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Mer, Lug

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N° 18/ 2021 - Ventennale II – Dimensioni soggettive, sociali e pratiche dell'apprendere

 

 
 

APPRENDIMENTO E RIFLESSIVITA' - Intervista a Tony Ghaye su pratica riflessiva e apprendimento riflessivo

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*In “Formazione & Cambiamento” n. 51, 2008
 
Simona: Tony, puoi raccontare brevemente la tua biografia professionale come Reflective Practitioner?
 
Tony: Ho cominciato ad apprezzare l’importanza della riflessione quando facevo attività di tirocinio per diventare insegnante. Quando frequentavo l'università, la mia prima attività di tirocinio l'ho fatta in una scuola elementare. Nel mio corsi c’era qualcosa che ogni studente doveva fare per diventare un insegnante qualificato. Ogni studente che aspirasse ad ottenere il titolo di insegnante doveva prevedere un’attività, che veniva definita "valutazione della lezione", per ciascuna lezione che veniva progettata. Nelle varie scuole dove ho svolto attività di tirocinio ho sempre redatto una valutazione per ogni lezione che ho tenuto. In realtà, a quei tempi nessuno mi diceva: ”Tony, stai imparando a riflettere sulla tua professione e stai facendo pratica riflessiva”, perché, nel secolo scorso in Inghilterra, mentre studiavo all’università per diventare insegnante, il concetto di pratica riflessiva e del professionista riflessivo non faceva parte dei programmi del corso di laurea per l’insegnamento. Ma era esattamente quello che stavo facendo. Stavo diventando un professionista riflessivo. Il corso mi aveva incoraggiato a pensare in modo riflessivo, ad individuare ciò che era andato bene ed a considerare le aree di futuro miglioramento e sviluppo.
Tuttavia, è interessante osservare che il programma, in realtà, mi conduceva a pensare in maniera riflessiva, seppure non esistesse nella realtà alcuna disciplina chiamata Pratica Riflessiva e nel programma non ci fosse alcun modulo che parlasse di diventare un insegnante riflessivo. Eppure io stavo realizzando quello che ora riconosco essere la pratica riflessiva e l’apprendimento riflessivo. E’ stato allora che ho iniziato a riflettere attivamente e sistematicamente sul mio lavoro. E’ stato allora che ho cominciato a considerare la centralità della nozione di riflessione nell’apprendimento.
Negli ultimi vent’anni ho fatto molte cose e sono tornato a studiare in diverse aree disciplinari. Ho studiato psicologia sociale e dell’organizzazione ed ho avuto l’opportunità di lavorare in differenti organizzazioni di diversi Paesi. Dopo aver lavorato in diverse scuole nel Regno Unito sono partito per l’Australia. Lavorare nel sistema scolastico australiano mi ha permesso di lavorare con gli Aborigeni nell’area selvaggia del Queensland, dove ho iniziato a pensare in maniera più aperta, allargando la mia visuale e ampliando il mio concetto di insegnamento e di luogo dove l’insegnamento avveniva, il significato di apprendimento e del modo in cui avveniva l’apprendimento, il concetto di classe e così via. In Australia la mia intera visione di insegnamento e di apprendimento esplose trasformandosi in qualcosa che si rivelò molto interessante per me, considerando che avevo sempre pensato che l’insegnamento e l’apprendimento riguardassero essenzialmente qualcosa strettamente collegato con il pensare e con la mente, che fossero attività essenzialmente di tipo cognitivo. L’esperienza australiana mi ha fatto pensare in modo più “olistico”. Dopo le mie esperienze in Australia, andai a lavorare nel Nord Africa, nel Medio Oriente e di nuovo in Europa e iniziai a pensare che l’apprendimento non fosse solo un’attività cognitiva ma che fosse anche un’attività altamente emozionale. Molto del mio lavoro può essere legittimamente visto come volto a favorire anche il lato emotivo/emozionale delle relazioni, che è un sentire che precede il pensare e l’azione. In altre parole cominciai a lavorare sul legame tra affettività e pensiero e tra pensiero e azione. Ossia sul fatto che “ciò che sento ha un effetto su ciò che penso e ciò che penso ha un effetto su ciò che posso fare”. In questo senso capivo anche che ciò che dicevo non corrispondeva affatto con quello che i miei studenti imparavano. Quindi cominciai ad assemblare nella mia mente sentimenti e pensieri e azione. All'inizio del mio programma universitario di formazione all'insegnamento, lavoravo con un tipo di modello di "stimolo-risposta" nel quale si diceva qualcosa e i bambini - oppure gli allievi - lo facevano, successivamente, grazie a tutta quella esperienza maturata all'estero, quando tornai mi misi a ragionare tenendo in considerazione il modo in cui percepiamo l'influenza che le cose hanno sul nostro modo di pensare e su quello che avremmo potuto fare al riguardo. Di conseguenza, mi ritrovai a cercare di pensare in maniera molto più olistica. E fu allora che compresi che la mia prima laurea e la mia formazione iniziale non erano abbastanza e che sarei dovuto ritornare all'università, imparando daccapo: avrei dovuto conseguire una nuova laurea, un master e avrei dovuto fare di nuovo formazione su cose diverse.
Guardando indietro credo che sia proprio a partire da queste esperienze che cominciai a gettare i primi semi dei valori di base che oggi caratterizzano l’attività di Reflective Learning UK.
Per vent'anni ho vissuto questo tipo di percorso scoprendo che ciò che stavo imparando era inadeguato oppure non mi aiutava a rispondere al tipo di domande o dilemmi con cui dovevo confrontarmi nella mia pratica attuale. Di conseguenza, mi ritrovavo a dover colmare i vuoti che esistevano tra la formazione e la pratica, il sapere e la realtà e per farlo sono sempre ritornato a qualche tipo di processo di apprendimento.
Ora come ora, descriverei me stesso come un professionista riflessivo, che ha maturato un’esperienza come psicologo sociale e dell’organizzazione. E quando la gente mi chiede: "Cosa fai?" oppure, "Cosa sei?", io rispondo: "Mi interesso alle persone e a quello che fanno". Mi interesso di ciò che le persone pensano e fanno in un determinato contesto, che può essere un'organizzazione, per esempio. Il mio lavoro consiste nel cercare di supportare le persone e i gruppi nella realizzazione dei loro obiettivi. Nella mia impostazione hanno avuto una grande influenza la psicologia positiva, le modalità partecipative di lavoro, il pragmatismo e il realismo critico, la ricerca interattiva, la teoria della strutturazione e l’action research.
Molte delle riflessioni e delle attività svolte che menziono nell’intervista sono state sviluppate a partire dal 1966, quando lavoravo all'università di Worcester, insieme ai colleghi Phil Cambers e Brian Clarke. A quell’epoca noi avemmo l'incarico di creare e sviluppare un centro di ricerca multidisciplinare basato sui principi e le pratiche della riflessione e dell'Action Research di tipo partecipativo, che si chiamava “Policy in pratica”. Proprio grazie al quel centro che dirigevo abbiamo ricevuto nella metà degli anni novanta un riconoscimento nazionale quale uno dei sei centri di eccellenza per l'Action Research nel mondo. Dopo questo, essendo la persona che sono, sono andato alla ricerca della sfida successiva. E questa avvenne quando, divenuto professore ordinario, il mio rettore mi fece chiamare e mi disse che aveva un grande incarico per me. Fondamentalmente si trattava di lavorare sulle pratiche, organizzare convegni e presenziare commissioni. Per tutta la vita ho sempre sostenuto di avere un piede nel mondo della pratica e l'altro altrove. E quell' altrove poteva essere nel settore universitario oppure in quello privato, ma ho sempre cercato di evitare di essere messo in una scatola. Mi sento in qualche modo un abitante di confine postmoderno, sai, uno che si muove sull'interfaccia tra le cose, tra differenti campi, discipline, tipi di organizzazione. Tra mondo della produzione e università, tra ricerca e sviluppo. Credo che ci sia bisogno di molti più professionisti interdisciplinari in questo mondo oggi, non credi? Io amo lavorare sulle interfacce. Secondo me è lì che la sinergia creativa ha luogo. Dopo essere diventato professore in Scienze dell’Educazione cominciai a pensare che era ora di provare a fare qualcos’altro.
 
Simona: Quando è nato l’Istituto di Pratica Riflessiva (R P Institute)? In seguito a queste esperienze? Quanto tempo è trascorso?
 
Tony: Fu allora che iniziai a considerare l'idea di creare un istituto per la Pratica Riflessiva. Ebbi molti incontri con la famiglia di Donald Shön - ad un certo punto avevo anche contemplato l'idea che ci potesse essere un istituto Donald Shön. Tuttavia, riflettendoci sopra - dopo averne discusso con la moglie dopo la morte di Donald Shön alla fine degli anni '90 - decisi che non sarebbe stato appropriato, in quanto io non volevo perseguire e semplicemente riprodurre il concetto di Donald Shön del professionista riflessivo: la mia concezione era molto più ampia, ed era ora di superare molte delle debolezze e limiti nella nozione di professionista riflessivo. Nel 2000 ebbi l'opportunità di lasciare il settore universitario e di fondare quello che ho chiamato Reflective Practice Institute. Comunque, a quel punto fu veramente utile il fatto che portai con me un'intera rete globale, sai, una rivista internazionale, alcuni membri del mio staff, i quali avendo collaborato con me all'università desideravano continuare a lavorare per me. Sviluppammo in poco tempo un metodo di lavoro. Sebbene il periodo iniziale di incubazione, credo, sia durato circa due anni, abbiamo iniziato a lavorare piuttosto presto e dopo è stata tutta una corsa. Fu proprio nel 2000 che pensai: "Questa è l'opportunità che ho per dare il mio contributo e fare quello che so fare meglio - ma senza essere soffocato dalla burocrazia e dai comitati". Eravamo in grado di prendere decisioni molto velocemente, potevamo essere flessibili, potevamo reagire con prontezza, potevamo avvicinarci molto alle comunità con cui lavoravamo, potevamo prendere le nostre decisioni, potevamo essere totalmente autonomi ma, allo stesso tempo, molto responsabili, perchè il nostro intento era quello di mettere in pratica quello che sostenevamo. Pertanto, essendo un Istituto di Pratica Riflessiva, noi volevamo dimostrare che chiunque poteva venire a vedere il nostro operato in quanto noi ce la mettevamo tutta per tradurre quello che dicevamo in azione. Di conseguenza, riflettevamo regolarmente, ci incontravamo regolarmente, eravamo disponibili al cambiamento, eravamo flessibili, reagivamo con prontezza ed eravamo veloci.
Ufficialmente quello che oggi si chiama Reflective Learning UK è nato nel 2001. Come sai l’istituto è stato da poco rinominato passando da Reflective Practice Institute a Reflective Learning. Ci sentiamo più a nostro agio con questo nome. Inoltre abbiamo pensato che l’inclusione della parola “Istituto” potesse dare l’impressione sbagliata di ciò che eravamo e facevamo. Siamo un’impresa sociale no-profit e questo ci ha consentito di impostare un differente tipo di dialogo con i nostri clienti.
Per il successo dell’istituto hanno avuto un’importanza cruciale tutte le relazioni ed i contatti che avevo sviluppato nei 20 anni precedenti. Hanno avuto un valore inestimabile. Quindi io non stavo partendo soltanto con un pezzo di carta bianca e grande sogno. Pensavo a come un’organizzazione del genere potesse essere messa in piedi e a come potesse essere strutturata. Pensavo a come, attraverso l’apprendimento riflessivo, avremmo potuto provare a favorire realmente un miglioramento della qualità della vita delle persone, sul lungo periodo, generando una profonda differenza tra vita e sopravvivenza.
All’inizio ero da solo. Successivamente uno dei miei più cari colleghi del centro di ricerca “Policy in pratica” dell’Università di Worcester decise di entrare. Poi aggiungemmo un terzo membro. E dopo questo, come si dice, il resto della storia. Attualmente abbiamo un esteso numero di consulenti associati su cui possiamo contare. Siamo molto distribuiti territorialmente ma abbiamo una struttura di network tra individui e organizzazioni molto forte ed estesa che si estende fino alla zona Artica, Asia, America e Africa. Credo che sul nostro sito: www.reflectivepractices.co.uk sia possibile trovare più informazioni su questa struttura di partnership. I partner lavorano autonomamente ma allo stesso tempo sono riconoscibili, accreditati e responsabili delle azioni svolte. Vogliamo provare, più che possiamo, a mettere in pratica i valori dichiarati. Il nostro modus operandi di base è: provare a lavorare in modo apprezzativo, costruendo obiettivi e scenari futuri migliori, partendo dagli aspetti positivi che caratterizzano il presente. Noi intendiamo favorire e valorizzare modi di lavorare fortemente inclusivi, partecipativi ed etici. Lavoriamo con singoli individui, gruppi, con organizzazioni e oltre le singole organizzazioni.
 
Simona: Hai parlato molto di riflessività e di pratica riflessiva. Potresti raccontare, in poche parole, cosa sono le pratiche riflessive?
 
Tony: Per me “Pratica Riflessiva” è un temine che rappresenta i metodi e/o gli strumenti che ci permettono di apprendere più efficacemente e di mettere quell'apprendimento a buon frutto. Per me pratica riflessiva significa un insieme di strumenti e metodi che ci consente di ripensare a quello che facciamo e migliorarlo. Ovviamente la pratica riflessiva significa molto più di questo; esiste un mondo di valori alla base della riflessione e della sua pratica, per cui è come la punta di un iceberg, sai, i suoi tre quarti si trovano ancora sotto il livello dell'acqua. Secondo il mio punto di vista, negli ultimi due anni è avvenuto un significativo cambiamento nell'uso del termine “Pratica Riflessiva”: adesso c'è maggiore consapevolezza del fatto che esiste più di una pratica di riflessione. Il movimento si è spostato dalla pratica riflessiva verso l'apprendimento riflessivo. Per me le “Pratiche Riflessive” fanno parte di un insieme più ampio che comprende l’”Apprendimento Riflessivo”. Credo che il principale proposito dell’apprendimento riflessivo sia quello di essere basato su azioni dense di valori finalizzate al miglioramento di specifiche situazioni o contesti. I valori a cui faccio riferimento sono l’etica, l’integrità, il coraggio morale, la responsabilità, l’impegno al fine di migliorare la qualità della vita e del lavoro.
Ci sono molte definizioni di “reflective practice”. Forse la più conosciuta è quella che deriva dal lavoro di Donald Shön e che si riferisce alla riflessioni nell’azione e alla riflessione sull’azione. C’è anche la riflessione per l’azione e la riflessione con l’azione. Recentemente si è verificato un crescente interesse in forme più critiche di riflessione. Su forme di pratica riflessiva che pone in questione habitus, routine e status quo. La riflessione critica ci aiuta a pensare e ad affrontare culture del lavoro e processi che sono oppressivi e dequalificanti. Una delle sfide lanciate dalle forme critiche di riflessione è quella di essere critiche ed allo stesso tempo sicure! Il trend più recente rivela un interesse per le forme creative di pratica riflessiva. In altre parole: come possiamo usare le pratiche riflessive per costruire e sostenere organizzazioni e team di lavoro più innovativi? Le pratiche riflessive di tipo creativo aiutano a riprogettare gli schemi di pensiero di riferimento e a vedere le cose in modo diverso, ad abbracciare il pluralismo e a favorire l’innovazione metodologica. La sfida per le comunità di apprendimento riflessivo, io credo, sia quella di pensare a come gli aspetti critici possano essere trasformati in aspetti e processi creativi. Questo modo di lavorare, più creativo, si connette strettamente ai recenti sviluppi, più innovativi, delle relazioni tra organizzazioni e nelle organizzazioni.
Questo è di centrale interesse per Reflective Learning UK.
 
Simona: Potresti fare un esempio relativo all’uso di metodi della pratica riflessiva dalla tua esperienza professionale?
 
Tony: Questa è una domanda particolarmente interessante. Risponderò in tre modi. Per primo, risponderò dal punto di vista del direttore di una rivista internazionale peer review: quasi tutti gli articoli che ricevo dagli autori utilizzano il metodo del diario riflessivo oppure del notebook (quaderno degli appunti) riflessivo. Quindi si tratta della tecnica della carta e penna. Questi metodi vengono utilizzati maggiormente in contesti in cui si svolge un corso o programma, un modulo per superare i quali devi tenere una sorta di giornale di bordo e poi ne devi fare qualcosa, che può essere, ad esempio, trarne degli estratti ed inserirli in un elaborato o in un saggio, o qualcosa del genere. Si può anche portare il proprio diario ad un incontro di gruppo e condividere i pensieri tratti dal diario in maniera simile ad una discussione di gruppo in cui si sviluppa una sorta di critica amichevole. Con questo metodo, che resta ancora il più popolare, io ho dei veri problemi. Uno dei problemi riguarda il fatto che tenere un diario riflessivo sembra un compito facile - che spesso si richiede per fare una valutazione della competenza, ecc.- mentre, in realtà, ora noi ci stiamo accorgendo che è un processo molto complesso. Noi, in quanto comunità, stiamo cominciando a discutere circa la dimensione etica relativa al fatto di tenere un diario riflessivo e di utilizzare poi in qualche modo il suo contenuto. E' un po’ come l'esempio in cui il professore dice: "Parla! Raccontami ancora!", e lo studente risponde: "Non metterò in gioco i miei sentimenti in tutto questo. Lei non ha il diritto di sapere quello che provo. Le ho già raccontato abbastanza". In realtà, abbiamo appena iniziato a parlare dell'etica della riflessione attraverso un metodo chiamato diario riflessivo. Questo è un esempio che proviene dalla mia posizione di direttore della rivista.
La seconda risposta di cui ti ho parlato si riferisce al processo di apprendimento intrapreso da soli, di cui ora si inizia a riconoscerne i limiti. Per questo motivo si preferisce sempre più la riflessione e le pratiche riflessive condotte in gruppi, alla riflessione individuale condotta introspettivamente - in maniera retrospettiva – ripensando sempre a qualcosa. Adesso è avvenuto un grosso cambiamento per cui la riflessione e la sua pratica avvengono apertamente, pubblicamente, in maniera più collegiale, con maggiore supporto, riuscendo così a ricollegarsi al concetto di comunità e collettività, a differenza dell'attività individuale, solitaria e privata. Naturalmente le implicazioni di questa pratica sono enormi in termini di relazioni interpersonali, poiché si parlerà delle cose solo quando si è sicuri di avere le risposte a domande tipo, "Se ti dico questa cosa, come reagirai?" oppure "Se ti dico questa cosa, cosa ne farai con quello che ti racconto?" Di conseguenza, sorge una grossa questione sulla fiducia, sulla confidenza, sull'essere capaci di tradurre in parole quelli che potrebbero essere sentimenti molto complessi. Mi metto nei panni di quelli - me compreso - che non sempre sanno esprimere con parole le loro riflessioni... Sai, io credo che il processo di articolare ciò che gli altri potrebbero capire quando noi siamo i primi a non capire noi stessi - i nostri sentimenti, intendo - richieda abilità e creatività. E poi si fanno tutte queste affermazioni sul fatto che la pratica riflessiva sia qualcosa che chiunque possa fare, e che è giusto e che non è nociva. Invece può essere enormemente nociva. La terza risposta invece riguarda un progetto che sto seguendo da tre anni, avente l’obiettivo di modernizzare i servizi alla maternità in un’area urbana molto estesa. Al cuore di questo progetto risiede lo sviluppo di team riflessivi multidisciplinari che hanno l’obiettivo di pensare a servizi che siano allo stesso tempo più creativi ed efficienti per le donne in maternità. Uno staff di RL-UK ha fatto emergere evidenze empiriche, ha realizzato conversazioni riflessive con differenti gruppi di professionisti che operano nei servizi sanitari e con gruppi di donne che usano tali servizi. Abbiamo creato un contesto in cui è possibile lo scambio, la condivisione di esperienze e l’apprendimento a partire dalla propria esperienze e da quella degli altri. Le conversazioni riflessive sono state utili a sviluppare dei servizi realmente centrati sulla donna. E’ da sottolineare l’esistenza di visioni iniziali sull’eccellenza nei servizi alla maternità molto differenti tra i professionisti del settore e le donne in maternità. Se non avessimo realizzato, supportato, incoraggiato queste conversazioni riflessive e se non le avessimo rese pubbliche e condivisibili, non avremmo mai potuto apprezzare questa diversità. Le conversazioni, per oltre un periodo di un anno, non sono state affatto facili.
Quando la riflessione diviene una pratica più pubblica e discorsiva, molte cose hanno bisogno, per essere percepite come “giuste”, come “cose da fare”, di una conversazione che sia stimolante, energizzante, illuminante e possibilmente creativa. Queste sono cose che possono essere realizzate mediante un determinato uso del linguaggio e sulla base della costruzione della fiducia, del rispetto, del clima confidenziale. Spesso i soggetti coinvolti hanno bisogno di maggior coraggio morale me di essere sicuri di agire in un contesto di relazioni che sia etico. L’ambizione più grande in questo progetto per la comunità di reflective learning è quella di trasformare le questioni critiche in questioni positive. Se riusciamo a cambiare la forma delle questioni allora abbiamo una chance di cambiare la conversazione. Se cambiamo le conversazioni, le narrative, allora creiamo l’opportunità di cambiare, e possibilmente di migliorare, le azioni.
 
Simona: Molto interessante. Poni l’accento sull’importanza dei metodi nella creazione di una relazione etica. Puoi approfondire questo tema del rapporto tra etica e metodo?
 
Tony: Credo che questa sia una domanda molto importante ed estremamente significativa per noi. Credo anche che questo aspetto sia stato un grosso punto cieco per molti di noi. E credo che la questione sia sorta soltanto di recente quando, all’interno delle diverse professioni abbiamo ricevuto pressioni affinché ci assumessimo maggiori responsabilità per le nostre azioni, anche a livello pubblico. E’ tempo di prendere seriamente in considerazione il la necessità di rendere le azioni professionali più pubbliche, visibili e più responsabili. Ogni volta che invitiamo qualcuno a riflettere sulla propria esperienze non bisogna mai dimenticare il fatto che tale esperienza potrebbe non essere positiva, felice, per chi la racconta. Occorre creare le condizioni affinché le persone che raccontano la propria esperienza e ciò che pensano di aver imparato da questa, in forma scritta o orale, non si sentano in uno stato di ansia, agitazione, sofferenza.
Prendiamo ad esempio una professione in generale, come l'insegnamento nelle scuole o il lavoro nella sanità dove ci sono contenziosi giudiziali, dove si presenta la problematica di rendere conto del proprio lavoro, dove si presenta la problematica del potere del paziente. Tutto questo si collega in maniera interessante e, secondo me , significa che ogni volta che invitiamo qualcuno a riflettere sulla propria esperienza di lavoro dobbiamo assicurarci di tenere a mente il concetto di lavorare seguendo l'etica, e ciò che implica, insieme alla nostra pratica della riflessione. Pertanto se io, ad esempio, ti chiedessi di riflettere su un'esperienza significativa per te, alcuni lo chiamerebbero "incidente critico" . Personalmente ho qualche problema per quanto riguarda l'incidente critico perchè nelle diverse professioni il termine "critico" assume significati diversi. "Critico" potrebbe significare “importante”, potrebbe essere un “incidente significativo”, ma in qualche modo noi giochiamo con quelle due parole nel momento in cui io ti invito, o ti chiedo. Oppure in altri contesti chiedo che il professionista rifletta sulla propria pratica, e questo implicitamente va a toccare una serie di questioni etiche. Chi sono io, che diritto ho di chiedere a te di rivelarmi i tuoi sentimenti su qualcosa che è molto importante per te? Che diritto ho di chiederti di svelarmeli specialmente se non si tratta di quello che si potrebbe definire una rapporto clinico in cui la tua risposta potrebbe influenzare uno specifico programma clinico o piano terapeutico, o qualcosa del genere? Parlando più in generale nell'ambito professionale, si tratta di un grosso problema etico: quali sono i tuoi diritti. Tu hai il diritto di non partecipare; tu hai il diritto di non raccontarti; tu hai il diritto di ragionare sulle cose e decidere di tenermi all'oscuro di alcune cose e io non ho il diritto di continuare ad esigere che tu me le riveli. Esiste un insieme di questioni legali, semi-legali, etiche e morali tutte raggruppate insieme.
Ad esempio, se io ti ponessi una domanda che non riguarda soltanto la tua professione ma anche quella dei tuoi colleghi, e tu me ne parlassi, in quel caso io entrerei in possesso di una certa quantità di informazioni. Posso fare due cose: potrei usare quelle informazioni per fare del bene e potrei usarle per nuocere. In ogni caso mi troverei di fronte ad una responsabilità etica. Devo essere in grado di assicurare che agirò con integrità e eticità rispetto alle cose che mi verranno raccontate e che vedrò. E se ciò su cui stiamo riflettendo sono pratiche non del tutto legalmente corrette, comportamenti che generano rischi, molestie, ecc..? Dobbiamo parlarne o no? Cosa possiamo dire? Niente? Qualcosa? Come? Quando e in che modo? Quali sono le implicazioni per coloro che sono coinvolti nella storia? Ritengo che etica e metodo debbano essere strettamente interrelati ed è per questo motivo che io sollecito tutti coloro che fanno parte della comunità di apprendimento riflessivo a parlare quanto più possibile dei valori che sono alla base dell’apprendimento riflessivo: quali sono i valori che guidano le pratiche della riflessione poiché i valori sono i motivi per cui facciamo le cose. Sono le ragioni per cui facciamo quello che facciamo. Di conseguenza, ritengo che dobbiamo sapere con certezza quali siano questi valori, specialmente perché si è visto un bel po’ di quello che si potrebbe definire “cattiva pratica” nel campo dell’apprendimento riflessivo, dove chiunque si ritiene idoneo a ricoprire il ruolo del facilitatore pensa di poter semplicemente inserirsi in un gruppo, oppure incontrare un individuo e chiedergli di riflettere sul proprio lavoro. E credo che sia per questo motivo che il processo di apprendimento riflessivo sia stato tanto diffamato e travisato. Ed è per questo motivo che molti studenti, non solo i professionisti nel posto di lavoro, alla menzione di riflessione o di apprendimento o pratica riflessiva, emettono un lamento , “Oh no. Non quello!” E gli si rivolta lo stomaco perché pensano che gli verrà chiesto qualcosa che li costringerà a svelare i propri sentimenti in una maniera che non vogliono, perché nella mente hanno questo stereotipo sulla riflessione e le pratiche. Io credo che ci aspetta un lavoro imponente e ritengo che abbiamo un obbligo etico di assicurarci che l’apprendimento riflessivo abbia delle solide fondamenta fatte di valori etici. Le pratiche riflessive, nel contesto più ampio dell’apprendimento riflessivo, hanno bisogno di dotarsi di basi etiche davvero solide. Credo che abbiamo l’obbligo di farlo. Credo anche che dobbiamo avere il coraggio morale di creare le opportunità affinché l’apprendimento riflessivo sia partecipativo, apprezzativo e finalizzato al miglioramento individuale ed organizzativo. Questa è una grande sfida. Come comunità riflessiva possiamo sperare di raggiungere questi obiettivi se discutiamo costantemente sui modi di creare e sostenere cambiamenti sociali positivi, sulle modalità attraverso le quali preservare la nostra integrità pur continuando a potenziare le nostre performance.
 

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