La gratuità che devaluta. Riflessioni sul paradosso della formazione finanziata

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La formazione finanziata è, nelle intenzioni e nei fatti, una buona cosa. Abbassa le barriere di accesso, consente alle piccole e medie imprese di investire in competenze che altrimenti non potrebbero permettersi, democratizza l'aggiornamento professionale. Nessuno di questi obiettivi è discutibile.

Eppure produce un effetto collaterale che raramente viene nominato, e che merita attenzione proprio perché emerge non dai fallimenti del sistema, ma dal suo funzionamento regolare.


la Simmetria attiva la valutazione

Quando un'azienda chiama un idraulico, sa esattamente cosa sta comprando. Il costo è visibile, il problema è tangibile, il risultato è misurabile. La relazione è simmetrica: c'è un bisogno, c'è una prestazione, c'è un prezzo. Questa simmetria attiva un meccanismo cognitivo preciso: la valutazione. L'azienda giudica, confronta, decide se ne valeva la pena.

Quando la stessa azienda accede a un percorso di formazione finanziata, questa simmetria scompare. Il consulente o il formatore arriva, fa il suo lavoro, lascia materiali, strumenti, metodologie, e poi se ne va. Come un funzionario di un ente pubblico che viene a fare un sopralluogo. Lo si riceve, gli si offre un caffè, lo si ringrazia.

Il valore percepito è co-costruito

La psicologia cognitiva ha un nome per questo meccanismo: il valore percepito di un bene o di un servizio è co-costruito dal sacrificio sostenuto per ottenerlo. Chi paga qualcosa tende a usarlo, custodirlo, interrogarsi su quanto gli serva. Chi lo riceve gratuitamente tende a trattarlo come dovuto, come incluso in un pacchetto, come un depliant lasciato sul tavolo della sala d'attesa.

Questo non è un giudizio morale sulle aziende. È una descrizione di come funziona la mente umana davanti al costo e alla gratuità.

Nel caso della formazione sull'intelligenza artificiale, questo effetto si amplifica fino a diventare qualcosa di strutturalmente diverso. L'AI è ancora, per la maggior parte delle organizzazioni, un oggetto opaco. Le aziende sanno vagamente che esiste, che bisogna farci i conti, che ci sono obblighi normativi in arrivo o già presenti. Ma non sanno cosa significa formarsi davvero sull'AI: quali competenze, quale profondità, quale applicazione concreta ai propri processi. Non hanno un metro di misura, non hanno termini di paragone.


Si produce un incentivo perverso

Questo produce un incentivo perverso. Poiché l'obbligo esiste ma nessuno ha definito come si assolve davvero, basta fare qualcosa che abbia l'aspetto della formazione AI. Il fondo finanzia, la casella si spunta, l'obbligo è adempiuto. La qualità e la pertinenza di ciò che viene erogato diventano irrilevanti ai fini della conformità

C'è una preoccupazione ulteriore, che riguarda il futuro prossimo. Quando le linee guida sull'AI literacy obbligatoria verranno finalmente approvate, il rischio concreto è che risultino estremamente deludenti: formali, generiche, orientate a certificare il lavoratore piuttosto che a trasformarne la capacità di agire.

Linee guida costruite per essere conformi, non per essere utili, senza toccare i nodi profondi dell'uso reale dell'AI nei processi lavorativi, nella produzione di conoscenza, nella consapevolezza critica di ciò che si delega a una macchina e di ciò che resta umano. Se così fosse, la casella da spuntare diventerebbe ancora più vuota e il sistema avrebbe trovato il modo di istituzionalizzare la propria superficialità. A quel punto la distorsione non sarebbe più solo economica: alla gratuità che sopprime il valore percepito si sommerebbe una definizione normativa che impoverisce il valore reale. Non si percepisce il valore perché non si è pagato, non si percepisce il valore perché non si sa cosa si è ricevuto, e infine non si sa cosa si è ricevuto perché la norma stessa ha deciso che bastava poco.

una doppia distorsione

Il problema si acuisce ulteriormente quando la formazione AI assume i caratteri della consulenza, come avviene sempre più spesso nei percorsi più avanzati. Qui non si trasferiscono nozioni generali: si ridisegnano processi, si costruiscono strumenti operativi, si produce know how aziendale specifico. Il confine tra formazione e consulenza strategica diventa poroso e il valore reale erogato cresce in modo esponenziale rispetto a ciò che il frame "corso finanziato" lascia supporre. Ma dentro quel frame tutto si appiattisce sulla categoria "ore di formazione" e la distinzione scompare anche nella testa dei beneficiari.

Il risultato è una doppia distorsione. Da un lato, il formatore-consulente opera in un contesto in cui la qualità del suo lavoro non viene misurata economicamente da chi lo riceve, il che rende difficile costruire autorevolezza, perché l'autorevolezza passa anche attraverso il fatto che qualcuno abbia deciso di spendere per averti lì. Dall'altro, le aziende si abituano a pensare che la consulenza sull'AI sia una cosa che "viene mandata" da qualcuno, che non costa, che si riceve passivamente.

Questo secondo effetto è forse il più preoccupante sul lungo periodo. Non costruisce un mercato. Non educa le imprese a riconoscere il valore di una competenza rara, a cercarla attivamente, a pagare per averla. Costruisce dipendenza dagli intermediari, dai fondi, dai bandi, e lascia deserto lo spazio del mercato privato della consulenza AI per le PMI.

La domanda che vale la pena porsi è se il sistema, così com'è congegnato, non stia producendo un effetto paradossale: più funziona nel suo obiettivo dichiarato di rendere accessibile la formazione, più rende invisibile il valore di ciò che eroga. E più lo rende invisibile, più rende improbabile che le imprese sviluppino la capacità di cercarlo, riconoscerlo e pagarlo autonomamente.


Qualcosa si può fare

Qualcosa si può fare, a due livelli distinti.

Il primo è nelle mani di chi eroga. Una rendicontazione finale del valore prodotto, costruita dal formatore o dal consulente e condivisa con l'azienda a chiusura del percorso: non un elenco di ore e moduli completati, ma una mappa che mette in corrispondenza ogni strumento consegnato con il problema concreto a cui risponde, ogni competenza acquisita con il fabbisogno operativo che copre. Non una parcella pro forma, non una rivendicazione. Uno specchio. Qualcosa che faccia scattare, anche solo una volta, quel meccanismo cognitivo della valutazione che la gratuità ha sospeso.

Il secondo è nelle mani del sistema. I fondi interprofessionali e gli enti finanziatori potrebbero introdurre, senza stravolgere niente di strutturale, un obbligo di rendicontazione qualitativa a carico dell'azienda beneficiaria: una dichiarazione di cosa è cambiato, quali problemi sono stati affrontati, quali competenze sono entrate nell'organizzazione. Non una valutazione del docente, non un test sui lavoratori: una presa di coscienza dell'azienda su ciò che ha ricevuto. Piccola modifica procedurale, potenzialmente grande effetto sulla consapevolezza.

Perché nominare il valore, anche solo per adempimento, è già il primo passo per cominciare a vederlo.

Il comitato redazionale

Myriam Ines Giangiacomo

Domenico Lipari

Giusi Miccoli

Vindice Deplano

Vivaldo Moscatelli

Roberto Vardisio