza rispecchia la competenza della comunità. Vi porto l’esempio di un mio amico che descriveva un bicchiere di vino e lo descriveva in termini eccezionali, descriveva qualcosa di cui io non ho percezione diretta, che non esiste per me, diceva che questo bicchiere di vino era “viola all’olfatto”. Quindi la sua esperienza di questo bicchiere di vino rispecchiava la competenza della comunità, che non era la mia, quindi per avere quella competenza dovevo consumare molto vino con i partecipanti della comunità e discutere delle caratteristiche del vino fin tanto da poter dire che il vino era viola all’olfatto. Quindi l’apprendimento è quella tensione che si crea tra la competenza di cui è portatrice la comunità e la mia esperienza. Quindi in questa tensione a volte è l’esperienza che cambia, a volte è la competenza che cambia. Anche per voi, voi partecipate a riunioni di questo tipo e vi fate delle idee nuove dell’apprendimento,nuove esperienze, nuove possibilità, poi tornate presso la vostra comunità e cercherete di influenzarla per immettere nella comunità l’esperienza che avete fatto voi.
E questo non sarà semplice, ci saranno dubbi, alcuni saranno scettici,altri non saranno disponibili, ma col tempo se ce la fate finirete col cambiare la pratica della comunità e anche quello che definisce la competenza della comunità. Fino a che la competenza della comunità non inglobi la vostra esperienza. Una comunità morta è una comunità in cui non ci sono più queste tensioni, le cui linee di confine sono chiuse, tanto i confini nei confronti degli altri quanto i confini verso nuove esperienze. Quindi è una situazione in cui si riproduce all’infinito la stessa esperienza. Quindi c’è un blocco tanto dell’esperienza quanto della competenza. E ci sono molti casi e molte modalità in cui questo si può verificare:può succedere quando la comunità pecca di arroganza e pensa che nessuno in nessuna parte del mondo possa contribuire in niente alla comunità; anche quando c’è atteggiamento di chiusura della comunità che non interagisce con persone nuove che possono immettere una visione nuova delle cose. Quindi è importante che uno si renda conto che alla fine può diventare anche controproducente. Non c’è niente che di per sé è buono nella comunità in quanto tale, cioè la comunità è valida quando da luogo a questo tipo di tensioni tra le varie esperienze, quindi una delle cosche può dare il colpo di grazia alla comunità è un eccesso di comunità, non una malattia che viene dall’esterno e la modifica, ma una chiusura eccessiva della comunità che è ripiegata su se stessa. E questa è una cosa che si percepisce quando fate parte di una comunità, vi rendete conto quando diventa un modo di non imparare, una qualcosa che vi porta a ripiegarvi, a chiudervi, rispetto invece ad essere uno stimolo ad esplorare e a creare queste tensioni di cui parlavo prima tra quello che sappiamo e quello che c’è di nuovo, di diverso.
È bene non equiparare la comunità all’omogeneità, l’essere omogeneo non è la precondizione per creare una comunità né è il frutto di aver fatto parte di una comunità sana, vitale, perché la comunità vitale comporta una costante ricontrattazione delle diversità che la compongono. Qual è la vostra esperienza di comunità che sono vive rispetto a quelle che non lo sono, che sono morte? Quante delle vostre sono vive e quante sono morte? È un interrogativo importante perché da un punto di vista analitico cercare di capire cosa rende vitale una comunità anche dal punto di vista dell’intervento pratico, cercare di enucleare delle azioni che si possono intraprendere per sostenere la vitalità della comunità, entrambi sono importanti. Quindi avete a che fare con delle comunità che sono morte?
Poi le comunità non è detto che debbano essere eterne, non è che a tutti i costi dobbiamo evitare che muoia una comunità di pratica – c’è un ciclo di vita naturale(Lipari)- però l’ossificazione, la paralisi è peggio ancora che non la morte.
Coi sono degli esempi che volete condividere?
Ve lo do io un esempio di comunità in stato pre-agonico, che si ricollega a quello che abbiamo detto stamane. Si trattava di una comunità dove la maggior parte delle attività erano mirate a organizzare dei colloqui, quindi chiedevano a qualcuno di venire a parlare e facevano queste riunioni con i panini ascoltando questa persona che parlava, quindi è chiaro che da questa comunità defluiva tutta l’energia che c’era prima, perché non c’era una costante rinegoziazione reciproca della propria esperienza tra i membri. Ma ci sono altri motivi che possono spiegare come mai si assiste alla morte della comunità. Per esempio c’era un’organizzazione in cui le comunità erano diventate la sede deputata per far avviare delle iniziative quando mancavano i fondi: ogni volta che mancavano i fondi le cose venivano scaricate sulla comunità. Anche questo significa privare di qualsiasi energia la comunità. Perché ogni volta che le persone si rivolgevano alla comunità significava per i componenti ritrovarsi con due o tre ore di lavoro extra che non avevano preventivato. Questo semplicemente per illustrarvi altri motivi che portano la comunità a morire. In questo caso era un morbo che proveniva dall’esterno. È un tema complesso comunque perché nella realtà non vivono mai isolate dal resto del mondo, sono sempre da collocarsi all’interno di un contesto e il modo in cui vive la comunità rispecchia ilo contesto che la circonda. Ma non in modo deterministico, parlavamo prima del cambiamento no? Uno dei motivi per cui molte delle nostre speranze di cambiamento risiedono proprio nelle comunità è che le comunità che sono vive riescono generare una loro cultura, possono veramente generare una loro pratica e questo in senso non solo deterministico come riflesso della realtà circostante.
 
D. Lipari - Un elemento importante può essere la fiducia…

E. Wenger - Si, ci sono molti elementi che possono creare queste tensioni, ma per esempio la fiducia può essere un contesto nel quale tu puoi rinegoziare le differenze, però anche un eccesso di fiducia può creare la situazione in cui io non ti disturbo tu non disturbare me, io non ti pongo un problema tu non ne porre una a me. E vedete che si tratta di sfumature qui, anche la fiducia non è un bene in assoluto anche la fiducia comporta i suoi limiti. Quello che sto cercando di dirvi è che una comunità che è viva è quasi essere costretti a vivere in un paradosso costantemente, una misura sufficiente di fiducia va bene per condividere in modo aperto ma non in modo eccessivo….ci vogliamo bene…

D. Lipari - A questo punto credo che valga la pena approfondire uno dei due termini del costrutto comunità di pratica. Vorrei fermarmi un po’ sul concetto di comunità, perché a me pare che, tra l’altro, uno dei motivi di successo, della nozione di comunità di pratica sia legato al bisogno di comunità (di cui parla per esempio Baumann), in un’epoca di frammentazione, di chiusura individualistica, di isolamento … Una prospettiva del genere enfatizzerebbe una interpretazione idealizzata, romantica della comunità; una prospettiva molto attraente perché evoca consonanza, armonia, protezione, sicurezza, ma che porta con sé una visione illusoria in base alla quale la comunità sarebbe una sosta di riparo dalla realtà ruvida della vita organizzativa (che nell’esperienza di tutti, come è noto, è intrisa di contrasti, di tensioni, di conflitti). Ora vorrei chiederti: possiamo tematizzare anche attraverso il ricorso a dei casi empirici una visione meno edulcorata, più realistica della comunità, essendo le dinamiche relazioni caratterizzate da negoziazioni, da scambi, più o meno impliciti, il più delle volte clandestini, di fatto configurano microsistemi fondati anche sul gioco del potere? Poi, la stessa dimensione del potere, inteso come capacità di azione degli attori, quale influenza ha nell’impedire o nel favorire lo sviluppo di comunità? Inoltre, dal punto di vista del “coltivatore” di comunità di pratica, quando una comunità giunge ad un livello di conflitto al punto che si prefigura una scissione del gruppo, bisogna spostare una di queste comunità in un altro “contesto” o bisogna cercare di mantenere tutto dentro una sola comunità cercando di moderare i conflitti?
 
E. Wenger – Prima questione. Se penso ai casi che ho visto io questa visione molto edulcorata è una visione che poi alla fine trovo raramente nei casi empirici. Non conosco comunità di pratica dove questa visione edulcorata trovi una pratica attuazione, dove tutto è dolce, tutto è bello.
Ci sono sempre delle tensioni, c’è sempre una differenza di opinioni tra i partecipanti, alcuni contribuiscono di più altri meno. Allora quelli che non contribuiscono ci si domanda dovrebbero continuare a far parte della comunità, ci si interroga se la comunità dovrebbe essere aperta o chiusa, i manager dovrebbero poter avere accesso ai colloqui all’interno della comunità? Dovremmo invitare i manager a partecipare alle discussioni in seno alle comunità? Dovremmo chiudere loro le porte? So di comunità che hanno completamente precluso l’accesso ai manager, non li volgiamo, porte chiuse! Perché questo finiva col deformare la discussione. E mi ricordo ne ho perlato con un dirigente donna che era molto dispiaciuta di essere stata esclusa, capiva che non poteva far parte della comunità, sapeva che il suo ruolo era semmai di essere uno sponsor della comunità. Quindi non si trattava di essere distinta e separata dalla comunità, però per il solo fatto che ricopriva un incarico dirigenziale lei si è resa conto che sarebbe stata solo uno sponsor e quindi avrebbe avuto una partecipazione solo marginale alla comunità. E per questa persona essere al servizio della comunità significava prendere le distanze . Lei aveva questo ideale di un’organizzazione appiattita, dove siamo tutti uguali e invece si è dovuta rendere conto che anche all’interno di un’organizzazione cosiddetta appiattita il fatto che lei ricoprisse un ruolo di management cambiava completamente il rapporto. Ma anche tra gli operatori non è che ci sono sempre convivenze pacifiche,le opinioni possono divergere e di parecchio, e anche lì, una comunità valida è una comunità in cui le opinioni divergono in tensione tra di loro, in cui abbiamo la negoziazione tra queste diverse prospettive che è il motore che spinge in avanti la comunità.
Ricordo un ingegnere alla Crhysler che mi ha raccontato di liti furibonde all’interno delle riunioni perché tra le altre cose la comunità si occupava di redigere dei brevi capitoli di una parte di conoscenze su diversi argomenti e c’erano dei disaccordi, non è che tutti erano d’accordo su cosa scrivere; il fatto che poi in realtà queste opinioni sarebbero state consacrate proprio per iscritto all’interno della una base di conoscenza rendeva tanto più esacerbati questi contrasti. La posta in gioco era ovviamente molto più alta per coloro che partecipavano a questo lavoro. Però quest’ingegnere mi diceva che era importante che tutto ciò ricadesse all’interno di una comunità in corso, perchè è una comunità che vive, va avanti, non un gruppo di lavoro con un inizio e una fine.
Alcune le perdi altre le vinci, quindi anche se tu perdi e devi cedere te per quella volta c’è un futuro in cui le cose possono essere poi rinegoziate. Perché appunto non so devi affrontare un altro argomento e a questo punto puoi farti valere. Comunque la parola comunità ha ragione è pericolosa come termine, tuttavia direi che la maggior parte delle comunità che ho visto che riescono a funzionare davvero bene mi hanno dato l’impressione di non seguire delle modalità di funzionamento classico, tradizionale. Quindi era un po’ una sede protetta, c’era un po’ questo senso di essere appartati rispetto alla follia che caratterizza la vita lavorativa quotidiana, era un luogo dove era consentito lo spazio di riflessione per esempio, non che ciò significhi pace per inteso però è un certo realismo, non tanti giochi politici per esempio. Le comunità che vanno per la tangente dietro ai giochi politici tendono a perdere energie, a scaricarsi. Quindi il termine comunità ha un suo valore e si ricollega al concetto di fiducia, perché c’è un po’ il senso della qualità del recipiente che noi dobbiamo costruire. Sempre che non si dia per scontato, che la comunità non significa assenza di potere, che non significa assenza di conflitto,che non significa omogeneità. Quindi io forse intendo dire per comunità un ricettacolo, un contenitore per l’apprendimento e non come una forma ideale di rapporti umani.
Seconda questione. pensiamo a pratica, campo tematico e comunità come tre elementi distinti. Quando c’è un conflitto sul campo tematico allora si la soluzione può essere la divisione, la scissione, perché manca l’identità per sostenere questo conflitto. Se c’è un conflitto a livello di comunità, tipo due persone non vanno proprio d’accordo e sono entrambi degli operatori importanti all’interno della comunità, (non prendete per oro colato quello che dico quello che ho sempre creduto è stato sempre almeno una volta smentito) io in quanto coltivatore della comunità cercherei di togliere questo conflitto dall’area pubblica della comunità. E cerco di affrontarlo separatamente, perché c’è una cosa che manca alle comunità : il tempo. C’è una scarsezza di tempo sempre che affligge le comunità e se noi il tempo lo consumiamo per risolvere i conflitti tra delle persone questo significa poter anche uccidere la comunità. Se il conflitto è a livello di comunità cerchiamo di allontanarlo dallo spazio della comunità, di tirarlo fuori e farlo passare in uno spazio diverso, quello interpersonale. Quindi c’è una distinzione tra quello che è lo spazio della comunità e quello che è lo spazio interpersonale, entrambi coesistono nella comunità ma è importante tener presente la distinzione, perché il coltivatore di comunità lavorerà soprattutto a livello dello spazio interpersonale.
Se il conflitto è a livello di pratica e le persone sono in disaccordo sui progetti, questo conflitto va risolto nello spazio pubblico della comunità per l’opportunità di una discussione proficua in merito alla pratica ed è un’esperienza di apprendimento. Quindi vedete che ci sono fonti diverse di conflitto all’interno di una comunità e a seconda della fonte del conflitto si proporrà una soluzione diversa. Sarebbe triste vedere la frattura di una comunità perché c’è un punto di disaccordo sulla pratica o perché due persone non vanno d’accordo, ma molto spesso ho visto dei casi di frattura, di separazione perché un gruppo voleva addentrarsi magari in un’area più specifica e va bene.
Allora si può pensare a una comunità con una struttura a più livelli. Tanta gente mi chiede qual è la dimensione massima di una comunità. Non c’è una risposta numerica, quando si ha una grande comunità bisogna interrogarsi su come strutturarle in sottoaree, dove le persone possano mettersi a lavorare nella pratica nonostante che la loro identità si collochi a livello di una comunità più ampia.
 
D. LipariVorrei riprendere il tema dell’identità appena evocato. E’ possibile spiegare come e a quali condizioni una comunità di pratica contribuisce alla costruzione di identità soggettive e collettive?
 
E. Wenger – Per me è impossibile pensare a comunità senza pensare a identità. Parlavamo del campo tematico, uno dei motivi per cui questo elemento è così importante sia in termini analitici, sia in termini di sviluppo è che il campo tematico è la fonte di identità sia per la comunità sia per i componenti.
Vedevano l’esempio stamane di questi redattori di materiale tecnico nella società farmaceutica, per loro formare una comunità e quindi affermare con vigore il valore della loro attività pratica ha rappresentato la trasformazione della propria identità. Perché hanno trovato la voce e hanno riflettuto sul valore della loro attività in maniera che ha avuto molto effetto. Vi ho presentato quel modello no e in un’altra occasione mi hanno chiesto: perché non hai messo l’identità in quel modello, perché manca se è così importante? Non saprei dove metterla, è stata la mia risposta, è un po’ dappertutto, nel campo tematico ma anche nella comunità, nei rapporti, nelle relazioni, nella pratica; costruisci l’identità anche perché ti fai un nome perché sei particolarmente versato in uno degli aspetti della pratica , o aiutando gli altri che possono aver incontrato un problema e questo comincia ad essere parte di quello che sei. Ed è per questo che è così importante il concetto stesso di comunità di pratiche, perchè le persone vogliono condividere le conoscenze, trasferire le conoscenze ma non riescono a capire quanto è implicito in questi processi il concetto di identità. dove ti vedi te? La conoscenza che per te è significativa dove la vedi? Tutti questi aspetti della tua identità hanno peso e alla fine determinano il modo in cui tu agisci all’interno di un’organizzazione. Così quando parlo di identità, parlo di qualche cosa che è costantemente in costruzione, non un nucleo fisso di quello che tu sei, sto parlando della relazione col mondo che ti rende quella persona che sei. Quindi qualcosa che voi state creandovi associandovi e identificandovi con diverse comunità e non identificandovi, prendendo le distanze da certe comunità . Parlavamo dell’adolescenza, per l’adolescente parte della sua identità sarà prendere le distanze dalla sua famiglia credo, anche questa è una costruzione di identità, quindi di segno positivo di segno negativo, non in senso morale ovviamente. L’identità è un po’ come la fiducia, è un’arma a doppio taglio, se c’è un eccesso di identità allora c’è una chiusura. Si è parlato del sistema sanitario prima, questo è un settore molto specifico e tipico di questo. Alcune delle comunità attuali sono troppo forti se vogliamo, perché medici non pensano di dover ascoltare gli infermieri perché non appartengono alla stessa comunità, sono un’altra comunità, quindi cosa volete che sappiano… mi sono recato ad Alberta in Canada dove presso un gruppo di questo tipo hanno fatto una cosa interessante. È una piccola clinica in una zone rurale, quindi hanno le varie comunità dei medici, poi e varie specializzazioni, ulteriori unità, poi il personale paramedico e infermieristico. Però hanno molte comunità di collegamento “transizionali” se volgiamo, che sono trasversali per affrontare problemi specifici. Come nel caso in cui bisogna affrontare dei problemi dei giovani dove c’è un’interazione tra assistente sociale medico, psicologo, varie figure professionali. E questo si ricollega alla domanda che mi ha fatto sulle comunità vitali. Quello che mantiene la vitalità di queste comunità è il fatto che ci siano questi confini mobili, che si spostano. Ci sono nuove formazioni che in qualche modo vanno a incidere sui confini esterni della comunità. In una organizzazione presso la quale io lavoro questo si chiama la cittadinanza doppia, l’appartenenza a l’uno e all’altro.
 
D. LipariIo parlerei di appartenenze professionali plurime..
 
E. Wenger - D’accordo, c’è un’appartenenza a più livelli. Quindi c’è un diritto di cittadinanza e n’identità che è legata alla vostra comunità però avete identità plurime nel senso che appartenete anche ad altri gruppi. E questo vi consente di avere un atteggiamento che spiazza gli altri. Ma sicuramente per dei gruppi le cui pratiche non vengono valorizzate, reputate positive e la cui identità quindi è emarginata, costruire una comunità di pratiche è fondamentale.
 
D. Lipari - La comunità di pratica nella formulazione degli studi classici di Wenger è basata tra l’altro sulla prossimità fisica dei suoi membri, ovvero sulla possibilità di interazioni e di scambi frequenti e diretti. Ora l’estensione e la riformulazione del concetto di comunità di pratica ha portato ad articolazioni e reinterpretazioni di vario tipo; una di queste postula la possibilità che una comunità di pratica ci sia in condizioni più o meno permanenti di distanza fisica, ma talvolta anche in condizioni di appartenenza ad organizzazioni diverse. Vorrei chiedere ad Etienne in quali casi ed eventualmente a quali condizioni un insieme di soggetti spazialmente ed organizzativamente distanti possa comunque interagire, scambiare conoscenze con modalità assimilabili a quelle tipiche della comunità di pratica classica?
 
E. Wenger - Semplicissimo! L’importante è che interagiscano in modo tale che si verifichi l’apprendimento, basta questo. Ho visto dei casi di videoconferenze dove le persne che vi partecipavano erano dislocate nei punti più distanti nel mondo. Ma c’era un apprendimento rilevante che avveniva in quel contesto, come se fossero stati nella stessa stanza. Però non è così scontato, bisogna lavorarci per creare la condizioni in cui questo avvenga. Dovete trovare il tipo di attività su cui poi la gente si impegnerà.
Ci vuole forse un po’ più di facilitazione, dovete garantirvi che le persone siano preparate ad interagire con queste modalità. Ho anche potuto vedere un ottimo scambio , dialogo in un contesto in cui ‘era un incontro con modalità asincrone, sul web, ma questo non significa che non ci siano problemi grossi per esempio abbiamo grossi problemi di linguaggio. Il linguaggio è un problema più grosso di quanto non sia la distanza fisica almeno secondo la mia esperienza. Quando la gente non parla la mia stessa lingua o se alcuni sono particolarmente versati nella lingua principale della comunità, altri non lo sono… Spesso la lingua usata è l’inglese e questo è un grosso ostacolo. Quindi quando parlo coi miei nipoti in svizzera gli dico sempre: il francese ti potrà piacere quanto vuoi ma impara l’inglese! Perché abbiamo bisogno di essere in grado di parlare gli uni con gli altri. Se non si può fare questo allora è difficile creare una comunità. E poi ci sono anche delle barriere di ordine culturale che è difficile abbattere. Ho visto delle comunità internazionali dove c’erano alcuni americani, alcuni di paesi asiatici e con grande sorpresa parlano solo gli americani! Quindi nella mia esperienza, una distanza fisica e di tipo organizzativo, di organizzazione non costituisce tanto un problema rispetto a quello rappresentato dall’ostacolo della lingua e anche dalla cultura. Comunque è sempre una buona cosa per una comunità potersi ritrovare faccia a faccia ad un certo punto. Io pensavo in passato che la comunità dovesse iniziare con questo tipo di contatto diretto faccia a faccia, non lo penso più adesso perché ho visto molte comunità che sono state avviate on-line hanno interagito on-line, hanno potuto imparare l’un l’altro on-line e poi ad un certo punto quando si incontrano questa occasione preziosa di trovarsi gli uni davanti agli altri viene ad essere ulteriormente valorizzata dalla precedente interazione on-line. È come se interagire on-line crei questo fortissimo desiderio di vedersi faccia a faccia. Ho visto anche comunità che funzionano piuttosto bene e senza mai avere un contatto diretto. Ma che sia ottimale come condizione di interagire senza mai vedersi faccia a faccia non lo so. Ci possono essere anche dei problemi di tipo generazionale di cui tener conto. Anche per noi stessi. Io sono cresciuto molto come mia crescita personale, ricordo la prima volta in cui ho preso parte ad un gruppo di discussione on-line, detestavo questa cosa, non mi è piaciuta per niente. L’ho definita la solitudine collettiva! Ho visto che funzionava così bene in determinati casi che devo accettare e ammettere che è una possibilità, non mi piace ancora oggi, mi piace molto di più avere un contatto diretto, tuttavia devo ammetterlo, ho visto persone timidissime quando si trovavano in contatto diretto che quando invece scelgono la modalità on-line tirano fuori tutto. Bisogna accettare che forse le migliori comunità si avvalgono di modalità multiple di interazione e questo per far si che tutti possano trovare il modo ottimale di esprimersi.

D. Lipari - C’è un ultimo tema sul quale vorrei sollecitare Etienne, che è legato un po’ a questa storia della prossimità e della distanza dei membri di una comunità. Riguarda la diffusione delle tecnologie digitali, che favoriscono in maniera sempre più intensa e in forme sempre più sofisticate le forme di interattività che sono ormai sempre più utilizzate per lo scambio e la circolazione di conoscenza tra gli attori di un’organizzazione e tra organizzazioni. Per rimanere al nostro tema, vorrei chiederti se, al di là delle visioni ingenue, secondo cui questi strumenti sarebbero di per sé portatori di apprendimento, è possibile descrivere casi esemplari in cui l’uso della tecnologie si inscrive in pratiche virtuose della comunità di pratica?
 
E. Wenger – Ce ne sono molti di esempi, tuttavia è ancora un punto interrogativo diciamo quanto ci si debba spingere nell’uso di questi strumenti.
Ora come ora sto lavorando con un’organizzazione che ha ventisei comunità, quasi tutte esclusivamente comunità che lavorano on-line. È una società di estrazione mineraria, quindi hanno miniere un po’ in tutto il mondo, dai diamanti in Sud Africa, rame negli USA, bauxite in Australia, diamanti nel nord del Canada dove la gente vive ancora in piccoli centri rurali e che si possono raggiungere solo in inverno perchè la terra si assetta, i laghi sono congelati e quindi i camion, i mezzi pesanti possono passare, possono percorrere le strade per consegnare le merci e portare via il prodotto dell’attività di estrazione. Nell’estate c’è solo fango, laghi dappertutto e l’unico modo per raggiungere questi centri è andarci in elicottero, quindi dei luoghi fortemente isolati. Questa società è arrivata al punto che ha una serie di splendidi esempi del lavori da queste comunità. Però quello che ci si chiede è qual è la fase successiva? Finanziare strumenti che consentano di incontrarsi faccia a faccia? Molto di quello che hanno fatto fino adesso è sostanzialmente darsi una mano gli uni con gli altri, qualcuno in una miniera X scrive una domanda sullo schermo, una domanda che ha a che vedere con la tecnologia, qualcuno da la risposta e c’è un coordinatore della comunità che guarda tutte le risposte che vengono date, le accorpa in un piccolo documento e mette il documento sul web. Hanno fatto un ottimo lavoro di condivisione delle conoscenze, perché sono saldamente radicati nella pratica da poter condividere molto con questa forma di comunicazione testuale.
D’altro canto è anche vero che questo non crea ancora un forte senso di coesione perché è asincrono. Quindi hanno svolto un ottimo lavoro di messa in comune di conoscenze, ma pensa che a questo punto sarebbe una buona cosa se la società investisse un po’ nel creare diverse forme di collegamenti tra le persone. Ma è più legato alla questione dell’identità questo che alla pura e semplice condivisione delle conoscenze. Voi comete le avete le comunità per lo più on-line o cosa?

D. Lipari - Mi sono reso conto del fatto che nella nostra conversazione è rimasto un po’ in ombra un concetto cruciale: quello di pratica. Puoi svolgere qualche considerazione sul concetto di pratica e sul suo significato per le dinamiche relazionali e dell’apprendimento?
 
E. Wenger – Certo la pratica in questo senso significa essere impegnati, muoversi, operare nel mondo secondo certe modalità. Quindi la pratica non fa una differenza tra le conoscenze, dal fatto di essere nel mondo come soggetto, quindi dev’essere una conoscenza che si può tradurre nella pratica… non significa solo conoscenza puramente strumentale. La conoscenza ti da un’identità che si può esprimere nel mondo? Quando facevo un lavoro in una società, la pratica era questo connubio complesso di sapere, come evadere certe richieste, come seguire le norme della società, qualche volta come aggirare alcune norme. Ma anche il fatto di conoscerci gli uni e gli altri, mantenere buoni rapporti con gli altri in modo che mi avrebbero dato delle risposte se gli facevo delle domande e voi stessi sareste stati disponibili rispondere alle loro domande. Ma anche come sostenere delle condizioni di attività che fossero vivibili in un contesto in cui si era un po’ emarginati rispetto all’organizzazione. Si trattava di gente sottopagata che si limitava molto spesso a riempire moduli per fare i calcoli delle prestazioni, su cose di cui non capiva niente, metteva i numeri giusti, il computer faceva i calcoli. Una persona aveva fatto una richiesta di $200, il computer diceva di dargliene 5 di dollari e loro non capivano perché il computer dicesse 5 $ e loro ne avevano chiesto 200. Quindi erano emarginati non solo sotto il profilo economico, ma anche sul piano cognitivo.
Parte della loro pratica era di dire come possiamo vivere con questo grado di ignoranza con delle modalità soddisfacenti al nostro livello locale. Quindi la pratica in quel caso era tutta una serie di elementi che entravano in gioco per poter sopravvivere in quel mondo se vuoi. Perché sostanzialmente nella pratica era molto difficile stabilire se fossero persone ignoranti o se invece avevano determinate conoscenze. Perché da intellettuale io sarei potuto andare da loro, guardare come facevano i loro calcoli, vedere che rimanevano sorpresi dai risultati e dire: ma questi non capiscono un accidente del loro lavoro! Non capiscono cosa stanno facendo. Vivono nell’ignoranza. Tuttavia, in un’altra ottica si poteva dire : no, lo capiscono benissimo! Capiscono che l’azienda li tratta come vuoti a perdere , che si possono sostituire, elementi non fondamentali diciamo e quindici dicono: tu come organizzazione non sei interessata alla mia persona? Io non sono interessato all’organizzazione! E se qualcuno veniva in quella comunità con un testo sulle società d’assicurazioni avrebbero in qualche modo violato qualcosa di fondamentale in quella pratica; quindi nella pratica la conoscenza ha sempre una connotazione politica perché significa un modo di essere nel mondo, quindi non si può scindere la pratica dalla conoscenza, dall’identità dal potere e dalla comunità. Sono parti integranti uno stesso progetto, di una conoscenza vissuta nel mondo. 
 
Note
1  Etienne Wenger è un libero ricercatore e consulente. E’ stato un pioniere della ricerca sulle “comunità di pratica” e sul tema è ora un autore di riferimento a livello mondiale. E’ coautore, insieme a Jean Lave, del libro L’apprendimento situato (tr. it. Erickson, Milano, 2006) in cui è stato usato per la prima volta il termine di “comunità di pratica”. Successivamente ha scritto Comunità di pratica. Apprendimento, significato e identità (tr. it. Cortina, Milano, 2006), un testo fondamentale per la teoria della comunità di pratica. Il suo lavoro più recente (al quale hanno collaborato R. McDermott e W. Snyder) è Coltivare comunità di pratica (tr. it. Guerini e Associati, Milano 2007), un contributo essenzialmente metodologico. Il suo lavoro infatti non è di natura esclusivamente teorica: come consulente, E. Wenger aiuta le organizzazioni a coltivare comunità di pratica e sviluppare sistemi di conoscenza in modo da potenziare la sinergia tra apprendimento e comunità.
2  La conversazione tra Etienne Wenger e Domenico Lipari si è svolta nell’ambito di un seminario presso il Formez di Roma il 3 ottobre 2005 

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