Domenico Lipari, L'autoetnografia come pratica riflessiva

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Nella società dei manuali sulla creatività e sul pensiero positivo, delle promesse di autorealizzazione e produttività, di aree benessere nelle imprese del malessere, ci sono autori, intellettuali e ricercatori che propongono al pensiero la sfida delle realtà nella sua complessità e ricchezza, di esperienze e di sfumature. Del vivere e del sentire.

Autori e studiosi che, come Domenico Lipari, vivono le pratiche di ricerca e consulenza come com-passione nelle trame che disegnano il reale in ogni specifico di ricerca, nel tentativo di accedere poi, attraverso una scrittura calda, auto-biografica e accuratissima, al non ancora pensato. Opera-azione impossibile se non nel linguaggio della letteratura e oserei dire, per alcuni versi, della poesia.

È l’attenzione a ciò che cambia, resiste, si trasforma, che esige, per essere ripensato, una cura del dire e nel dirsi, una ricerca fra le parole, che trasforma sia chi scrive sia chi si approssima.


Agenti e agiti

Si apre lo sguardo a un soggetto agente e agito. Capace di trasgressione e azione politica dal respiro ampio e potente quando nella auto-etnografia amplia la ricerca dei linguaggi e delle parole. Qualcosa a metà fra due autori imprescindibili per la riflessione sulla scrittura.

Il primo, Roland Barthes, che ne “Il grado zero della scrittura” (1953) scrive: "La lingua e lo stile sono forze cieche; la scrittura è un atto di solidarietà storica. Scelta e riflessione, la scrittura è l'impegno dello scrittore nel proprio tempo. E ancora, che “La scrittura è una funzione: è il rapporto tra la creazione e la società, è il linguaggio letterario trasformato dalla sua destinazione sociale."

La seconda, Marguerite Duras, che in “Scrivere” (1993) annota: "La scrittura è l'ignoto. Prima di scrivere non si sa niente di ciò che si sta per scrivere. E in piena lucidità." E ancora: “Se si sapesse qualcosa di quello che si sta per scrivere, prima di farlo, prima di scrivere, non si scriverebbe mai. Non ne varrebbe la pena."

In questo suo L’etnografia come pratica riflessiva (GueriniNext, Milano, 2026), appena uscito in libreria, Lipari aggiunge un tassello importante, quasi un sugello, a un itinerario coerente e acutissimo di ricerca e riflessione. Percorso, quello di Lipari, che ha negli anni portato alla consapevolezza di colleghi formatori e consulenti, e nella ricerca, molti fra gli approcci più innovativi e fertili per una trasformazione sana, onesta e vitale, della ricerca sociale e organizzativa.


È il tassello della scoperta e messa in luce di un approccio qualitativo ancora più profondo, l’auto-etnografia, oggi indispensabile alla sfida del cambiamento, cambiamento di sé e cambiamento con l’altro, in un mondo che va a rotoli.


Una sfida, politica e nuova, per la ricerca qualitativa

L’intento è quello generoso di un percorso che attraverso autori fondanti e autori innovativi, e attraverso il personale contributo di Lipari alla riflessione, porti chi opera nella ricerca qualitativa a comprenderne le evoluzioni e questa nuova sfida, una sfida che si fa più profonda nella consapevolezza di sé e delle esperienze in situazione, agita attraverso la ricerca di un linguaggio, dei significati, e delle parole per dirli.

Si tratta, quindi, di un intervento politico attraverso i metodi della ricerca e della pratica della realtà, e di un invito alla cura delle parole, e delle esperienze. Esperienze che non solo si vivono, e dobbiamo accorgercene e restituirlo, anche e sempre ci vivono.

Una operazione di scrittura dunque per noi e per sé, fortemente centrata sulla ricerca autentica di senso nella propria esperienza di lavoro, di studio, di relazione e di emozione del mondo.

Non abbiamo che da essere gratə a Lipari per tutto quello che con questa linea sempre attiva e vigile di ricerca e restituzione ci ha dato in tanti anni di lavoro, e che continua a darci con ottimismo nonostante la consapevolezza della solitudine del bene in questo tempo.

E che ci viene consegnata, nel libro, come pratica e strumento, lucidissima e pronta ad essere appresa, sperimentata, compresa.

Un’ultima nota per la volontà di Lipari di accostamento con il lavoro, anch’esso inesausto e profondissimo, di Giuseppe Varchetta, attraverso la scelta concordata della immagine del Varchetta fotografo per la copertina del libro. Scelta che riconosce, fra gli altri, come complice l’amico e collega di questo indispensabile ed emozionante ottimismo non cieco, del pensiero attivo.

Con buona pace dei manuali per la conquista della felicità nelle organizzazioni, in un tempo che tutto questo ha fortemente tradito.

Ringraziando Lipari, amico e maestro, per la ricchezza di questo suo lavoro, per questo libro prezioso e per l’approccio di metodo che porta in luce, molto vicino a quello che per me significa andare per il mondo di parole armati.


(la foto nel testo è di Nerina Garofalo)





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