Esserci per quello che ha senso, non per avere senso

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ESSERCI PER QUELLO CHE HA SENSO, NON PER AVER SENSO


Facebook, un social bien âgé

Da molto tempo provo poco il desiderio di scrivere su Facebook. Molto più facilmente Instagram diviene il luogo che abito, soprattutto come fotografa. Sono stata fra i primissimi, credo, a utilizzare FB intensamente, spesso con taglio autobiografico e biografico, e sempre condividendo dai wall altrui pensieri e proposte dei loro autori e autrici. Essendomi nutrita all’origine di quella cultura “open” e centrata sull’economia del dono, era una scelta naturale che partiva da esperienze di Community che erano state davvero luogo di incontro ed espressione e di scoperta. In una dimensione che di economico aveva molto poco. Oggi (quando i social sono da anni oramai preda delle nuove economie marketing oriented, delle manipolazioni mediatiche, delle logiche di mercificazione del lavoro svolto dalle piattaforme), assistiamo a un decadimento malinconico dei contenuti, imperversano post che rilanciano ricordi passati, confondono anni, testimoniano più le perdite che le nascite, il dolore e lo smarrimento più che il desiderio e le relazioni vive, in divenire occorre riflettere. 

Il sonno del desiderio

Una delle prime ragioni per le quali non si abbandonano i social, è che hanno davvero costruito reti virtuali e riattivato energie. Peccato che oggi non siano più nelle nostre mani. Non vediamo più i contatti che amiamo ma quelli che gli algoritmi distribuiscono, siamo subissati da azioni promozionali e di vendita, capaci di adeguare i linguaggi all’impoverimento di economie e dialoghi, tessendo una rete illusoria di accesso e un abbassamento delle attese (che corrisponde al sonno sociale del desiderio che vive nel lavoro, nella sua contrattazione, nella standardizzazione dei mondi consulenziali, che nel secolo scorso hanno fondato il progresso in ottica anti-capitalistica molto più dei partiti).

Lo dico da un mondo che è stato il mio nella mia formazione e nella mia vita professionale. Le parole benessere, persona, metafora, clima, contrattazione, sviluppo, utile, crescita, libertà dal lavoro come lavoro alienato, sono sparite. E quando permangono sono scatole vuote nel 98% dei casi. E non per mancanza di riflessione, ma per un sostanziale asservimento feudale del lavoro di tutt*. Per questo i giovani fuggono, nella speranza che ancora, in qualche modo, il lavoro appartenga loro e costituisca “progetto”, se non comune almeno condiviso. L’Italia è più povera, il Centro-Sinistra lo denuncia con chiarezza. Ma non viene avanzata alcuna proposta di revisione dei modelli economici, di formazione, di accompagnamento nella vita personale e sociale.

Welfare, società delle opportunità, sviluppo e crescita, come migliori del concetto di “merito”, lasciano il posto a conformismo, adeguamento alla soglia minima e predeterminata dei saperi, e una grande solitudine. La chiusura dei centri sociali ha una sua logica perversa, che persino il PD e il riformismo in parte cavalcano, che è quella di delegittimare il pensiero divergente e le comunità apprenditive trasversali. Coincide con la burocratizzazione destrorsa della scuola, e la punizione come metodo di distruzione in massa dei luoghi della dialettica, nelle scuole prima che altrove. La società dovrebbe invece finanziare e sostenere questi luoghi, assumendosi il carico della loro esistenza. La chiesa non è coesa ma, come in passato schierata in parte fra i preti operai, in parte con i burocrati di regime, non ultimo il caso dei rintocchi di Sanremo per i non nati. 

Le parole d’ordine nell’ordine voluto non da noi

Le parole sono: cancellare i diritti alle identità, cancellare il pensiero divergente, smentire la diffidenza, rendere le donne al confine domestico e di maternage e caregiving, clinicizzare il disagio, emettere diagnosi, abbattere la sanità pubblica, e persino criminalizzare la resistenza sociale.  Ma, per tornare ai social, cosa possiamo fare per emanciparci da una complicità inevitabile con la circolazione di fake, l’infobulimia crescente, la paura di restare tagliati fuori (FOMO), la superficialità intrinseca alla quantità, la sofferenza di chi paga per le azioni di gosting di moltissimi costruttori di relazione fittizie, narcisistiche, che prosperano sulla solitudine o sulla fragilità? Non condivido la scelta di uscita dai social, è solo un lasciar campo a qualcosa che in ogni caso pervade e inquina. Non servono i social di nicchia.

Frantumare i muri del virtuale e occuparne al contempo le feritoie in modo consapevole

Esserci per quello che ha senso, non per avere senso. Leggere meno in modo frettoloso e bulimico, scrivere meno, tornare a una selezione dell’essenziale, imparare i linguaggi, controbattere quello che ha senso controbattere. Sapere che in fondo possiamo dire una cosa al giorno ma sensata, che sia uno sguardo fuori e non una certificazione di noi stess* nel mondo attraverso il virtuale. Mi rendo conto di quanto sia affasciante poter dire, poter costruire reti, ma nei fatti, queste, oggi, non sono le nostre. Dobbiamo rieducarci al poco e al meglio, al sapore che ci portano le labbra e all’odore che ci danno i corpi nello spazio. Sapere che non dobbiamo rincorrere l’ultimo film, l’ultimo libro, l’ultima dichiarazione e comunicato stampa. Invitare qualcuno a vedere un tramonto con noi, invece di mostralo a centomila. Tutti errori comuni, ovviamente anche miei. Le reti di oggi prosperano sul darsi in pasto, non nutrono.

Occupiamo le strade dei sogni, invece di essere tutti “un sogno non sognato”(1)

E per pietà, non svendiamo la parola “sogno” in politica come abbiamo fatto con la parola “narrazione”. Restiamo umani, agiamo in dormiveglia. Il compito è che nulla ci sia indifferente, nemmeno la nostra fragilità così profondamente umana. Il compito è sottrarci alle pressioni e riprendere tempo, aver cura del disagio economico, mentale, affettivo che la nostra società ha prodotto. Restare attenti a ciò che sul piano internazionale governa i nostri pensieri e le nostre ansie. 

Rendiamoci accoglienti

Solo l’uscita vera dalla solitudine può dare risposta. Quindi azioni concrete: difendere i luoghi della formazione a tutti i livelli come luoghi liberi e dialettici, trovare la strada che attraversi l’individualismo generato dal bisogno di sopravvivere. Ridefiniamo l’incrocio fra competenza, creatività e lavoro come possibile luogo di vicinanza. Immergiamo le solitudini ideative in co-housing, co-working, comunità di curiosità e affetti. Rendiamoci accoglienti e capaci di trovare soluzioni, restituendo il lavoro alle mani dell’operaio che la forma liberista ri-rende schiavo, e troviamo il modo di ripensare un collettivo, dove il personale sia politico, e il politico personale, nel senso più pieno, profondo, e giusto.






Note

(1) H. Ogden, L’arte della psicoanalisi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2008

(2) La foto ("Milonga a Garbatella" - Roma, luglio 2018) è di Nerina Garofalo ©








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